Dossier

Quel mattino del ’72

Per me tutto cominciò una mattina del 1972. Mattina di quegli ottobri romani tanto miti che all’inverno che verrà non ci pensi mai. Eravamo in quattro, il più anziano (cioè io) non aveva compiuto i diciott’anni. Bello era l’androne e il portone di via Torre Argentina 18, una casa che a occhio e croce doveva avere un paio di secoli. Al primo piano c’era la sede della sinistra indipendente, la casa dei non comunisti eletti nel PCI, e la redazione de L’Astrolabio. Non ci interessavano. Guadagnavamo scalini su scalini fino a arrivare al secondo piano. Bastava spingere una porta e si entrava in locali che non assomigliavano neppure da lontano alle asettiche sedi dei partiti laici e socialisti cui eravamo abituati. Scritte dappertutto, disordine creativo (così lo si definerrebbe oggi), qualcuno che bivaccava dormicchiando in un sacco a pelo. Atmosfera da beat generation, anzi da “new left” come si diceva allora.

Siamo qui perché vogliamo iscriverci, tiriamo fuori i risparmi accumulati a forza di quote di paghette settimanali sottratte ai nostri piccoli investimenti in birre scure. Molti soldi, come è giusto che fosse in un partito che era proprietà di chi ne era iscritto. Le nostre tessere ce le rilascia un signore alto e ascetico, sulla sessantina, capelli lunghi fino a sotto il collo. Gironzoliamo per la sede e ci imbattiamo in due dei rifondatori storici del partito radicale. Il primo è un signore alto e ben piazzato, con un vocione che metterebbe in soggezione chiunque. è Mauro Mellini, avvocato. Il secondo in cui ci imbattiamo è più giovane (forse), calvizie galoppante. è Gianfranco Spadaccia, giornalista.

Ritorno a Bari in treno, l’unico disponibile a quell’ora, a quell’epoca si chiamavano “accelerati” e le carrozze avevano ancora panche di legno. A Bari facciamo piano piano i conti con la realtà. L’abbiamo fatta grossa, i partiti da cui proveniamo non amano la doppia tessera che invece il partito radicale incoraggia ad avere e che il partito socialista di Giacomo Mancini pure. Ci sbattono fuori senza tanti complimenti. Devo dire che il più duro è un parlamentare da uno specchiato passato di militante del Partito d’Azione, persona che più al nostro sentire e agire avrebbe invece dovuto essere più vicina.

E così siamo “senza casa”, ma felicissimi. Lasciamo allora le vecchie case e ci stabiliamo tutti in una “casa” tutta nostra. è la sola che possiamo permetterci, ma si trova in un luogo splendido. Ci si entra salendo una rampa di scale da piazza Mercantile che porta a una terrazza da cui si vede il mare. Ci è andata bene, con 30.000 lire al mese versate per l’affitto siamo finalmente liberi di fare politica senza chiedere il permesso a nessuno. Nel 1975 ci trasferiamo in un modesto ammezzato in pieno centro città. Non siamo più una comitiva di figli scapigliati della borghesia intellettuale, siamo un partito che raccoglie consensi da tante parti. Soprattutto fra gli intellettuali della sinistra laica, liberale e socialista. Al referendum promosso da chi voleva abrogare la legge Fortuna-Baslini avevamo vinto, ma era solo un nuovo inizio. E così ci lanciamo nelle nuove battaglie per fare dell’Italia un Paese civile.

A un nostro congresso regionale scopriamo di essere in molti, non siamo più una specie di setta laica. E con noi ci sono anche tante persone che vengono da ambienti diversi da quelli da cui proveniamo. Omosessuali, obiettori di coscienza, persino preti spretati. I compagni (tutto si svolse all’hotel Windsor, residence in zona Poggiofranco, Bari) eleggono me segretario regionale. A norma dello Statuto del “Partito Radicale Federale” mi trovo così nel Consiglio federale del partito. E lì mi ritrovo in compagnia di radicali storici impenitenti come Mellini e Spadaccia, di Roberto Cicciomessere, gentiluomo obiettore di coscienza che si è fatto mesi di carcere militare a Peschiera, di giovanotti borghesi bene miei coetanei come il gesuita Rutelli e Giovanni Negri, dell’indimenticabile Adelaide Aglietta e della piccola Emma, nonchè dell’austera Adele Faccio, a sinistra che più a sinistra non si può. Poi ci sono altri che in seguito prenderanno strade molto diverse. Pazienza, ciascuno di noi è padrone delle proprie scelte.

Pannella compare raramente, giusto per dire che cosa si deve fare. Ma neanche il suo più preconcetto oppositore lo contraddice apertamente, si riserva le critiche al momento del congresso. E, devo riconoscerlo, quando critica non ci fa una bella figura. Sono l’ultima ruota del carro e quindi nelle discussioni entro, quando entro, in punta di piedi. Soprattutto quando a tenere il banco sono persone con carisma che trasuda da ogni poro della pelle come Mellini o pacati gentiluomini come l’insostituibile Sergino Stanzani, oggi non più con noi, o burberi benefici come Angiolo Bandinelli.

Il 20 giugno del 1976 si vota per le elezioni politiche. In campagna elettorale parliamo al teatro Piccinni, nel palazzo del municipio di Bari. C’è un mare di gente in platea e dal palco un giovanissimo Gaetano Quagliariello che soffia nel nostro megafono “Venti giugno, rosa nel pugno”. Ed è lì che arriva Pannella, forse per la prima volta a Bari in pubblico (“voi non avete bisogno di me”, diceva ogni volta che lo invitavamo). Sono sul palco e in platea ci sono tutti i compagni ma tanta gente comune: casalinghe, impiegati, professionisti, mogli casalinghe di professionisti, disoccupati avanti con gli anni di orientamento socialista umanitario o socialista anarcoide e attempati signori che dalla fine del Partito d’Azione in poi non si erano più occupati di politica o si erano accomodati a patti con il regime. Anche qualche uomo d’apparato ben accorto nel tenersi in disparte.

Pannella, che pure tutto è stato fuorché un nostalgico, prima di parlare ricorda che siamo nel teatro Piccinni, e cioè nel luogo dove si tenne il primo congresso antifascista del dopoguerra. Avvista in platea Vittore Fiore e lo invita sul palco. Vittore esita, ma poi sale sul palco. Pannella parla, ma senza essere prolisso come poi sarebbe diventato. I risultati elettorali saranno più che buoni, i migliori in Italia Meridionale. Qualche giorno dopo incontro un vecchio compagno comunista, di quelli “comunisti-comunisti” e con cui davanti al tribunale ci eravamo fronteggiati per conquistare il primo posto nella scheda elettorale che i comunisti pretendevano come loro indiscutibile prerogativa. “Siete stati bravi”, mi fa. “Ma non dire a nessuno che te l’ho detto”.

Ritrovo Pannella a tu per tu nel 1979, hotel Hannong, centro di Strasburgo, avvolti da una nuvola del fumo delle Celtiques di Marco, più spesso di quello che emettevo io con le mie sigarette americane. Ci siamo dati appuntamento perché voglio fare uno stage nel suo gruppo al primo Parlamento europeo eletto direttamente dai cittadini. Il gruppo comprende anche non radicali come la chic Castellina e l’umanissimo Capanna. Lo provoco su cose del partito, del quale non avevo rinnovato la tessera da due anni. “Lavora e non rompere le scatole” mi fa. Ecco, con Pannella era così. O gli volevi bene o gli volevi bene. E io gliene ho voluto.

Buon viaggio Marco.

Advertisements

2 thoughts on “Quel mattino del ’72

  1. Pingback: La morte di Marco Pannella | PAGINA

  2. Pingback: Pannella con parole loro | PAGINA DELLA FONDAZIONE

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...