Migranti/Primapagina

Parlare d’accoglienza

È probabilmente poco popolare scrivere d’integrazione ed accoglienza, o almeno scriverne in un certo modo, a pochi giorni di distanza da ciò che è accaduto a Nizza, ad Ansbach, a Rouen. Scriverne in un certo modo nelle stesse settimane in cui la conduttrice del maggior telegiornale nazionale, il Tg1, durante le ore concitate in cui un ragazzo fa una strage in un centro commerciale a Monaco di Baviera, pur nell’assenza di qualsiasi notizia certa  mostra di voler accreditare con insistenza un movente islamista come causa degli eventi, dando luogo ad un indimenticabile siparietto con un ben più attento inviato nella città tedesca, che ribatte ad ogni affermazione della prima, smentendo quello che ha appena detto. Ed è probabilmente poco popolare scriverne in un certo modo nello stesso giorno (27 luglio 2016) in cui sul sito on line del maggior quotidiano nazionale, il Corriere della Sera, compare un articolo dal titolo «Dopo l’attacco in Francia, pronte ad intervenire in Italia le forze speciali dell’esercito», corredato da una fotografia di militari armati con armi da guerra e mascherati con il passamontagna, in grado più di intimorire che di rassicurare.

È poco popolare ma forse necessario. Soprattutto è forse necessario porsi delle domande a cui almeno io non ho risposte. Che non so neanche se siano ben poste ma che mi paiono del tutto pertinenti. Domande che sono le seguenti. Quanto, per usare le parole di Marco Revelli, le tante porte d’Europa che si sono chiuse, gli ottantamila scacciati dalla Svezia, l’infamia danese, il filo spinato macedone e ungherese, i turbamenti tedeschi, l’abominio di Calais con le migliaia di disperati della Jungle stretti tra il muro di ferro di Cameron col suo conservatorismo poco compassionevole e il disprezzo e le ruspe di Hollande col suo socialismo andato in fumo, hanno contribuito a creare quel clima in cui Nizza, Ansbach e Rouen, con il loro carico di orrore e di fanatismo, diventano possibili? Quanto politiche economiche che hanno indebolito i legami interpersonali, hanno causato lo sgretolamento delle comunità, hanno sostituito la solidarietà umana con la competizione senza limiti, hanno reso ancor più marginali i marginali, hanno contribuito a ciò di cui sopra? Quanto un discorso pubblico, una “narrazione” in cui istanze di tipo sociale, come l’integrazione e l’accoglienza, sono indicate come problemi da affidare a organi di polizia e sicurezza, hanno contribuito a ciò di cui sopra?

moving walls - giovanni cocco

Giovanni Cocco, “Moving Walls”, fotografia esposta nella mostra “Storie senza confini” durante l’edizione 2014 di Lectorinfabula

Non ho risposte. Ma ho letto un celebre pur se ormai non recentissimo (gennaio 2013) atto d’accusa del sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, che forse qualche risposta può fornirla. L’ho letto e riletto anche oggi, e malgrado il tempo passato mi sembra ancora attuale, perché al di là della questione contingente che denuncia, parla di com-passione e di con-divisione. Per questo, ne trascrivo ampi estratti qui in conclusione di questa mia nota:

«Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa. Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola? Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce. Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria Guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa  motivo di vergogna e disonore (….). Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umane a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene  consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza».

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