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Il mio ritorno in Puglia dopo due anni a Istanbul, con le lacrime agli occhi

Svegliarsi in Puglia oggi non è facile. Il massimo che sento è il rumore del vento di tramontana che appiana le onde del mare. Non ci sono più i gabbiani, i ferry boat in partenza, il canto del muezzin. Ma neppure gli F16, i colpi d’arma da fuoco, le bombe sonore, i clacson delle macchine in festa, le sirene della polizia, la gente che in piazza urla “Allah u akbar”. Perché questa è stata Istanbul negli ultimi giorni, una città irriconoscibile per chi non vede il fallito golpe come una vittoria della democrazia. E a quanto pare, siamo una minoranza.

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Eleonora Masi

Sono partita due anni fa alla volta della Turchia per semplice “infatuazione”: da gelato appiccicoso, da tramonti sul Corno d’oro, da vita inarrestabile che non si placa, soprattutto la notte. Mi accingevo a confrontarmi con una cultura simile quanto strettamente legata ad un credo religioso completamente diverso, perciò non sempre semplice da gestire. Ma era passato solo un anno dalla rivolta di Gezi park, che avevo sfiorato ignara durante la prima vacanza, dato che la protesta scoppiò due giorni dopo il mio ritorno in Italia. Iniziai a seguire tutto ciò che riguardava il Paese, leggere notizie e libri, ascoltare musica turca tradizionale e contemporanea, alla ricerca del pretesto per partire di nuovo. Una seconda vacanza si trasformò in un colloquio di lavoro e questo in un trasferimento, visto dagli altri come una decisione alquanto azzardata, perché lo stereotipo della Turchia all’estero è sempre stato quello di Paese instabile, burrascoso, “ma se vai lì ti devi mettere il burqa?”, “e l’alcol lo puoi bere?” e “mamma li turchi!” in qualità di pugliese. Volevo andare e raccontare che no, non era l’Afghanistan, che Istanbul era la città più europea che si potesse immaginare.

Ho insegnato inglese per due anni, ritenendolo un compito fondamentale nel mio piccolo per facilitare l’incontro dei turchi con il resto del mondo: la lingua globale sarebbe stata la prima chiave. Tramite un’agenzia, sono stata assunta in una delle scuole di Fethullah Gülen, senza sapere chi fosse e che rappresentasse l’acerrimo nemico del governo dopo la rottura avuta nel dicembre 2013 per uno scandalo interno all’AKP, il partito di Erdoğan che in questi giorni lo accusa di aver organizzato il tentato golpe. Contemporaneamente ho fatto tre colloqui di lavoro per TRT World, e lavorerei per la tv di stato se avessi accettato la proposta di fare solo i turni di notte come digital producer per il canale in inglese lanciato da qualche mese. Al tempo pensai di aver perso un treno che non sarebbe mai più passato, esattamente come penso adesso ignorando l’ammissione al master in Relazioni internazionali all’Università del Bosforo. Infatti, dopo due anni di permanenza e una discreta padronanza della lingua turca, ho capito di essere entrata in dinamiche difficili da decifrare perfino dagli stessi turchi, e certamente impossibili da raccontare con chiarezza e veridicità per chi non si è mai calato nel contesto del Paese per un periodo sufficientemente lungo, motivazione per cui tutte le notizie fornite in questi giorni sono da prendere con le pinze. Mi sono detta che vivere questo momento storico sulla mia pelle era la mia grande occasione, finché questo non ha significato non solo sentirmi a rischio, ma soprattutto privata di alcune libertà. Mi riferisco a tutte le volte che mi sono chiusa in casa perché era “consigliato”.

La prima occasione fu il primo maggio 2015, erano già 8 mesi che vivevo ad Istanbul, 5 che vivevo a Cihangir, quartiere bene accanto a piazza Taksim, uno dei più popolati dagli
stranieri. Il mio coinquilino, curdo, mi disse: “ci saranno manifestazioni puntualmente represse dalla polizia, perciò ti consiglierei di non mettere il naso fuori dalla porta, cioè puoi andare al supermercato, ma evita Taksim. E cancellano anche i traghetti verso il lato asiatico, quindi non ci si può muovere tanto, piuttosto resta a rilassarti. L’anno scorso mi sono preso una pallottola al pepe, sono stato a letto due giorni.” Fu la prima di una lunga serie di clausure che stupidamente paragonavo alle giornate passate in pigiama con le coinquiline ai tempi dell’università a Roma quando l’Atac faceva sciopero di 24 ore. Iniziava, invece, una lunga serie di “clausure suggerite” fino al coprifuoco della notte del 16 luglio 2016. A volte sono uscita lo stesso, specie quando capitava di martedì sera e non potevo perdere il mio appuntamento con Spoken Word, evento open-mic in un locale di Istiklal, dove ragazzi come me, turchi e non, si radunano per leggere i loro scritti, cantare, fare stand-up comedy: essere più liberi che mai, forti con le loro parole sempre più fondamentali. Fortunatamente non mi è mai successo nulla, ma la sensazione di guardarsi intorno con circospezione quando proprio in Turchia ci si può fidare più facilmente di sconosciuti sempre pronti ad aiutarti, è stato pesante.

 

Eppure pensavamo che ci fosse speranza. A giugno 2015, chi se la scorda la sera delle elezioni in cui l’HDP (Partito democratico del popolo guidato da Selahattin Demirtaş) aveva raggiunto la soglia di sbarramento 10% per la prima volta nella storia. Mangiavo la pizza davanti alle proiezioni in tv con le amiche italiane ed ero triste lo stesso perché mi stavo lasciando col fidanzato, ingegnere meccanico di famiglia conservatrice, agli sgoccioli del suo servizio militare obbligatorio.

Poi la situazione è precipitata, ad ottobre scorso, con l’attentato di Ankara. Ero con un’amica in visita in città dall’estero solo per un weekend, avevamo un piano serrato di colazioni alla turca e giri turistici per moschee e bazar. Quella fu invece la prima volta che i messaggi concitati degli amici e dei parenti mi davano le notizie come un’Ansa personale, prima che io potessi venirne a conoscenza pur vivendo nel Paese. “Stai bene? Cosa succede?”. 103 persone morirono in una manifestazione per la pace nel piazzale della stazione che si trasformò nell’attentato più sanguinoso della storia della Turchia, e nessuno mi toglie dalla testa che l’Isis lì non c’entri proprio niente, ma è solo la mia opinione personale che ora posso esprimere con meno paura. La strategia a mio avviso è semplice: per quanto la Repubblica Turca sia più antica di quella italiana, è sempre stata minacciata da gruppi di “cani sciolti” opposti al potere, in particolare identificati con la minoranza curda, ed ora con l’esercito, e perfino i giornalisti e gli insegnanti. L’alternativa al caos che attenta all’ordine faticosamente mantenuto è solo il pugno di ferro, e l’appoggio arriva perché il popolo vuole essere sicuro che non ci sia la guerra civile, e vuole mantenere la ricchezza acquisita grazie al presidente che ha portato benefici innegabili sul versante economico.

È stata la reazione nelle piazze a spingermi via dall’unica città al mondo che ho sentito come casa dopo quella in cui sono nata. Sono state tutte le definizioni del vocabolario rovesciate, la normalità dell’anormalità, come ho letto nei giorni scorsi su The Post Internazionale. Alzarsi dal letto dopo un tentato colpo di stato in cui sono morte 200 persone e andare a lavorare, o sposarsi. Giudicare regolare respirare gas lacrimogeni partecipando ad una manifestazione. Questa non è resilienza, come l’ha definita su Twitter il corrispondente di NBC News Richard Engel il giorno dopo l’attentato all’aeroporto di Atatürk dello scorso 28 giugno.

Questa è follia. All’inizio mi sono detta che si trattava di episodi sporadici, ma negli ultimi mesi si sono intensificati ed uniti all’allarme terrorismo doppio, interno dai curdi, esterno dall’Isis, inevitabile per le scelte prese verso la guerra in Siria. Quanto di tutto questo influenzava la mia vita privata che andava meglio di quella italiana, passando facilmente da un lavoro all’altro con salari che mi permettevano di vivere Istanbul senza riserve alcune, viaggiando di tanto in tanto e facendo la volontaria per un centro rifugiati? Poco fino all’altra notte, in cui ho capito che stavo rinnegando me stessa, la mia coscienza politica e tutti i miei valori. Se perfino a Taranto su via D’Aquino quest’anno c’è stato il gay pride, cosa ci faccio io in una città di 17 milioni di abitanti dove viene vietato?

Niente. Ho fatto le valige in 48 ore come non ho mai avuto il coraggio prima, e sono scappata come una ladra, prendendo un taxi mentre tutti i mezzi pubblici sono gratis per permettere alla gente di raggiungere agevolmente le piazze in cui manifestare o spronare ad uscire quelli che hanno timore. Con le lacrime agli occhi sono passata da piazza Taksim dove ho visto due enormi bandiere col volto di Erdoğan calate dall’Atatürk Kultur Merkezi e ho capito che era finita, almeno per me, che non potevo assistere a tutto questo, che con la morte nel cuore abbandonavo il timone della nave mentre affondava.

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