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Le serenate di Carpino, tra amore e «stramurtë»

Questo testo è un estratto dal libro I cantori e musici di Carpino dell’etnomusicologo Salvatore Villani (ed. i_cantori_e_musici_di_carpino_libro_mediumNota, Udine 2012) , una ricerca sull’antica tradizione musicale portata avanti nel piccolo comune garganico. In questi giorni è in corso la  ventunesima edizione del Carpino folk festival, manifestazione che si concluderà con un grande concerto il 10 agosto in piazza del Popolo con Cristiano De André, i Re Niliu e i Cantori di Carpino. Le testimonianze riportate sono di Andrea Sacco (1911-2006), Carlo Sacco (1923-2008) e Antonio Piccininno (1916), suonatori e cantori della tradizione carpinese.

 

Molteplici erano in passato le occasioni rituali per l’esecuzione dei repertori vocali e strumentali della tradizione orale di Carpino: la serenata, il lavoro nei campi, le feste, le questue – legate a precise occorrenze calendariali –, il Carnevale e i riti religiosi. Il momento più importante per i cantori e musici carpinesi era la serenata ad personam, per conto proprio, allorché era lo stesso innamorato ad essere il cantatore, o su commissione, con l’esecuzione dei sonetti (sunèttë). Le serenate si svolgevano durante tutto l’arco dell’anno, eccezion fatta per il periodo quaresimale: «Quella la canzone – dice Andrea Sacco – la portavamo sempre. […] Quando la volevamo portare. […] La quaresima no, non si andava cantando. Di canzoni non ne portavamo».

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Il ballo della tarantella, Carpino 2004 – foto Salvatore Villani

Le testimonianze orali raccolte rivelano, tuttavia, l’esistenza di due differenti tipi di serenate: la prima, denominata purtà la canzónë, prevedeva l’uso di strumenti musicali tipici della tradizione agro-pastorale, quali la chitarra battente e la chitarra francese; la seconda, denominata la serënatë, comprendeva strumenti della fascia urbano-artigianale, con l’eventuale presenza di chitarra battente e francese.

Ecco come ciò viene ricordato dai fratelli Sacco: «Si portavano le canzoni anche alle fidanzate […] e le serenate portavamo, ma le serenate nostre erano così a cantare, e poi c’erano quelli col mandolino, col violino e chitarra, pure la battente, quelli che sapevano accompagnare […] Anche clarino, clarinetto, assieme alle chitarre […] La portai anch’io una serenata col clarinetto, la trombetta, con la chitarra francese e con la battente, la portai alla fidanzata mia. Quella si chiamava proprio serenata, hai capito la serenata […] Pure la battente accompagnamento, con mandolino, la francese, insomma, la tromba, il clarino […] anche con il mandolino».

L’avvento della Seconda Guerra Mondiale ha segnato la fine di questa tradizione: «L’ultima volta che siamo andati cantando – ricorda Andrea Sacco – è stato prima della guerra. Il ’35, ’36, ’37, ’38, si andava ancora cantando. Poi il ’39 e ’40 non si andava più cantando». «Tengo a precisare – scrive Antonio Piccininno – che questi sonetti noi li cantavamo quando portavamo le serenate alle fidanzate, l’ultima volta nel 1940. Poi è venuta la guerra e dopo è uscita la radio, che non tutti avevamo e piano piano abbiamo lasciato quella usanza, come canto e come ballo. E la gioventù, da allora, hanno cantato canzoni moderne e così è finita l’usanza carpinese».

 

La serenata del tipo denominato purtà la canzónë si esprimeva attraverso due modalità performative: come serenata d’amore, per il corteggiamento della donna amata, o come serenata di sdegno, per screditare la donna o per provocare la rottura del rapporto amoroso. (…)

 

La serenata di sdegno (…) era caratterizzata da una breve successione di stramurtë (o trasmurtë) ad andamento sillabico. I testi dei sonetti di stramurtë, anche se di segno opposto rispetto a quelli d’amore, erano identici sia sotto il profilo testuale che su quello musicale. Queste serenate di disprezzo, il cui contenuto era particolarmente offensivo nei confronti della donna, erano di breve durata ed eseguite a debita distanza dalla casa della persona oggetto di sdegno. Spesso, avvenivano litigi particolarmente cruenti, fino a sfociare nell’omicidio, tra i familiari della ragazza alla quale veniva indirizzato lo stramurtë e l’amante respinto, come riporta Antonio Piccininno in un suo manoscritto: «A quei tempi con queste parole che venivano cantate un po’ a distanza dalla casa della ragazza, nascevano delle questioni anche di morte, le parole cantate non è che erano vere e con tutto questo eppure succedevano dei dispiaceri. Il sonetto a disprezzo lo chiamavamo trasmurtë

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