Storia/Terzapagina

La strage di via Niccolò dell’Arca

memoria-strageIn occasione dell’anniversario della strage di via Niccolò dell’Arca, pubblichiamo l’introduzione di Vito Antonio Leuzzi del volume Bari 28 luglio 1943. Memoria di una strage (Edizioni dal Sud, Bari 2003). Leuzzi, storico, è direttore dell’Ipsaic – Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea. Il 28 luglio 1943 i militari spararono sulla folla che stava manifestando nei pressi della federazione del partito fascista: il bilancio fu di 20 morti e decine di feriti.

La caduta del fascismo alimentò negli italiani l’illusione di una rapida conclusione della guerra che si era rivelata disastrosa sin dalle prime fasi. La pace era attesa con ansia sui vari fronti di guerra e sul fronte interno. Nelle campagne del Mezzogiorno sin dal 1941 il malessere per il peggioramento generale delle condizioni di vita (inasprimenti fiscali, esaurimento delle scorte di grano, caroviveri, limitazioni per il consumo del pane) si manifestò, in taluni casi, con vivaci agitazioni popolari. Nelle relazioni dei prefetti si evidenziava, inoltre, una frequenza molto alta delle frasi deprimenti nella corrispondenza censurata o tolta di mezzo sia dei militari sia dei civili. In quest’ambito si collocava l’intensificazione dell’attività repressiva, a Bari e in Puglia, contro il movimento antifascista. In un rapporto al capo della polizia del 2 aprile 1942 si segnalava l’esistenza di un «occulto movimento liberal-socialista sorto tra elementi intellettuali in varie città d’Italia e facente capo nella regione pugliese al prof. Tommaso Fiore». Dopo poche settimane gli antifascisti dell’intera regione vennero colpiti da una durissima repressione con condanne al confino, ammonizioni, trasferimenti d’ufficio d’insegnanti e di dipendenti pubblici. Una nuova ondata di arresti nel maggio del 1943, alla vigilia della caduta del fascismo, si abbatté sul gruppo liberal-socialista pugliese. Vennero fermati e trasferiti a Bari, Guido Calogero, Guido De Ruggiero e Giulio Butticci. Erano stati già tradotti in carcere Fiore (reduce da poche settimane dal confino) il giudice Michele Cifarelli, Giuseppe Laterza, direttore della Libreria Laterza e numerosi giovani esponenti del gruppo liberal-socialista. Mentre i due figli di Fiore, Vincenzo e Vittore, in servizio militare vennero trattenuti agli arresti nelle rispettive caserme.

Il 25 luglio colse tutti di sorpresa. Nel carcere di Bari la notizia si diffuse il giorno successivo. «Sentii Fiore — ricorda Giulio Butticci — che dal piano di sotto mi chiamava parlando in latino, come era inteso fra di noi: Iuli, Iuli, ipse cecidit. Quis ipse? Chi è che è caduto? Ipse o egemon, lui il capo spiegò Fiore usando questa volta il greco per non pronunziare l’odiato e trasparente dux». I comunicati ufficiali successivi all’annuncio della cacciata di Mussolini («La guerra continua»), i decreti sullo stato d’assedio e l’azione violenta delle forze dell’ordine, che ricevettero l’ordine di sparare sulle manifestazioni antifasciste, spazzarono via ogni speranza di pace e di libertà. La preoccupazione immediata della Monarchia e di Badoglio, dopo il crollo del regime, fu quella di impedire che il popolo e le forze politiche e culturali che si erano opposte alla dittatura potessero assumere un ruolo di protagonisti. Le vicende che caratterizzarono Bari e la Puglia nei giorni successivi alla liquidazione del capo del fascismo, sulle quali solo sporadicamente la ricerca storica si è soffermata, sono significative del clima politico, dominato dalla paura e dal terrore, che si volle instaurare. Salvaguardare gli interessi di Casa Savoia e garantire la continuità dello Stato furono i principi ispiratori delle forze monarchico-badogliane nei quarantacinque giorni che separano il 25 luglio dall’8 settembre. L’episodio del 28 luglio 1943 a Bari, che può considerarsi la prima strage dell’Italia all’indomani del crollo della dittatura, può aiutare a comprendere i pesanti condizionamenti del vecchio apparato statuale nel processo di transizione dal fascismo al dopo-fascismo. (…)

La situazione nel capoluogo pugliese mutò improvvisamente dopo l’emanazione del “Manifesto dello stato d’assedio e del coprifuoco” (26 luglio) nel quale si ordinava: «È fatto tassativo divieto di riunione in pubblico di più di tre persone, di tenere anche in locali chiusi adunate, manifestazioni, conferenze […] di affissione di stampati, di manoscritti, di inviti […]». E ancora: «Le truppe, le pattuglie, gli agenti della forza pubblica e del-l’ordine, comunque alle mie dipendenze, sono incaricati della imposizione, occorrendo anche con le armi […]». Le disposizioni impartite da Roatta, ma di fatto ispirate da Badoglio, inviate a tutti i comandi militari (26 luglio) non lasciano dubbi sul “pugno di ferro” imposto dalla Monarchia. Nella circolare così si legge: «Nella situazione attuale col nemico che preme, qualunque perturbamento dell’ordine pubblico anche minimo, et di qualsiasi tinta, costituisce tradimento et può condurre, ove non represso at conseguenze gravissime; qualunque pietà e qualunque riguardo nella repressione sarebbe pertanto delitto. 2) Poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Perciò ogni movimento deve essere stroncato in origine […]. 5) Muovendo contro gruppi di individui che perturbano ordine aut non si attengono prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apre fuoco a distanza, anche con mortai ed artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. Medesimo procedimento venga usato da reparti di posizione contro gruppi di individui avanzati […]».

Le disposizioni badogliane furono immediatamente attuate in tutta la provincia di Bari a partire dal 28 luglio e nei giorni seguenti. (…) Conseguenze più gravi si registrarono a Bari per la rigorosa applicazione del decreto Roatta da parte dei responsabili dell’ordine pubblico. Nella città, sin dalla mattina del 26, un gruppo di antifascisti costituito da avvocati ed intellettuali si era raccolto presso la corte d’Appello avanzando la richiesta di immediata scarcerazione dei prigionieri politici. La mattina del 28 luglio la notizia diffusa da alcuni quotidiani che i detenuti politici sarebbero stati rilasciati nella giornata, provocò la mobilitazione spontanea di studenti e professori che organizzarono un corteo con l’intento di andare incontro agli intellettuali detenuti. Più di 200 manifestanti per Io più giovanissimi (diversi erano studenti medi e universitari), dopo aver attraversato alcune strade del centro di Bari, e dopo aver invaso i locali del gruppo rionale fascista “Barbera”, giunti nei pressi della federazione del partito fascista, in via Niccolò dall’Arca, dove era stato dislocato un reparto dell’esercito, chiesero all’ufficiale che comandava il nucleo, la rimozione delle insegne del fascismo. Mentre il prof. Fabrizio Canfora tentava di spiegare all’ufficiale l’intento pacifico dell’iniziativa, senza alcuna spiegazione e senza preavviso, contemporaneamente dalle finestre della federazione e dal reparto militare si sparò ripetutamente sul corteo. A sparare per primo fu il sergente Carbonara Domenico, appartenente al 4° battaglione San Marco, in licenza, che inseritosi nel corteo si portò successivamente alle spalle della truppa ed iniziò ad esplodere alcuni colpi di pistola sui manifestanti. In pochi attimi la strada si ricoprì di morti e di numerosi feriti che non furono soccorsi con tempestività per l’atteggiamento dei militari, e soprattutto, perché si dispose il suono prolungato delle sirene che venivano attivate quando c’era il rischio di un attacco aereo. Tra i primi a cadere fu Graziano, il più giovane dei figli di Fiore, che agitando una bandiera si era posto alla testa dei manifestanti. Il tragico bilancio della strage, 20 morti e 38 feriti secondo le cifre ufficiali, ma il loro numero non è stato mai definitivamente accertato, costituiva il segno palese della politica di violenta restaurazione imposta dalle forze monarchico-badogliane. Le difficoltà dell’accertamento dei decessi, avvenuti anche nei giorni successivi, scaturivano dal fatto che alcuni feriti gravi vennero ricoverati in strutture sanitarie diverse: Clinica chirurgica dell’Ateneo, Ospedale Militare, Ospedale di Modugno della Croce Rossa.

Informato dell’accaduto, Roatta, capo di stato maggiore dell’esercito, inviava un elogio all’ufficiale che comandava la truppa, mentre il prefetto Viola, in una relazione al capo della polizia, affermava che «nulla viene tralasciato perché l’ordine pubblico ritorni al più presto nella normalità». Subito dopo la manifestazione furono infatti fermati numerosi giovani tra i quali Enrico Ciccotti, Ugo Santalucia, Franco Sorrentino, mentre nel corso della notte furono arrestati, Luigi De Secly (redattore capo de «La Gazzetta del Mezzogiorno») e Carlo Colella. Il questore Pennetta, il 29 luglio inoltrava al Tribunale militare di guerra di Bari una circostanziata denuncia a carico di Domenico Loizzi, Fabrizio Canfora, Luigi De Secly e Carlo Colella tutti responsabili come si legge dei «reati commessi in sfregio alle disposizioni del bando del Comando del IX corpo d’armata». Nella stessa denuncia vennero inclusi tutti i feriti.

Nei giorni seguenti, a Bari e nel resto della regione si registrò un clima di vero e proprio stato d’assedio. Il comando di corpo d’armata, il 1° agosto, inviava alle autorità militari ed ai prefetti il seguente telegramma: «Dimostrazioni avvenute seguito recenti avvenimenti hanno spesso assunto tendenza pacifista che potrebbero avere malvagie influenze su resistenza paese in guerra alt occorre agire massima energia per troncare ogni manifestazione del genere alt truppa riunita in piccoli reparti con ordini assolutamente energici…»

La censura di guerra impedì che la notizia dell’eccidio di via Niccolò dall’Arca si propagasse e le salme dei caduti furono tumulate di notte in un clima di intimidazione anche nei confronti dei familiari ai quali era stato impedito l’accesso in alcuni ospedali. L’unico segno pubblico furono gli scarni necrologi, riportati dalla «Gazzetta del Mezzogiorno» per alcune delle vittime.

Per la strage di via Niccolò dall’Arca vennero avviati due procedimenti giudiziari da parte dell’autorità militare. Il primo a Bari, su denuncia del Questore Pennetta, che fu in prima linea nel definire una strategia repressiva nei confronti degli antifascisti (senza soluzione di continuità con la stagione delle denunce e degli arresti del periodo precedente). “Il solerte funzionario” (lo stesso che la sera dell’8 settembre, dopo l’annuncio dell’armistizio, dispose il piantonamento delle fabbriche di Bari, per evitare «manifestazioni incomposte» da parte della massa operaia), cercò con ogni mezzo di addossare la responsabilità della strage ad alcuni intellettuali che avevano preso parte alla manifestazione. Questi ultimi avevano avuto un colloquio in Prefettura, un’ora prima della strage, con il prefetto, sulla questione della scarcerazione dei prigionieri politici. Il Tribunale Militare di Bari, sulla base delle notizie riferite dagli arrestati, dopo alcune indagini affidate anche ad Aldo Moro, che prestava servizio militare presso la Procura Militare, ritenne invece di non dover dar seguito alla richiesta del Questore. Il ruolo di quest’ultimo, e più in generale della Prefettura, nei giorni successivi al 25 luglio, fu alla base del clima repressivo, antidemocratico e antipopolare. (…)

Il secondo procedimento venne affidato per competenza al Tribunale Militare di Taranto (l’imputato era un sottufficiale della Marina); furono ascoltati pochi testi e non si acquisirono diversi altri documenti. Si respinse anche la richiesta del pubblico ministero di un prosieguo di istruttoria. Il Tribunale militare, con la sentenza del 7 gennaio 1944, assolse l’unico imputato, il sergente del Battaglione San Marco, Carbonara Domenico. Il suo ruolo, che in diverse testimonianze, come quella del prof. Canfora il quale affermò che «il sergente della marina era tra i manifestanti con una presenza attiva e in una certa misura trascinatrice», apparve davvero inquietante. La presenza del Carbonara tra i manifestanti venne tra l’altro segnalata dal rapporto dei carabinieri. Le lacune dell’istruttoria, denunciate da un articolo del settimanale azionista «Italia del Popolo» che chiedeva la riapertura del processo, ed evidenziate anche nei primi anni Settanta da una accurata inchiesta svolta da Antonio Rossano su «La Gazzetta del Mezzogiorno», furono sconcertanti.

S’intese, dunque, con quella sentenza, porre una pietra sepolcrale sull’eccidio. «È facile intendere — si affermava ancora nella denuncia degli esponenti del partito d’Azione — che gli assassini del 28 luglio non potevano essere colpiti da quelle autorità militari e di polizia, cui invece non ripugnò di catturare i dimostranti moribondi, che poi decedettero in stato d’arresto. Capovolgimento maggiore è difficile riscontrare negli annali giudiziari».

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