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Enzo Fiermonte, il pugile barese «intruso» tra gli intellettuali della Resistenza


Questo brano è un estratto del libro L’avventurosa vita di Enzo Fiermonte, pugile attore COPERTINA fiermonte.indddi Giovanni Memola, pubblicato da Edizioni dal Sud nella collana «Percorsi di Teca». Enzo Fiermonte (1908-1993), originario di Casamassima (Bari), fu campione di pugilato, attore e regista. In questo capitolo viene raccontato un episodio della sua avventurosa vita che si intreccia con quelle di un gruppo di intellettuali italiani ostili al fascismo e in fuga da Roma nel settembre 1943.

Nel settembre 1943, mentre Roma era occupata dai tedeschi e le azzoppate camicie nere si ricompattavano, tornando a svolgere operazioni di polizia, un gruppo di intellettuali italiani ostili al fascismo meditava, con un piano comune, di lasciare la capitale e andare a sud. Volevano darsi alla macchia per salvare la pelle dalle inevitabili rappresaglie contro i dissidenti e speravano, chissà, di unirsi agli americani che in quel momento stavano risalendo la penisola.

Il gruppo in questione s’era costituito in maniera piuttosto raccogliticcia, intrecciando i fili di trasversali amicizie con individuali urgenze e apprensioni. Vi facevano parte letterati e cinematografari parecchio noti, sia all’epoca sia dopo, come lo scrittore, giornalista e futuro regista Mario Soldati; il pungente saggista e futuro editore Leo Longanesi; Stefano Vanzina (in arte Steno), umorista e caricaturista dell’irriverente «Marc’Aurelio», poi passato, con successo, dietro la macchina da presa; infine Riccardo Freda, regista e sceneggiatore a cui molto dovrà, terminata la guerra, il cinema italiano di genere.

A muovere le fila del gruppo, accidentalmente, c’era un amico di Mario Soldati, Agostino De Laurentis. Questi era un produttore in erba dai modi di fare alquanto stravaganti. Si faceva chiamare Dino, e per guadagnarsi le attenzioni e il rispetto di finanziatori, distributori e cineasti vari, aveva furbescamente raddoppiato la “i” del proprio cognome così da sembrare un aristocratico. De Laurentiis, oggi conosciuto come uno dei più grandi produttori della storia mondiale del cinema, a quei tempi se la passava malaccio. Si barcamenava tra lavori occasionali ed espedienti, e sulla sua testa pendeva un’incriminazione per aver disatteso una chiamata al fronte. Ma De Laurentiis aveva anche una casa di famiglia in una località sperduta tra gli appennini dell’Irpinia, Torella dei Lombardi, un luogo ideale dove nascondersi per chi, come lui, sentiva il fiato sul collo della polizia fascista.

(…) La storia di questi intellettuali, della loro precipitosa fuga e del loro lodevole impegno durante la Resistenza, è disseminata in innumerevoli pubblicazioni di carattere storico ed è stata raccontata, in particolar modo, dalla viva voce dei diretti interessati, in una serie di lavori biografici e autobiografici. Mettendo insieme i tasselli delle varie voci e pubblicazioni che la raccontano, si evince, tuttavia, un particolare interessante, spesso ridotto ad irrilevante annotazione di cronaca: il gruppo dei fuggiaschi, prima di arrivare a Torella dei Lombardi, era composto da un individuo in più, un “intruso” verrebbe da dire. Era un uomo che non s’interessava affatto di politica e assai meno ne sapeva di Benedetto Croce, ma che s’era ritrovato per una fatale coincidenza ad unirsi al gruppo, con la medesima necessità degli quegli altri di far perdere le proprie tracce. Una squadra di camicie nere, infatti, gli stava dando la caccia da giorni, da quando aveva pestato due fascisti in un bar di via Nazionale. Nessun afflato patriottico, né scintilla di resistenza: semplicemente, i due tedeschi gli avevano fatto uno sgambetto facendolo cadere per terra.

In un diario dei fatti del 1943, stilato da Leo Longanesi, si trovano di tanto in tanto riferimenti a questo misterioso intruso. L’autore lo chiama Massimo, ma è un evidente nome di fantasia:

18 settembre

Conosco Massimo da poco tempo, so ch’è stato un celebre boxeur, che ha sposato in America una lady e che ora fa l’attore nei film. Come attore non è certo un gran che, ma piace alle donne e quando un attore piace alle donne non si giudica tanto per il sottile. Durante il viaggio egli ha sempre parlato di pellicole poi, quando ha capito che ormai ci annoiava, ha preferito ascoltarci e masticare caramelle di menta. I suoi grandi occhi neri non riescono mai a fissarsi a lungo su nessuna cosa e passano distratti da un punto all’altro senza interesse. Se gli indicate un pittoresco castello in cima a un monte, esclama: «Bello, ma non ci abiterei», oppure: «Ci piove dentro». È, come s’usa dire, invulnerabile [1].

La sarcastica penna di Longanesi lascia poco spazio alle interpretazioni. Il celebre boxeur che viaggiava con lui e gli altri intellettuali era proprio Enzo Fiermonte.

La strada di Enzo incrociò quella degli altri fuggiaschi grazie al cinema. Conosceva Primo piano di Enzo Fiermonte nel film "Beatrice Cenci" di Guido Brignone (Italia 1941) - foto Fondazione Cineteca Italianapersonalmente Dino De Laurentiis, che aveva avuto modo di frequentare durante la lavorazione de L’ultimo combattimento, e conosceva anche il regista Riccardo Freda, col quale aveva lavorato ai film Beatrice Cenci e Non canto più. (…) Sotto i piedi di Enzo, il terreno scottava. Gli avevano riferito che i fascisti avevano cominciato a far domande sul suo conto, dentro a Cinecittà. Non c’era altro tempo da perdere, insomma: contattò gli aspiranti fuggiaschi e chiese loro di potersi unire.

La richiesta, sulle prime, fu accolta molto tiepidamente. Freda, di fatto, non aveva molta simpatia per lui: così diverso Fiermonte, sia per interessi sia per formazione culturale. Gli altri del gruppo, poi, con l’eccezione di De Laurentiis, a stento lo conoscevano, se non per qualche manifesto sui muri e qualche copertina di giornale. Enzo riuscì tuttavia a convincerli che viaggiare con un ex campione di pugilato potesse fare comodo.

(…) Fu così che partirono, finalmente. Tutti quanti insieme, ma separati, per non dare nell’occhio. Prima De Laurentiis e Soldati, il 14 settembre, e due giorni dopo gli altri. (…) Una volta giunti in Abruzzo, il loro viaggio proseguì con mezzi di fortuna, di paese in villaggio, alloggiando in locande o ospiti di contadini. Passarono per Sulmona e poi sostarono a Guardiagrele, vicino Chieti, dove ricevettero la protezione di un sarto del posto che organizzava un gruppo di resistenza.

(…) Quell’insolita vita di montagna durò alcuni mesi, finché Enzo decise di rientrare a Roma, convinto che le acque, per quel che lo riguardava, si fossero calmate. La capitale, tuttavia, era ancora occupata dai tedeschi, il che lo spinse a girare il più a largo possibile da amici, famigliari e da quei posti dove avrebbero potuto trovarlo. Si sistemò in una palazzina semi-abbandonata, uno dei tanti edifici sfollati dalla paura delle bombe e visse lì per lunghe settimane. Le tante precauzioni, però, furono insufficienti. Nel febbraio del 1944, una pattuglia di nazi-fascisti in ordinaria ispezione lo trovò nascosto nello scantinato, rannicchiato nel vano di una caldaia. Fine della libertà: fu identificato, e trasferito prontamente ad uno dei tanti “centri di raccolta” disseminati nell’area della capitale.

Fiermonte, nell’intervista del 1978 già citata nel corso di questo racconto [2], riferì che i tedeschi lo condussero in un luogo ubicato nei pressi di Castel Gandolfo, un vero e proprio campo prigionieri. Ma aggiunse, anche, che vi trascorse pochi giorni. Una notte, il frastuono di un bombardamento gettò il campo nel caos e lui ne approfittò per fuggire da una finestra. Evase, e se la diede a gambe levate.

Se l’era vista davvero brutta, ma il peggio era passato. Tre mesi dopo, gli americani entrarono a Roma, salutati da folle festanti. La guerra non era ancora finita, ma almeno si poteva tornare a camminare per le strade. La vicenda di quell’assurda baruffa con i fascisti, tuttavia, lasciò uno strascico di rabbia e amarezza. Negli anni seguenti, non fu possibile trovare alcuna pellicola con le immagini dei suoi incontri di pugilato, specialmente quelle della sua memorabile vittoria su Bosisio al Teatro Adriano [3]. Le bobine, probabilmente, furono distrutte dai fascisti in segno di rappresaglia. Fu un destino che toccò parallelamente anche uno dei film da lui girati, uscito nelle sale poco dopo la sua fuga in Abruzzo: L’ultima carrozzella. Venne a sapere che al MinCulPop, per il montaggio finale, avevano sforbiciato generosamente i suoi primi piani e altre scene che lo riguardavano. Le perdite del cinema però, rispetto a quelle della boxe, lo toccavano decisamente meno.


[1] Leo Longanesi, Parliamo dell’elefante. Frammenti di un diario, Longanesi, Milano 2005, p. 73.
[2] Piero Poggio, La miliardaria morì invocandomi, Gente, n. 22, giugno 1978, pp. 108-113.
[3] Mario Bosisio fu uno dei pugili italiani più titolati degli anni ’20 e ’30, campione d’Italia e d’Europa in numerose occasioni e in diverse categorie (nei pesi leggeri, nei pesi welter, nei pesi medi).  Il 19 ottobre 1931, presso il Teatro Adriano di Roma, Enzo Fiermonte era riuscito nell’impresa di sconfiggere Bosisio ai punti, dopo dodici riprese, aggiudicandosi il titolo di campione d’Italia dei pesi medi.

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2 thoughts on “Enzo Fiermonte, il pugile barese «intruso» tra gli intellettuali della Resistenza

  1. Se la Resistenza…erano per lo più uomini di Destra. Longanesi ruppe in parte con il fascismo negli ultimi tempi ma nel dopoguerra scrisse libri nostalgici e fondò Il Borghese (nota rivista filo-fascista); Freda ha sempre avversato il Neorealismo e in una intervista dichiarò: “Con un pizzico di antifascismo, poi, ci scapperà anche qualche grolla d’oro.”; che è tutto dire. Soldati era solo un gran fifone come dichiara nella sua biografia Freda. E poi Steno; beh Steno era un qualunquista di tutto rispetto. Non mischiamo questi personaggetti ci chi ha fatto veramente la Resistenza.

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  2. Il titolo del brano qui estratto e riportato, e alcuni enfatici passaggi all’interno del brano stesso, non mirano ovviamente a voler scrivere — né tanto meno riscrivere — la storia della Resistenza. Sono pertanto da prendere con le dovute considerazioni del caso, e letti d’insieme con gli altri brani/capitoli che tracciano la biografia del pugile Fiermonte.

    È un fatto, però, che Fiermonte si unì a un gruppo di persone chiamate qui intellettuali — o chiamiamole artisti, più o meno impegnati — che fuggiva dal fascismo; ed è un fatto che tale gruppo si ritrovò a vivere situazioni e a incontrare persone che effettivamente provavano sentimenti o svolgevano azioni dettate da un’opposizione al nazifascismo — tra cui persone che erano veri partigiani o pronti a diventarlo.

    Il brano in questione fotografa un presente, senza troppo badare, e forse per questo peccando di leggerezza, ai trascorsi passati e futuri del gruppo degli “intellettuali”. “Personaggetti”, giustamente, se li si compara a chi alla Resistenza vi ha preso parte sporcandosi le mani e combattendo in prima persona rischiando la vita. Tuttavia, si tratta di individui che fuggivano da ritorsioni e rappresaglie, benché “uomini di Destra”, e tanto bastava, in quel preciso momento storico. Dopodiché, tutti d’accordo sul fatto che siano esistiti fuggitivi convinti, fuggitivi per opportunità, fuggitivi per caso, fuggitivi colti o ignoranti, integerrimi o cialtroni, fuggitivi per scelta o loro malgrado, fuggitivi della Resistenza e fuggitivi della “Convenienza”. A ciascuno il suo.

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