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Il simbolo della taranta

Lunedì 8 agosto prende il via la 19esima edizione del Festival de La Notte della la-terra-del-rimorso_neTaranta, nato nel 1998 con l’obiettivo di riscoprire e valorizzare la tradizione musicale del Salento e a promuoverne la fusione con altri linguaggi musicali. La manifestazione si conclude tradizionalmente con il «concertone» nel piccolo comune di Melpignano, quest’anno in programma il 27 agosto, con la direzione artistica di Carmen Consoli. 
Con il permesso dell’editore, pubblichiamo un estratto dal celebre volume La terra del rimorso di Ernesto de Martino (ed. il Saggiatore). L’autore (1908-1965), etnologo e antropologo, nel 1959 guidò una spedizione in Salento con l’obiettivo di studiare e indagare la cause dell’antico fenomeno del tarantismo. Il testo che segue è un estratto del capitolo «Il simbolo della taranta».

 

Di tutto l’ordine simbolico del tarantismo, la taranta costituisce il simbolo egemonico, il mito unificatore. Musica, danza, colori, selva, fonte, specchi, spade, funi o altalena, simbolismo stagionale posseggono nella taranta il loro centro di coordinazione e di unificazione, la norma fondamentale della loro coerenza. Noi dobbiamo ora esaminare più da vicino, sulla base della documentazione diacronica, la struttura di questo simbolo egemonico del tarantismo. La taranta avvelenatrice può avere varia grandezza e vario colore, anzi ha inclinazioni per questo o quel colore; è sensibile a diverse melodie, anzi il suo morso stesso è melodico; danza secondo il ritmo e la melodia che le sono congeniali; il suo morso, in tal modo partecipe a melodie, danza e colori, comunica a chi lo patisce corrispondenti inclinazioni e insinua nelle vene un veleno che dura finché la taranta vive, e la cui efficacia è estinta quando il tarantato attraverso l’identificazione agonistica della danza fa «crepare» la bestia avvelenatrice. La taranta morde nella stagione estiva, ma è possibile che il morso patito nel corso di un’estate si risvegli nelle estati successive, «rimorda»: segno che la taranta è ancora viva (o che ha trasmesso la sua eredità a sorelle, figlie, nipoti, secondo quanto non si ricava dalla letteratura antica ma dall’indagine etnografica). La taranta porta talora un nome di persona, si chiama «signora Faustina» o «signora Caterina», oppure semplicemente «la signora tarantola», come nell’esorcismo calabrese più sopra ricordato; dà ordini al tarantato, dialoga e viene a patti con lui, come fu accertato anche nel corso dell’indagine etnografica. In quanto persona ha carattere e inclinazioni: vi sono infatti tarante che comunicano comportamenti lascivi, ve ne sono di epiche che sollecitano a mimare comportamenti di potenza e di gloria e ve ne sono anche di melanconiche, che richiedono nenie funebri. Insomma la taranta si atteggia proprio come uno «spirito» che possiede e che l’esorcismo controlla. A questo proposito il Valletta non esita a sospettare fra i tarantati pugliesi molti «posseduti dal demonio», e ricorda il caso di una tarantata cui furono inutilmente impiegati gli esorcismi canonici, e che invece guarì con la danza e con la musica (…).

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Incisione da Phonurgia Nova del gesuita tedesco Athanasius Kircher, 1673

Come sì è detto più volte, la letteratura sul tarantismo, dal ’600 in poi, è interamente dominata dal presupposto della «riduzione» del tarantismo a una malattia: per far entrare il fenomeno nel loro modello esplicativo gli antichi autori lo amputavano di tutti i suoi momenti di autonomia culturale, e in virtù di questa amputazione ottenevano l’illusione che il modello prescelto fosse pertinente. Tuttavia prima ancora che l’argomento diventasse oggetto di indagine da parte di medici e di naturalisti, troviamo qualche accenno, nell’alta cultura del ’400 e del ’500 a una valutazione strettamente simbolica, sia pure occasionale. In uno dei manoscritti vinciani si legge questa concisa annotazione: «Il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè quel che pensava quando fu morso».176 A questa annotazione Leonardo non attribuisce carattere di conoscenza scientifica, poiché nella raccolta in cui è inserita gli animali vi sono fantasticamente sorpresi e fissati in un momento del loro comportamento che è simbolico di una virtù, di un vizio, di un ideale morale, di una passione. (…)

Non ci è dato indicare la fonte diretta da cui Leonardo attinse nello stendere la sua rapida annotazione sul morso della taranta, ma è tuttavia certo che la tradizione relativa era già nota e circolava nella letteratura De venenis, se nel trattato con questo titolo compilato fra il 1424 e il 1426 dal pesarese Sante de Ardoynis troviamo ricordata l’ideologia secondo la quale fin quando il veleno della taranta non sia dissolto la melanconia dei morsicati «persiste con quella immaginazione, inclinazione e pensiero in cui [i morsicati] erano al momento del morso».178 Ma nel de Ardoynis la connessione simbolica di Leonardo sta semplicemente come segnalazione di una delle meravigliose proprietà del veleno delle tarante: di tale proprietà il Ponzetti nel suo De venenis cerca addirittura, nel quadro delle conoscenze del tempo, di fornire un tentativo di spiegazione meccanica. Secondo il Ponzetti, il veleno della taranta si insinua col morso nella cute, e attraverso i nervi viene addotto al cervello, dove per il suo carattere terreo e adusto fa impedimento e blocca pensieri e propositi, costringendo la vittima a perdurare nello stato in cui versa al momento del morso. Sforzandosi poi di rendersi conto, con questa immaginata spiegazione meccanica, del comportamento dei tarantati – i quali danzano, ovvero mimano scene di grandezza e di preminenza sociale – il Ponzetti osserva che danza, canto e immaginazioni di potenza e di gloria costituiscono pensieri e propositi a cui più frequentemente i contadini si abbandonano per trarre ristoro dalle loro fatiche: si spiegherebbe così perché nel tarantismo – che colpisce per lo più i contadini – propositi di questo genere si manifestano a preferenza di altri, perdurando sino a quando, col cessare dell’azione del veleno, i propositi e i pensieri si sbloccano e riprendono il loro corso normale.

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La tarantata Maria di Nardò durante la cura domiciliare nel giugno 1959 – foto di Franco Pinna tratta dal libro La terra del rimorso di Ernesto de Martino (ed. il Saggiatore)

Negli autori successivi questa singolare particolarità del tarantismo, intesa sempre meno in senso simbolico e sempre di più innestata sul piano della conoscenza naturalistica, comincia a essere revocata in dubbio e a cadere in sospetto di favola popolare. (…) Se il tema della taranta come simbolo del cattivo passato nel quale la vita psichica è rimasta «bloccata» balena nella notazione vinciana, il tema della taranta come orizzonte di deflusso di questo cattivo passato trova il suo primo fugace e occasionale accenno nell’Antonius del Pontano. Proprio all’inizio del dialogo – che è una satira contro i grammatici, ma in cui è inserita anche un’altra satira sulle debolezze e i difetti delle varie popolazioni d’Italia – si narra come il Panormita soleva ripetere che i pugliesi eran gente felicissima, perché mentre gli altri uomini non han scuse per le loro pazzie, i pugliesi ne hanno sempre una pronta, cioè la tarantola, al cui morso essi attribuiscono i loro insani desideri, consentendone così lo sfogo sotto parvenza di onestà. E il Compatre, che qui ha la parola, continua ricordando come i pugliesi credono che il veleno dei ragni può avere vario effetto, e che vi sono dei ragni detti «concubitari» che stimolano le donne all’erotismo (al pari della «tarantola libertina» che abbiam ritrovato ancor oggi nel Salento durante la nostra esplorazione del 1959): le donne, continua il Compatre, son spesso morse da questo ragno, e quando ciò avviene è loro lecito e propizio chiedere liberamente e impunemente i maschi, non potendo in altro modo esser dissolto il veleno che le travaglia, onde poi, con questa scusa della tarantola, diventa per esse rimedio ciò che per altri sarebbe azione turpe e impudica. «Non ti sembra questa grandissima felicità?» chiede il Compatre; e l’altro: «Per Priapo, grandissima!».


A parte la malizia dell’umanista, fa qui la sua prima apparizione un germe di verità, per quanto occasionalmente gettato in tutt’altro contesto: e non importa se l’interpretazione attribuita al Panormita accentua troppo unilateralmente il contenuto erotico cui la «taranta» fa da orizzonte simbolico. Questo germe di verità andò smarrito nell’orientamento preso successivamente dalla ricerca a opera di medici come Epifanio Ferdinando e il Baglivi: infatti, in conformità della inclinazione medico-naturalistica dei due autori venne in primo piano il tarantismo non già come fenomeno culturale ma come stato tossico derivante dal morso di un aracnide velenoso. Il Baglivi, che considera appunto il tarantismo essenzialmente in questa prospettiva, fa valere solo in via del tutto subordinata e secondaria il fatto che le donne ne «simulano» talora i sintomi per avvalersi delle opportunità offerte dalla cura musicale, e per dar sfogo in tal modo alle loro passioni: fra le quali il Baglivi mette in primo luogo le «fiammelle d’amore» a lungo covate nella segregazione quasi claustrale imposta dal costume, senza possibilità di poter intrattenere con persone dell’altro sesso anche soltanto un’onesta conversazione. (…)

Possiamo ora tentare di comporre in una prospettiva unitaria i risultati dell’analisi della letteratura diacronica e quelli dell’indagine sul campo, e considerare in che senso è legittimo parlare del tarantismo come di una religione del rimorso. Con la parola «rimorso» siamo soliti intendere la pungente rammemorazione di una scelta mal fatta, e l’esigenza di una scelta riparatrice, che estingua il debito contratto verso noi stessi e verso gli altri. Nel rimorso così inteso la scelta cattiva sta interamente davanti alla memoria, e noi sappiamo con precisione di che cosa portiamo rimorso, anche se non sempre ci è possibile soddisfare «fino all’ultimo centesimo» l’esigenza di una riparazione. Nella crisi del tarantismo si tratta invece di un conflitto irrisolto in cui la presenza individuale è rimasta imprigionata, e che smarrito per la rammemorazione risolutiva torna a riproporsi come sintomo chiuso, cifrato, sottratto a ogni potenza di decisione e di scelta. Nella crisi del tarantismo il rimorso non sta nel ricordo di un cattivo passato, ma nella impossibilità di ricordarlo per deciderlo e nella servitù di doverlo subire mascherato in una nevrosi: e proprio per questo rischioso vuoto della memoria e per il conseguente carattere di «estraneità» che il sintomo mascherato assume per la coscienza, il simbolo del tarantismo configura come «primo morso» ciò che in realtà è «ri-morso» di un episodio critico del passato, di un conflitto rimasto senza scelta. (…)


Nel simbolo della taranta il rimorso appare alienato nel primo morso e nella ripetizione stagionale del nesso crisi-esorcismo, ma la vicenda mitico-rituale è orientata complessivamente verso la liquidazione delle passività psichiche, secondo una posologia «pro anno» che utilizza, con la collaborazione della comunità, il piano di evocazione e di deflusso del mito e del rito. Per questo orientamento il simbolo della taranta comporta un ethos, cioè una mediata volontà di storia, un progetto di «vita insieme», un impegno a uscire dall’isolamento nevrotico per partecipare a un sistema di fedeltà culturali e a un ordine di comunicazioni interpersonali tradizionalmente accreditato e socialmente condiviso: un ethos che, per quanto elementare e storicamente condizionato, e per quanto «minore» nel quadro della vita culturale dell’Italia meridionale, consente di qualificare il tarantismo come «religione del rimorso» e come «terra del rimorso» la molto piccola area del nostro pianeta in cui questa religione «minore» vide per alcuni secoli il suo giorno.

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