Dossier

Radicali, socialisti e le conquiste delle donne

La morte è occasione di memoria. E la morte di Marco Pannella, avvenuta il 19 maggio scorso, è stata sicuramente l’occasione per ricordare d’ora in avanti – insieme al giudizio storico sul leader radicale – anche le tante battaglie da lui intraprese per affermare le idee che più gli stavano a cuore, e che si concentravano in sostanza intorno ad un unico principio: prima di tutto la libertà dell’individuo.

Anch’io sono stata radicale negli anni della mia giovinezza, precisamente quando a Bari il responsabile del partito radicale era Gaetano Quagliariello (divenuto poi docente di storia contemporanea all’Università Luiss Guido Carli di Roma, senatore e presidente della Fondazione Magna Carta), mentre ero contemporaneamente iscritta al partito socialista. Una doppia militanza la mia che mi dà una certa facoltà di discernere tra meriti e valori propri dei due movimenti politici.

In questo senso va riconosciuto a Pannella l’aver ridestato l’uso dello strumento referendario per dare a noi cittadini la possibilità di scegliere liberandoci dalle regole costrittive di uno Stato-padrone. Può non piacere, ma anche i suoi più tenaci detrattori dovranno ammettere che, proponendo continuamente le proprie battaglie anche con i referendum, Pannella ha costretto gli italiani a riflettere su se stessi, sulla propria visione del mondo, sull’indirizzo che volevano dare alla società e al futuro, sulla propria etica e sulla propria morale, al di là delle diatribe politiche quotidiane. Pannella è stato la coscienza critica della nostra società, ha segnato la nostra storia, ha fatto fare passi avanti al nostro Paese rendendolo più moderno e aperto. Il suo impegno è sempre stato disinteressato, ed il suo modello di iniziativa politica era spesso il digiuno e la non violenza gandhiana. Pannella non era di destra né di sinistra, era liberale, liberista, libertario, craxiano e degasperiano, amico di papa Francesco e decisamente anticlericale.

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La sua popolarità, grazie alla spettacolarizzazione della sua attività politica, ha tuttavia messo in secondo piano meriti e valori di altrettante battaglie politiche portate avanti da altri partiti, specialmente dal partito socialista italiano. Per precisione storica va ricordato per esempio che il referendum sul divorzio del 1974 non ha fatto altro che bocciare il No all’abrogazione della legge Fortuna-Baslini (del 1970), che erano appunto due deputati socialisti i quali avevano già introdotto la normativa relativa alla disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio, tenendo conto della crescita della coscienza democratica della popolazione e dello sviluppo della personalità della donna. E l’introduzione del divorzio nella legislazione civile fu anche la prima grande affermazione della laicità dello Stato di fronte alla Chiesa cattolica.

Non bisogna comunque dimenticare che nell’ideologia socialista classica resta pur sempre il primato della famiglia monogamica, per cui il divorzio non è una poligamia larvata, bensì una specie di valvola del matrimonio tradizionale, il quale può fallire proprio perché impegnativo, e spetta alla società aiutare le persone che vi sono coinvolte ad uscirne nel modo migliore. Se tuttavia, nella trasformazione in atto nella società e nella cultura osserviamo da un lato lo sfrenarsi della vita morale, una concezione dell’amore come un dato prettamente biologico che tende a trasformarsi in un valore di mercato e in un fattore di consumo, dall’altro assistiamo ad un recupero dell’amore vero, quello liberamente scelto e non imposto o condizionato dall’ambiente o dalla legge. S’intravvede insomma un ritorno al sentimento e all’unità matrimoniale da parte di giovani maschi e femmine più consapevoli, così che il valore dell’indissolubilità del matrimonio sarà realmente recuperato come conquista individuale e di coppia.

Allo stesso modo la normativa sulla legalizzazione dell’aborto del 1978 ed il relativo referendum del 1981 aveva visto in prima linea donne e uomini socialisti, anche se l’immagine mediatica più nota in quella battaglia fu quella della radicale Emma Bonino. Certo, la legge 194 non risolse facilmente e in tempi brevi i problemi connessi alla pratica dell’aborto clandestino soprattutto a causa della sua contrastata e maldestra applicazione. Ma almeno le ragazze sprovvedute che rimanevano incinte, o le donne delle classi meno abbienti già affaticate da troppe gravidanze, non ricorsero più alle procedure pericolose delle mammane, almeno fino a quando non arrivò la pillola anticoncezionale alla fine degli anni Settanta. Con l’aborto fu inoltre sdoganato il pregiudizio sociale che solo con la maternità si diventa vere donne.

Possiamo dunque concludere dicendo che molte conquiste di democrazia e di parità uomo-donna sono state acquisite, sia in famiglia che nella vita pubblica, proprio grazie all’impegno riformatore e modernizzatore del partito socialista italiano (ridotto a piccolo partito purtroppo un po’ per corruzione del suo ceto politico, un po’ per l’azione devastatrice dei magistrati di “mani pulite” all’inizio degli anni Novanta del Novecento), che era un partito autonomo sia dalla destra, sia dal Vaticano, sia dal comunismo demonizzatore della borghesia liberale, e sia dagli eccessi di individualismo radicale che arriva a concepire tutti i desideri umani come diritti irrinunciabili. Credo pertanto che storicamente vada attribuito maggior merito al Psi anziché al Pr, alla sua cultura che non rinnega la tradizione e che persegue contemporaneamente l’innovazione, se oggi le donne sono presenti in ogni settore del lavoro, anche in ruoli di prestigio, e se nel privato hanno acquistato più consapevolezza di sé, più maturità, più libertà e più diritto alla felicità.

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2 thoughts on “Radicali, socialisti e le conquiste delle donne

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