Lectorinfabula/Storia

Sawdan, l’ultimo emiro di Bari

La dominazione musulmana su Bari durò oltre vent’anni, dall’847 fino all’871. Una 9788842096580storia poco conosciuta a causa della scarsità delle fonti dell’epoca. Gli emiri di Bari furono tre: Kalfun, che governò per cinque anni, Mufarrag ibn Sallam, che durò tre o quattro anni, e Sawdan al-Mazari, che rimase alla guida fino alla caduta nell’871. Pubblichiamo un estratto dal volume Sotto il segno del leone – Storia dell’Italia musulmana del medievista Amedeo Feniello (Laterza 2011) in cui racconta proprio la storia dell’ultimo emiro Sawdan, spietato e colto, astuto e ospitale. Feniello, coordinatore della Scuola storica nazionale di studi medievali annessa all’Istituto storico italiano per il Medioevo, sarà ospite del festival Lectorinfabula di Conversano (Bari) in due appuntamenti: giovedì 15 settembre alle 20.30 parlerà della storia delle «narcoeconomie» (con Cecilia Ferrara, modera Filippo Giannuzzi) e venerdì 16 settembre alle 10.30 parlerà del libro Sotto il segno del leone (modera Ludovico Fontana).

Il nuovo emiro Sawdan è, insieme con l’aglabita Ibrahim, l’unico altro personaggio musulmano del jihad italiano di cui possediamo un profilo a tutto tondo. Carnale, violento, spregiudicato, diviene il modello del saraceno per la pubblicistica occidentale. L’incarnazione stessa del male. Sacrilego, «spada dell’indignazione divina», impissimus latro, pestifer, crudelissimus, nequissimus ac sceleratissimus rex Hismahelitum. Certo Sawdan fu crudele, ma anche colto e saggio. Governa Bari per un tempo non breve: probabilmente per più di 15 anni. I primi tempi della sua ascesa al potere vengono dipinti coi colori che ci aspetteremmo, della collera e del saccheggio. Invade le terre beneventane, devasta Capua, Conza, guarda a Napoli, scende nel territorio ducale, si accampa fuori città. Per l’Anonimo Cassinese «non passava giorno che non uccidesse cinquecento o più uomini, e sedendo sui mucchi di cadaveri mangiava come un cane puzzolente». (…) La guerra e il saccheggio in terra di infedeli sono opere di merito verso Allah. Ciò che l’emiro compie non è contrario alla fede, fa parte del suo compito di credente. Sawdan è un devoto, come il suo predecessore. E come Mufarrag ritiene indispensabile che arrivi la legittimazione dal califfo. Nell’861 invia in Egitto un suo ambasciatore, richiedendo, ancora, l’agognata investitura. Che arriva un anno dopo, quando il nuovo califfo al-Mustain dà l’ordine di concedere il legittimo titolo di emiro.

L’emirato barese è al suo apogeo. Una provincia di frontiera, ma compresa nel novero del mondo musulmano. I saraceni hanno una forza militare schiacciante. Percorrono tutto il Sud praticamente incontrastati. Bari cresce. La Puglia diventa terreno di immigrazione musulmana. La città è attorniata da una corona di castelli. Dall’alto della sua moschea, la voce dei devoti del profeta può correre lungo il Meridione. La città ospita musulmani che arrivano un po’ dappertutto: spagnoli, cretesi, siciliani, berberi e africani. Ed ebrei: una fonte importante per conoscere da vicino Sawdan. Le impressioni sono legate al racconto di uno dei più grandi ebrei della storia del Sud, Ahimazz Ben Paltiel di Oria, l’autore del Libro della Genealogia, il Sefer Yuhasin. Ahimazz vive due secoli dopo gli avvenimenti di Bari. Ma ha molto sentito. Conosce, per tradizione, la storia della sua gente, la gente della comunità ebraica di Oria. Dove il nome dell’ultimo emiro a volte ritorna, in chiaroscuro. (…) Per Ahimazz, l’emiro è arrogante, insolente, perfido e astuto. Un uomo che cerca, con ogni mezzo, di accrescere il proprio potere. (…) Però, accanto a questo racconto, Ahimazz ci presenta l’altra faccia di Sawdan. Meno fosca, di un uomo intelligente, duttile, colto. Ospitale e magnifico. (…) In definitiva, un altro personaggio. Di altra umanità, che, per certi versi, rispecchia un altro episodio, accaduto tra l’864 e l’866, di cui siamo a conoscenza in presa diretta dal racconto di una delle persone coinvolte, il monaco Bernardo, un franco, che giunge a Bari insieme a due suoi compagni (uno spagnolo e un beneventano), per recarsi in pellegrinaggio in Terra Santa. I tre vengono da Roma, dove hanno ricevuto la benedizione direttamente dal papa, Nicola I, e per poter proseguire il viaggio verso Oriente hanno bisogno di due cose: di salvacondotti e del permesso di poter viaggiare su navi saracene. Entrambi li può fornire solo Sawdan. Sembra paradossale, ma i tre si rivolgono all’emiro senza paure o grandi timori: arrivano con la loro richiesta e l’emiro non li tratta da infedeli. Non li fa cacciare dalla città. Non li perseguita. Anzi, fa provvedere che tutto vada a buon fine. (…)

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Carta d’Italia secondo il geografo Edrisi (1154)

Tra i potentati longobardi come a Roma alla corte papale è chiaro a tutti che solo facendo convergere sulla Puglia quante più forze è possibile, da mare e da terra, è possibile eliminare la presenza musulmana sul continente. Ne è consapevole anche l’imperatore franco Ludovico II. E, come lui, anche il rappresentante della maggior forza presente nel Mediterraneo orientale, il basileus di Costantinopoli, Basilio I, consapevole che la difesa degli interessi imperiali passa attraverso la stabilizzazione della situazione nel Sud Italia. È necessario trovare un’intesa, un patto che non può che rafforzare entrambi. Parte uno scambio di negoziati, di promesse comuni, col medesimo obiettivo: debellare il nido di vespe barese. Ma non è una cosa semplice. Tra i due schieramenti imperiali le incomprensioni sono tante: li tengono lontani secoli di polemiche politiche e religiose, nonché differenze di lingua, cultura, tradizioni, costumi, come le contese sul titolo imperiale.

I sospetti crescono, e con essi i malintesi. Il più marchiano avviene nella primavera 869. Una delle tante follie della storia militare. L’imperatore franco assedia Bari da terra, la città sembra poter cadere da un momento all’altro. È allo stremo. Basta solo aspettare: attendere la flotta bizantina per attuare il blocco dal mare, decisivo. Il colpo finale. È questione di mesi, forse giorni. Ma Ludovico decide di lasciare l’assedio. Ha ricevuto notizie da suo fratello, Lotario, che ha bisogno di lui. È in ballo un divorzio che il papa non vuole accordare. Perciò deve tornare a nord. I consiglieri restano senza parole. Si cerca di fermare l’imperatore. I presenti lo invitano a desistere. Sappiamo che c’è una flotta di duecento navi greche in arrivo, guidate dall’ammiraglio Niceta Orifa, gli dicono. Rimaniamo qui. Aspettiamo, aggiungono. L’imperatore non cede. Lascia l’accampamento, e a Bari resta solo un piccolo contingente. Ludovico parte per Benevento, dove arriva a giugno e incontra il fratello. Passa qualche mese. A settembre, davanti alla città pugliese si assiste a uno spettacolo sorprendente. I bizantini sono arrivati. Non con duecento bensì con quattrocento navi, che a ventaglio si dispiegano davanti al litorale. Convinte che Ludovico sia lì, con tutto il suo esercito. Invece, la sorpresa. Dal mare non si scorge che qualche tenda, poco movimento, un centinaio d’uomini. L’ammiraglio bizantino, dopo aver saggiato per un po’ le difese saracene, alza i tacchi. Furioso. Tanti sforzi per niente. E torna con la flotta a Corinto. Il giudizio bizantino sull’intera vicenda non poté che essere che i franchi «erano buoni solo a perder tempo, in pranzi e feste». E al giudizio segue, in buona sostanza, la brusca rottura dei contatti diplomatici. Un episodio di follia militare che, d’altra parte, dà la possibilità a Sawdan di trasformare la disfatta in una nuova occasione di reazione. Con un rapido colpo di mano, ruba centinaia di cavalli ai cristiani e dà inizio ad una rapida sortita che colpisce il principale santuario della gens longobarda e uno dei più importanti della Cristianità, San Michele al Gargano. Un colpo di maglio, dal forte contenuto psicologico, per fiaccare il morale dell’avversario.

La guerra terrestre procede in maniera confusa, con combattimenti, scontri, scaramucce, senza continuità e senza ordine. Intanto, gli imperiali cercano di ricucire i rapporti con Bisanzio, senza la quale la guerra non può essere vinta. Tutto avviene però senza convinzione, senza volontà da entrambe le parti. Le diffidenze reciproche non riescono ad essere superate. Tuttavia la situazione barese diviene, di momento in momento, più difficile. Tra lo Ionio e l’Adriatico la presenza della flotta bizantina non consente più alla città di essere rifornita in uomini e mezzi dalla Sicilia, da Creta, dall’Africa. L’assedio si stringe. La città è sola. Qualche aiuto cerca di portarlo l’emiro della piccola enclave musulmana di Amantea, conosciuto come Cincimo, forse la storpiatura di Simsim, che sfrutta i legami che ha con la Sicilia e con Napoli. Ma l’attacco alle truppe franche, il giorno di Natale, fallisce. Così si giunge all’assalto finale, che scatta il 3 febbraio 871. Le truppe franche finalmente riescono ad entrare in città. L’emiro Sawdan cade prigioniero. Non viene ucciso: gli si salva la vita, per avere a suo tempo custodito e rispettato una figlia del principe longobardo Adelchi, presa in ostaggio.
La storia saracena di Bari finisce qui. (…)

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Opera di Raffaele Armense (1852-1925) raffigurante la liberazione di Bari dall’assedio dei saraceni nel 1002. Dipinta sul sipario del teatro Petruzzelli, fu distrutta nell’incendio che devastò il politeama nel 1991

Sawdan, da parte sua, non muore a Benevento. Adelchi lo lascia libero, grazie al patteggiamento effettuato con Uthman, il nuovo governatore di Taranto. Qui, qualche tempo dopo, ritroviamo Sawdan: in una città che si è rafforzata, grazie agli aiuti dell’emiro di Qayrawan, Muhammad Ibn Ahmed, invischiata nella solita spirale di attacchi, violenze e distruzioni. Ancora per qualche anno vengono devastate le terre intorno a Bari e Canosa, il Beneventano, di nuovo l’alta valle del Volturno, Telese, Alife. L’ultimo emiro di Bari riacquista gran parte dei suoi titoli e, sicuramente, il suo prestigio. Non muore da sconfitto. Non completamente. E torna a fare quello che sapeva fare meglio, il condottiero e il razziatore, daccapo «procurando ai cristiani – come dicono i cronisti – molti mali» (multaque postea cristianis mala induxit). Il suo destino si chiude verosimilmente nell’assedio dell’880, quando il generale Leone Apostippo recupera in modo definitivo Taranto all’impero bizantino. La parabola, finalmente, si chiude. Di questo personaggio astuto, violento e saggio, che sembra non ridesse mai. Conscio, come lui stesso pare abbia detto guardando un carro e considerando come le parti delle ruote scendano e salgano, che «in questa immagine si riassume l’incerta e incostante felicità degli uomini, di come ci gonfiamo di instabile superbia e come possa accadere che, una volta caduti in basso, si possa tornare da una umile condizione ad antiche dignità».

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2 thoughts on “Sawdan, l’ultimo emiro di Bari

  1. Bravo Sergio… E’ su questi temi che occorre ritornare, per riscoprire in modo più oggettivo i fatti e le comunità sociali d’epoca. Le cui tracce non si riscontrano solo a Bari ma in tutto l’entroterra del Barese: nei toponimi; nelle pietre; nelle strutture abitative e di difesa… Considerato che Matera, nello stesso periodo, era caposaldo arabo importantissimo sulla via delle Murge e di collegamento per Taranto. Onore ai cronisti del tempo e al prof. Giosuè Musca,, per averci raccontato degli avvenimenti nel suo testo “L’Emirato di Bari”.

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