Lectorinfabula

Gli italiani e il mare: la razza di chi rimane a terra

In Mammiferi italiani – Storie di vizi, virtù e luoghi comuni (Laterza 2016), la giornalista mammiferi italiani.jpgRaffaella De Santis traccia un ritratto degli italiani attraverso trenta racconti paradossali che sfatano tutti i «sacri valori italici». L’autrice, che scrive sulle pagine culturali de la Repubblica, sarà ospite del festival Lectorinfabula di Conversano (Bari) in due appuntamenti. In particolare, venerdì 16 settembre, alle 22, parlerà del suo libro e dei vizi degli italiani con Michael Braun, Colin Crouch, Marina Lalovic e Thierry Vissol (conduce Rosa Polacco). Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, il capitolo del libro dedicato al rapporto degli italiani con il mare, dal titolo «La razza di chi rimane a terra».

Il duce amava l’acqua. Al termine di un comizio a Palermo, nel 1937, si fece accompagnare alla spiaggia di Valdesi e dopo essersi svestito nella cabina del prefetto si tuffò come suo solito per farsi un bagno e dare mostra delle sue doti di nuotatore. Lo raggiunsero un po’ di persone, un numero sufficiente ad ammirare la sua inimitabile nuotata. Qualcuno si tuffò dandogli la possibilità di gareggiare nelle bracciate. Furono quaranta minuti di “acclamazioni”: un successo. Oggi farebbe meno scalpore, ma allora gli italiani si reggevano a malapena a galla. Popolo di navigatori, ma non di nuotatori. Attaccati alle coste, come agli scogli. Popolo di pescatori poveri, avvinti al mare per necessità, mai per amore. L’Italia è il mare che nega la vastità dell’oceano. La terra del Mediterraneo, destinata a diventare sempre più piccola dopo la scoperta dell’America.

È vero, i marinai dalle nostre parti non hanno avuto vita facile. C’è poco da cantare. Perfino a Venezia, città acquatica per eccellenza, con un passato glorioso di repubblica marinara. Tanto che alla fine dell’Ottocento, il professor David Levi Morenos cercò di risolvere il problema dei cosiddetti “figli del mare” – che alle nostre latitudini non erano i cacciatori di balene di cui parla Carl Schmitt in Terra e mare – ma i disgraziati figli di pescatori, scugnizzi privi di ogni cultura, vittime dei padroni delle barche e il più delle volte neanche capaci di pescare. Per formarli Morenos trasformò una barca in una scuola ambulante: la Scilla, consegnata dal ministero della Marina nel 1905, diede asilo a molti orfani di marinai per “educarli al mare”.

la-nave-asilo-scilla

La nave asilo Scilla nel 1906 – tratta dalla mostra “Dietro la lavagna” a cura dell’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea

Non è mai stata questa, però, la Venezia in grado di attirare i viaggiatori stranieri. Non quella dei monelli senza arte né parte, ma quella dei fasti che celebrava le ricchezze dei commerci, la città che riaffermava la sua essenza equorea nel rito simbolico dello “sposalizio del mare”. Carl Schmitt lo descriveva così: “Ogni anno il giorno dell’Ascensione – la sensa – il doge della Repubblica di Venezia usciva in mare a bordo della nave ufficiale da parata, il Bucintoro, e gettava un anello tra i flutti quale segno del legame con il mare” (Terra e mare, 1954). E quel mare incantava i viaggiatori romantici provenienti da tutti i Paesi europei, poeti e artisti come Byron, Musset, Wagner, Barrès. Per noi invece il mare era la misura del nostro asservimento. “Il Mare era solo uno schermo, non proprio inventato, su cui si proiettava il doloroso spaesamento, il ‘male oscuro di vivere’”, scriveva Anna Maria Ortese nella prefazione a Il mare non bagna Napoli (1953). Il mare era semplicemente la libertà che ai poveri era negata.

Nel 1959 Pier Paolo Pasolini percorre la costa italiana per realizzare un reportage per la rivista “Successo”. Arrivato in Calabria, descrive lo spaesamento di una terra che sembra uno scenario western, niente affatto addolcita dal blu delle acque che la lambiscono: “Lo Ionio non è mare nostro: spaventa”. Allora il mare intimoriva, tanto che gli stessi ragazzi di vita preferivano buttarsi nelle acque di un Tevere putrido, sotto le arcate di Ponte Sisto, e poi sdraiarsi al sole sull’erba sporca della riva, molto diversa dalla sabbia del litorale. Pasolini stesso pare non fosse un grande nuotatore. C’è un ricordo che lo vede entrare in acqua timoroso tenendo la mano del suo amico Giorgio Bassani, diffidente come lo sono in genere le persone che vengono dalla campagna. Siamo gente un po’ selvatica, come canta Paolo Conte: “Ma che paura ci fa quel mare scuro, che si muove anche di notte e non sta fermo mai… Genova per noi che stiamo in fondo alla campagna, e abbiamo il sole in piazza rare volte, e il resto è pioggia che ci bagna” (Genova per noi, 1975).

Non c’è mai stato niente di romantico nell’atteggiamento della maggior parte degli italiani verso il mare. Non è così per Byron che, nel 1822, diede fuoco alla salma di Shelley, l’amico morto a causa di un naufragio, cospargendolo di olio per farlo bruciare meglio e salutandolo con un rogo funebre sulla spiaggia della Versilia. Poi, compiuta la cerimonia, si buttò in acqua per raggiungere la sua barca. Solo per gli altri, le onde azzurre del mare italiano celebravano i riti eroici e solitari della poesia romantica, prima che quelle coste diventassero posticini deliziosi e affollati per villeggianti in costume da bagno. Su quelle stesse spiagge nel XIX secolo sarebbe andato di moda bere il flip, un cocktail spumoso che mischiava birra, rum e uova, ormai introvabile. A Monterosso c’è chi ricorda che, negli anni tra le due guerre, la sera lo stabilimento balneare si trasformava in sala da ballo e dal paese arrivavano gruppi di danzatori vestiti di bianco, con camicie candide aperte sul petto. Qualche anno dopo, appena entrati nei Sessanta, gli spensierati villeggianti si sarebbero divertiti al ritmo di “guarda come dondolo, guarda come dondolo con il twist, / con le gambe ad angolo, con le gambe ad angolo, ballo il twist…”.

Ci piacerebbe, forse, essere un popolo di eroi e navigatori alle prese con la grandezza del mare selvaggio. Ma oggi il mare è tutt’al più una metafora abusata: “I tuoi occhi hanno lo stesso colore del mare” (c’è qualcuno che ha ancora il coraggio di dirlo?). L’acqua italiana è una mamma diventata pigra, che al momento si accontenta di spiaggette organizzate, lettino e ombrellone tutto compreso. Non siamo affatto il Paese del mare e del sole. Per esserlo avremmo dovuto percepire quegli elementi come naturali. Invece la spiaggia l’abbiamo inventata, al cinema e nelle canzonette: “Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare”, “L’estate sta finendo e un anno se ne va”… La spiaggia fa parte di un ricordo infantile, bello perché irripetibile. Ognuno ha la sua spiaggia, dolce nella memoria anche quando era ammassata di sdraio e ombrelloni. Nel film del 1971 In nome del popolo italiano, diretto da Dino Risi, Vittorio Gassman, nella parte di un industriale responsabile di grandi disastri ecologici, racconta al magistrato Ugo Tognazzi delle vacanze con la famiglia in un grande albergo tra Anzio e Nettuno mentre l’altro parla delle sue estati a Cesenatico nei primi anni Trenta. Una foto, la famiglia schierata a riva, il mare alle spalle: “Ricordo che mio padre era sempre vestito di bianco e io portavo la frangetta alla Jackie Coogan”. “Io mi mettevo la sabbia nelle mutandine per fare il pancione”. Poi, dopo gli anni spensierati del boom, già nei primi anni Settanta, il mare di colpo diventerà nell’immaginario comune un deposito di scarichi industriali. Il mare è una trappola. Le spiagge modello Saint-Tropez sono durate molto poco, il tempo di una canzone: “Vivere senza malinconia, vivere senza più gelosia. Senza rimpianti, senza più conoscere cos’è l’amore…”.

Viene in mente Falsetto, la bellissima poesia di Eugenio Montale in cui il poeta guarda Esterina, una ragazza ventenne e vitale, buttarsi in acqua con disinvoltura mentre lui non riesce a farlo: “L’acqua è la forza che ti tempra, / nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi: noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo / come un’equorea creatura / che la salsedine non intacca / ma torna al lito più pura”. Noi, italiani terragni, siamo negli ultimi due versi: “Ti guardiamo noi, della razza / di chi rimane a terra”. Più voyeur che marinai. Più inclini ad andare in spiaggia con anguria panini e cotolette panate, sul modello della Famiglia passaguai di Aldo Fabrizi, che a vivere un Mercoledì da leoni. I nostri nonni andavano al mare vestiti. I nudisti, i naturisti, i topless e i cocktail vista tramonto sono venuti dopo.

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