Storia/Terzapagina

Il velo in testa ieri e oggi

Lo scorso giugno è uscito per Il Mulino il libro A capo coperto – Storie di donne e di veli di Maria Giuseppina Muzzarelli, docente di storia medievale nell’Università di Bologna. Pubblichiamo un estratto dal capitolo «Il velo in testa ieri e oggi».

Come l’arte figurativa ci mostra in centinaia di esempi, nell’età medievale e moderna molte donne, se non tutte, andavano a capo coperto. L’adultera o la penitente non portavano niente sul capo, le altre, giovani e meno giovani, si coprivano il capo, o quanto 27d872acover26417meno acconciavano i capelli in modo da dare l’idea della copertura, per strada, in chiesa ma anche in casa. Confermano il dato molte e diverse fonti, dalle norme suntuarie alle testimonianze letterarie. Queste ultime parlano del velo come emblema della bellezza femminile ma anche come ostacolo. All’epoca del «bel velo» di Petrarca si realizzavano con questo oggetto copricapi alla moda che aggiungevano grazia, mentre appena simbolica era la funzione di celare alla vista. Restava, almeno in teoria, la duplicità intrinseca alla natura del velo destinato ad animare storie diverse, anzi opposte: velo che nasconde, che sottolinea il riserbo, che segna il passaggio da uno status di soggezione a un altro analogo ma in obbedienza a una persona diversa – dal padre al marito – e insieme velo che attrae gli sguardi, che adorna, che attiva un gioco di seduzione. Infine, tertium, velo che indica una resilienza. Resilienza nel senso di reinterpretare una tradizione-imposizione in modo tale da trovare gradita la pratica del velo o quanto meno accettabile l’obbligo, sempre che si avesse coscienza o anche solo una vaga percezione della copertura del capo come di un’imposizione. Era possibile che vi fosse questa consapevolezza in quanto i predicatori sostennero l’idea che andare a capo coperto era un obbligo, ma al tempo stesso si trattava, come è stato più volte ribadito, di un costume diffuso da secoli e quindi quasi automatico adottato dalle donne anche a fini di eleganza inventando varianti e inedite soluzioni. (…)

Il Novecento è stato definito anche il «secolo dello svelamento», in riferimento a quanto accaduto in Turchia, in Iran, in Egitto, in Tunisia o in Algeria sotto la spinta di una modernizzazione promossa dai governi o imposta dai colonizzatori non senza violente polemiche. (…) Nemmeno oggi e nemmeno negli ambienti occidentali nei quali da molti decenni le donne vanno a capo scoperto senza che ciò dia luogo a questioni o illazioni mancano discussioni e contrapposizioni. Le diatribe riguardano la copertura del capo delle donne di cultura musulmana che vivono nelle città occidentali. (…)

addolorata

Processione della desolata durante il Sabato Santo, Canosa di Puglia, aprile 2005 – foto tratta dal volume A capo coperto – Storie di donne e di veli di Maria Giuseppina Muzzarelli

Il disagio che questo oggetto carico di storia produce in chi non usa più coprirsi il capo o in chi non potrebbe né oserebbe chiedere alle donne di coprirselo dà luogo a conseguenze di ordine diverso. Da una parte si è realizzata una sorta di cancellazione collettiva della lunga storia della copertura della testa delle donne in Occidente e dall’altra si è affrontata la pratica musulmana vedendo in essa una forma di insulto alla laicità, alla «libertà» di vestire come si vuole e soprattutto alla parità uomo-donna in luogo della subordinazione femminile al potere maschile. Laicità, libertà e parità: conquiste faticosamente raggiunte quasi ovunque in Occidente, da presidiare con cura. Evocare una laicità compromessa dal velo indossato a scuola dalle studentesse musulmane rivela come la cancellazione della storia della copertura del capo in Occidente non abbia in realtà avuto pienamente luogo. La cultura occidentale non riesce a vedere in quel velo un velo e basta. Davanti alle musulmane velate scatta in molti una presa di distanza e insieme un inquietante riaffioramento della copertura del capo delle donne occidentali come prescrizione e come subordinazione. L’identificazione fra capo velato e costrizione viene posta quasi automaticamente come se non fosse possibile la scelta di coprirsi il capo, eppure molte donne velate affermano di farlo liberamente e lottano per vedere riconosciuto il diritto di velarsi. (…)

La copertura del capo è entrata progressivamente e definitivamente in disuso nel secondo Novecento senza una specifica connessione con il maturare di posizioni volte a favorire la libertà delle donne. Non sono state in altre parole le lotte femminili per l’emancipazione e per la parità fra i generi, ricercate e in molti ma non in tutti i settori raggiunte, a far cadere veli e cappelli ma, come già era accaduto alla fine del Medioevo con la trasformazione della copertura del capo da limite in elemento di attrazione, è stata la moda in realtà a liberare le teste femminili da ogni o quasi copertura e sempre la moda ha fatto sparire i copricapi maschili con poche eccezioni. Nemmeno in chiesa è ormai richiesta la copertura del capo, sparita dal nuovo Codice di diritto canonico promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983. La liquidazione degli ultimi scampoli di questo uso ha avuto inizio negli anni Sessanta con la crisi del modello di eleganza borghese. Se fino ad allora nessuna signora ben educata e rispettosa delle regole sociali sarebbe uscita di casa «in capelli» né si sarebbe tolta il cappello una volta raggiunto un ambiente chiuso, che fosse un teatro o una casa privata diversa dalla propria, oggi è raro l’uso del cappello o del foulard se non in pieno inverno, in caso di pioggia o per qualche cerimonia e comunque sempre per scelta individuale. Abbiamo perso il velo, ce ne siamo liberate o, forse meglio, è caduto in disuso. Il foulard ha segnato in un certo senso la svolta, ha accompagnato il trapasso e ora, sparito anche dal collo delle nostalgiche e, magari visibilmente griffato, dal manico delle loro borsette, appare saldamente insediato in testa alle musulmane.

 

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