Migranti/Primapagina

La società aperta, unica strada per l’accoglienza

Il dilemma in cui si dibattono oggi le società occidentali, dopo i recenti attentati culminati nella strage di Nizza è: quale futuro per l’Europa? Quali misure sono in grado di garantire la sicurezza dei cittadini di fronte alla spietata violenza dei terroristi dell’Isis? Sembra che il tema della sicurezza sia diventato prioritario rispetto ad ogni altra emergenza o tale, comunque, da farci dimenticare le ragioni per cui siamo arrivati fin qui. Ragioni che sono alla radice delle possibili risposte che richiede la complessità di questo momento storico.

L’Europa si interroga, anche sotto la spinta dei populismi, se il modello di democrazia liberale ereditato dall’Illuminismo sia ancora attuale e, soprattutto, se sia una valida alternativa da proporre alle lusinghe delle scorciatoie identitarie dell’integralismo religioso. Per un certo verso proprio la nostra tradizione razionalista sembra arretrare di fronte ad un “fenomeno”, quello dell’integralismo islamico, di cui non riesce a definire con chiarezza i contorni e il fascino che suscita in tanti giovani. Un motivo sta nel fatto che oggi c’è una nostra difficoltà intrinseca nel vedere la religione anche come fatto sociale, come reale forza aggregatrice: la nostra storia, perlomeno recente, proprio per come si è sviluppata, tende a “confinare” il vissuto religioso quasi esclusivamente al piano individuale e alla sfera dello spirito, spogliandolo di quella forza identitaria e aggregatrice, che, invece, nelle società a matrice musulmana ancora conserva pienamente. Fino a trasformarsi, in casi estremi, in ideologia. La religione in questi paesi, in assenza delle grandi “religioni laiche” che hanno animato invece il nostro continente negli ultimi due secoli, rappresenta un elemento di concreta regolamentazione sociale oltre che individuale che non viene ancora messa in discussione.

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Orme di migranti sulla riva del fiume Evros, al confine tra Grecia e Turchia, 2011. Foto di Massimo Cocco – La fotografia è stata esposta a Conversano nella mostra Storie senza confini durante l’edizione 2014 di Lectorinfabula

La laicità illuminista in Europa ha separato potere temporale e spirituale e ha messo in luce con chiarezza come sia possibile una convivenza civile, basata su valori condivisi e su regole precise, che sono motivo di valorizzazione delle differenza piuttosto che di omologazione e di oscurantismo. Ma oggi la profonda incertezza sia economica che sociale in cui ci troviamo è un terreno molto fertile perché siano più i sentimenti di paura e di chiusura a guidare le decisioni politiche. Alla radice di fenomeni come la Brexit è ancora profonda la spinta populista all’arroccamento nel proprio modello sociale in difesa da un pericolo esterno che non si comprende e di cui non si capiscono le finalità. Ma che minaccia quel poco di benessere che si è conquistato. Una visione che tende a inquadrare perciò il terrorismo come una lotta tra poveri.

Ma puntare il dito sulla povertà e sulla disuguaglianza come unica radice del fenomeno integralista è non solo un errore ma una prospettiva che non porta lontano. È un fatto noto che molti terroristi dell’Isis o di Al Qaeda provengano da fasce sociali agiate. E lungi da ispirarsi a modelli altromondialisti, è proprio nell’efficienza della globalizzazione moderna e nelle sue storture che queste organizzazioni trovano la linfa sia finanziaria che politica per operare e crescere. Al di là dei proclami, il loro obiettivo non sembra tanto quello di islamizzare con il sangue le nostre società (fatto che le stesse comunità musulmane che vivono nei nostri paesi condannano a gran voce come pura eresia), quanto di guadagnare posizioni di leadership e di potere in uno scacchiere che coinvolge prevalentemente il futuro degli stessi paesi di quell’area che possiamo definire di cultura islamica. Dove la religione, o una determinata visione strumentale di essa, diventa il cemento ideologico su cui costruire progetti di controllo territoriale come lo Stato Islamico.

Come bene hanno notato alcuni osservatori, la questione riguarda prevalentemente il mondo musulmano, nel senso dell’origine del problema. E si riversa poi nei nostri paesi come reazione ad un modello che costituisce l’antitesi all’impianto ideologico professato da questo tipo di integralismo.  Se resta certamente vero che la crisi economica e le disuguaglianze sono la principale causa dell’immigrazione, resta altrettanto vero che, terrorismo o no, politiche di controllo più severe o meno, la trasformazione delle nostre società è una via senza ritorno. La competizione per attirare gli immigrati sarà nel futuro sempre più un elemento chiave nel successo o nel declino delle nazioni e delle nuove metropoli perché il bacino mondiale cui attingere per rinnovare la forza lavoro si restringerà a mano a mano che i nuovi paesi emergenti diventeranno più ricchi e meno giovani. E in questa competizione, le nuove metropoli giocheranno un ruolo economico ma anche politico fondamentale. Quale modello di governo, infatti, adotteranno queste città e come risolveranno i conflitti sociali legati allo sviluppo, alla distribuzione delle risorse, alla crescente immigrazione dalle campagne verso le città e dal sud del mondo verso il nord? Come sarà distribuito l’accesso alle opportunità?

Per poter gestire milioni di persone, di origine e di estrazione sociale diversa, potrebbe prevalere un modello di sviluppo caotico e politicamente instabile, come quello dei paesi islamici dove prosperano Isis e Al Qaeda o di molte città africane, con gruppi di persone legate tra loro dall’identità di origine e/o religiosa, ma separati tra loro e potenzialmente in conflitto, o il modello autoritario in stile cinese.  Ciò che oggi ancora si sottovaluta è il fatto che coloro che cercano un nuovo futuro nei nostri paesi lo fanno in maniera definitiva. Per ricostruire qui una vita dignitosa e sicura. Esattamente ciò che il fanatismo integralista che prospera nella logica della contrapposizione non vuole.

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Operazione Mare Nostrum, salvataggio di 443 naufraghi siriani a bordo di un peschereccio da parte della fregata FREMM Bergamini della Marina Militare al suo primo impiego in questo tipo di operazioni. 2014-06-05 © Massimo Sestini – La fotografia è stata esposta a Conversano nella mostra Storie senza confini durante l’edizione 2014 di Lectorinfabula

In ultima analisi, i primi nemici di questo fanatismo sono proprio gli uomini e le donne che vogliono costruirsi un futuro da cittadini a pieno titolo nei loro nuovi paesi. Dove l’identità religiosa diventa un’opportunità di ricchezza e di crescita, di conoscenza piuttosto che isolamento. Ecco perché, proprio per gli stessi musulmani questo momento storico rappresenta un’opportunità unica. Ma che richiede, da parte nostra, la reale volontà di costruire società aperte piuttosto che muri. Dal punto di vista buddhista la risposta è scontata: centrale in questa pratica è il concetto di compassione e di identificazione nell’altro. Senza giudizio e puntando sulle risposte più sagge, più opportune piuttosto che su quelle giuste. L’esatta antitesi di un modello ideologico esclusivo. Ma la tendenza delle odierne politiche è di gestire le immigrazioni con soluzioni temporanee, che contribuiscono ad alimentare aspettative inevase e conflitti sociali, invece che valorizzare il patrimonio di queste comunità puntando su una reale inclusione sociale fondata sui diritti riconosciuti. Se in alcuni paesi come la Svezia che ha nominato una ministra dell’Istruzione di 29 anni, ex profuga bosniaca e musulmana, o Londra che ha oggi un sindaco di fede islamica e figlio di immigrati pachistani, nella maggior parte dei casi, purtroppo, manca una strategia complessiva e di lungo termine per affrontare questo problema.

Per affrontare l’ulteriore profondo mutamento delle nostre società che sta avvenendo già oggi, sono necessari nuovi strumenti di gestione, ma soprattutto nuovi strumenti di comprensione che vedano la diversità come opportunità. È necessario, prima che sia troppo tardi, che si sia già realizzata l’inversione di tendenza culturale dalla chiusura verso l’apertura e la disponibilità sincera all’accoglienza. Senza la riscoperta di parole d’ordine come lavoro e diritti e legalità i fenomeni migratori resterebbero ingovernati. Questa battaglia non può che iniziare da una nuova “etica della responsabilità”, da un’alleanza tra i cittadini, i soggetti del mondo produttivo e le istituzioni cui spetta il compito di tradurla in azioni che garantiscano concretamente proprio quei diritti.

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