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Francesca da Rimini: condannata da Dante, assolta dai romantici

In occasione della prima rappresentazione assoluta dell’opera Francesca da Rimini di Saverio Mercadante (1795-1870), titolo principale dell’edizione 2016 del Festival della Valle d’Itria di Martina Franca, pubblichiamo, per gentile concessione del festival, il saggio introduttivo di Domenico Lassandro, docente dell’Università di Bari Aldo Moro. Francesca da Rimini, con la regia di Pier Luigi Pizzi e la direzione d’orchestra di Fabio Luisi, va in scena sabato 30 luglio e giovedì 4 agosto nell’atrio di Palazzo Ducale a Martina Franca (Taranto).

Uno dei più celebri e amati personaggi della Divina Commedia è Francesca da Polenta (“giovane e bella figliuola… d’altiero animo”, Boccaccio), figlia di Guido, signore di Ravenna e, per ragioni politiche, divenuta sposa di Gianciotto Malatesta (“sozzo della persona e sciancato”, Boccaccio), signore di Rimini, dal quale, intorno al 1285, quando era appena sui venticinque anni, venne uccisa insieme al suo amante, il cognato Paolo Malatesta (“bello e piacevole uomo e costumato molto”, Boccaccio). Questa drammatica storia, narrata nel canto V dell’Inferno (vv. 73-142), non solo suscitò la pietà di Dante, pellegrino nella città dolente, ma ha richiamato, nei secoli, l’attenzione e l’ammirazione partecipe di schiere di lettori, colpiti dalla drammaticità della vicenda e dall’altezza della poesia che ne ha scolpito nel tempo la memoria. Si deve già al primo grande conoscitore e ammiratore di Dante, Giovanni Boccaccio, un amplissimo commento (nelle Esposizioni sopra la Comedia di Dante) del tragico episodio dei due amanti, da leggersi, per la ricchezza fantastica che lo contraddistingue, quasi come un’ulteriore ‘novella’ del Decameron.

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Mosè Bianchi, Paolo e Francesca (1877)

Nella razionale architettura dell’Oltretomba dantesco, all’Inferno sono destinati in eterno i dannati, suddivisi secondo la gravità delle colpe in nove cerchi degradanti verso il centro della terra: nel secondo di questi cerchi sono collocati i lussuriosi (“i peccator carnali/ che la ragion sommettono al talento”), tra i quali appunto Paolo e Francesca. Costoro, che in vita si erano lasciati travolgere dall’offuscamento dell’intelletto e dalle impetuose e mai dome voglie della passione, ora, secondo la legge del contrappasso, sono immersi in tenebre fitte e travolti da inarrestabile bufera. Vi sono, in rassegna, l’antica regina assira Semiramide, simbolo, per gli scrittori cristiani (Orosio), di lussuria sfrenata; la greca Elena, causa di lunga guerra e innumerevoli lutti; l’eroe Achille, follemente innamorato di Polissena, figlia di Priamo, e, per questo amore, tratto in agguato e ucciso; Didone, la regina di Cartagine, infedele alla memoria del marito e morta suicida per amore del fuggitivo Enea; Cleopatra, la regina d’Egitto, amante di Cesare e di Antonio; Paride, il rapitore di Elena; Tristano, l’amante di Isotta, la moglie del re di Cornovaglia. In sì gran schiera di “donne antiche e’ cavalieri”, puniti in eterno dall’incessante bufera infernale, particolarmente visibili, per Dante, sono “quei due che insieme vanno”, Paolo e Francesca cioè.

Non essendoci testimonianze (narrazioni storiche o documenti) relative al cupo dramma familiare avvenuto in Rimini o nel suo territorio (il castello di Gradara?) è il testo di Dante a tramandare la memoria di una passione d’amore travolgente (amor omnia vincit, aveva scritto Virgilio), suscitatrice di smarrimento e pietà, ma, secondo l’ordinamento del mondo di Dante, pur sempre colpevole; passione causa di una tragica vicenda, la cui eco Dante non poté non conoscere e verificare soprattutto negli ultimi anni di vita che egli trascorse proprio a Ravenna, presso un nipote di Francesca, Guido Novello da Polenta. Non va neppure trascurato il fatto che, a rendere Dante emotivamente partecipe della storia abbia contribuito la conoscenza che egli potrebbe aver fatto di Paolo quando costui, tra 1282 e 1283, fu a Firenze Capitano del Popolo e Conservatore della pace.

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Il manifesto del Festival della Valle d’Itria 2016 illustrato da Francesca Cosanti

La mirabile narrazione dantesca ha inizio con la rappresentazione plastica dei due innamorati paragonati alle “colombe, dal disio chiamate”, e prosegue con il drammatico ricordo della loro cruenta morte e la ineliminabile consapevolezza di non avere “amico il re dell’universo”. La ripetizione in anafora poi della parola Amor (“Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende; Amor, ch’a nullo amato amar perdona; Amor condusse noi ad una morte) dà la chiave, stilnovistica, del ragionamento di Francesca, vòlto a dare una giustificazione profonda, nel senso della passione d’amore, del rapporto con Paolo, innamoratosi di lei, della sua bellezza fisica (che Francesca femminilmente rivendica e rimpiange). Alla richiesta di Dante, divenuto “tristo e pio” dinnanzi ai “martiri” di Francesca, ella, professando che non può esservi “maggior dolore/ che ricordarsi del tempo felice/ nella miseria” (riecheggiano nella splendida massima tanto Virgilio quanto Boezio), racconta del libro (un romanzo del ciclo della tavola Rotonda) che essi un giorno leggevano insieme, ove era narrata la storia d’amore del cavaliere Lancillotto e della bellissima Ginevra, la moglie di re Artù; romanzo che, laddove narrava che la bella bocca di Ginevra fu baciata da suo amante, Paolo sentì l’impulso irresistibile e pericoloso a fare altrettanto (“la bocca mi baciò tutto tremante”); ma quello fu il preludio della fine, per entrambi, della vita. Della vita reale, non di quella, poetica, che dura, splendida, da otto secoli!

E che riluce anche nell’opera di Saverio Mercadante (e del suo librettista, il genovese Felice Romani), il quale ovviamente, in sintonia con lo spirito del suo tempo, connota la medievale vicenda di un’aura patetica e sentimentale secondo il modello romantico (già presente nella Francesca da Rimini di Silvio Pellico, rappresentata nel 1815). Si leggano, ad esempio le parole di Francesca a Lanciotto (“Mai non ti diedi il core/ la destra sola avesti. Ma la ragion di stato/ la dava, e non l’amor”, atto I, scena XIII), che colgono il problema drammatico, e moderno, dei matrimoni imposti per ragion estranee alla libertà e all’amore, occasioni poi di tradimenti, uccisioni, vendette. In Dante questo ovviamente non c’è: pur comprendendo il dramma sentimentale di Francesca e di Paolo, Dante li giudica colpevoli e li colloca all’Inferno. E se per i romantici come Mercadante – e forse per noi – Francesca è da comprendere e assolvere, da Dante ella viene sì compresa nel suo dramma ma assolutamente non assolta: l’Inferno, in eterno, è la sua sede. Ella ha seguito, colpevolmente, la sua umana passione (il “talento”, che è la voluntas conditionata di Tommaso d’Aquino), a questa sottomettendo “la ragion” (la voluntas absoluta di Tommaso) e dunque, pur preso dalla “pietà de’ due cognati”, il Poeta non può non collocarli, secondo la salda ratio teologica che presiede all’intera architettura del poema, nel luogo di dannazione eterna.

Solo distinguendo dunque e ancorando al proprio tempo sia Dante che Mercadante si può comprendere appieno sia l’altissima poesia del primo, sia il pensiero e la musica del secondo che, rifacendosi a Dante, immette nel nucleo medievale lo spirito del tempo suo. Dimostrando così la perenne vitalità del modello.

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