Lectorinfabula

Lectorinfabula – Il racconto dei volontari

SOS Europa

Colosseo, fori imperiali, strade, acquedotti: questi gli elementi che hanno reso grande quel popolo che per secoli ha dominato incontrastato il Mediterraneo. Ma cosa ha fatto sì che il dominio romano si perpetuasse dinastia dopo dinastia, imperatore dopo imperatore? Questo l’interrogativo cui Romano Benini, giornalista economico, docente di politiche del lavoro, e autore del libro L’Europa di oggi come l’impero romano?ed Ennio Triggiani, direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari Aldo Moro, hanno cercato di dare risposta giovedì mattina nel dibattito tenutosi nell’auditorium San Giuseppe ad apertura del festival Lectorinfabula.

Un festival che cerca risposte, pone interrogativi, ma soprattutto un festival che guarda il mondo dove va.  E lo fa proiettandosi nel futuro, interrogando il passato e osservando il presente. E se inflazione, clientelismo, crisi monetaria, corruzione a primo impatto sembrerebbero un ritratto pasticciato dell’Europa di oggi, Benini, con queste parole, presentava la fase di declino dell’impero quando l’identità che per anni aveva saldato popoli e realtà distanti e differenti viene a sfaldarsi provocandone la dissoluzione definitiva. Sono passati duemila anni da allora, ma la storia, magister vitae, sembra ripetersi. Cosa è cambiato? O meglio: cosa non è cambiato?

Fondamento della Roma imperiale era l’idea di identità, di progetto comune: ai popoli sottomessi non venivano promesse ricchezze o ricompense,  ma il privilegio di ritenersi cittadino romano, di appartenere a quella cultura e stile di vita, di parlare quella lingua evitando così ribellioni intestine e abbattendo i confini geopolitici. D’altronde «perché farsi guerra quando gli interessi sono comuni?». Un sistema per cui non appena il senso di appartenenza e il concetto di identità sono venuti meno, l’impero è crollato. Ecco: l’Europa, oggi, si ritrova a dover affrontare questa carenza di identità dovuta all’assenza di politiche sociali che permettano sviluppo e progresso e di una concezione della diversità in quanto stimolo per il miglioramento della collettività, piuttosto che motivo di frattura sociale. La soluzione sarebbe recuperare quel motto che ha accompagnato la nascita dell’Unione Europea: «unità nella diversità». Recuperare, dunque, quel senso di appartenenza che permetta a ciascuno di sentirsi cittadino europeo, di non ritrovarsi di fronte a muri e fili spinati, attraverso la promozione di una cultura che vince le diversità e annienta i conflitti. L’alternativa? Tornare agli stati nazionali, tornare ad ingabbiarci, tornare a chiuderci nei nostri bunker individuali. Ma sarà davvero questa la vera identità? (Ilaria De Marinis)


S/murare il Mediterraneo

Nel corso della storia del nostro pianeta l’uomo ha assistito alla costruzione di muri fisici e mentali. Il nostro mare, il Mar Mediterraneo, un tempo luogo di scambio, è divenuto esso stesso un muro. L’obiettivo di professori universitari come Paola Zaccaria, Luigi Cazzato e Filippo Silvestri, presenti ad uno degli incontri d’apertura del festival, è quello di recuperare l’idea del Mediterraneo quale elemento e luogo di coesione.

S/murare il Mediterraneo è il titolo di un libro (a cura di Cazzato e Silvestri) che vuole obbligarci a guardare, attivamente, una realtà che sta cambiando e sta riportando l’uomo verso l’individualismo. Ma soprattutto ci invita a guardare «il mondo che noi vogliamo escludere»: è il mondo di chi emigra in cerca della terra promessa e purtroppo non sempre riesce a raggiungerla. Non è un caso se il New York Times definisce il Mar Mediterraneo il mare più pericoloso del mondo. Cosa possiamo fare per abbattere questo muro d’acqua? «Smontare la categoria dell’altro», ricordando le nostre origini meticce. (Silvia Savini)


Solidarietà

«First solidarity, then justice. Justice is the result of solidarity. (Daniel Leisegang)
In tempi di crisi come questi, le istituzioni richiedono solidarietà, mentre la polarizzazione e le divergenze sembrano  essere elementi tristemente dilaganti nella società attuale, in cui la fiducia nelle istituzioni e nell’identità europea è crollata drasticamente. Gli stessi che continuano debolmente a nutrire fiducia nell’Unione europea, pensano che essa comunque non tuteli i loro interessi. Nel chiostro di San Benedetto, i relatori Antonia Carparelli, Daniel Leisegang, Marc-Olivier Padis e Szabolcs Pogonyi, tengono un dibattito condotto da Wojciek Pryzbysky, sull’idea di solidarietà in Europa. La parola solidarietà indica uno sforzo di empatia verso gli altri. «La richiesta di solidarietà sottintende una mancanza di giustizia». Antonia Carparelli, consigliere economico della Commissione europea, fa notare come la connessione con il Welfare State sia evidente. «Solidarietà è dovere. È stata una prescrizione imposta dalla fondazione dell’Europa di come dobbiamo essere».

Marc-Olivier Padis, direttore della rivista Esprit, si fa portavoce dell’esperienza francese e racconta di come in Francia si spenda più per gli anziani (pensioni) che per i giovani (scuola, università), con il triste risultato di ignoranza e scetticismo sul concetto di solidarietà. «Solidarietà è cosa sei disposto a pagare per gli altri. Ciò che riserviamo ai più poveri è meno dell’1% del Welfare State. Siamo, dunque, molto lontani da una solidarietà a livello europeo». «Alcuni filosofi sostengono che il Welfare State funzionerebbe se ci fosse più ignoranza, sarebbe meglio non sapere a chi diamo i soldi». «Non ha un concetto chiaro della solidarietà chi ha votato “leave” in Inghilterra: hanno votato contro i loro interessi».   Questa morbosa sfiducia generale rischia di sfaldare l’intero progetto di costruire un’Europa unita e ci si chiede se tutti i limiti finanziari imposti faranno sopravvivere i Welfare nazionali. (Valentina Carvutto)


Migrazioni, accoglienza, respingimenti

La partenza, il viaggio, l’arrivo (?):«Molti partono per migliorare e molti per sopravvivere». Chi erige un muro contro i migranti deve necessariamente fare i conti con i motivi che li spingono ad abbandonare la propria terra in cerca di condizioni migliori, sia economiche che ambientali. Delle migliaia di persone giunte sul suolo europeo soltanto una piccola parte è controllata. E la restante? «Vive sotto il ricatto del caporalato», pur di sopravvivere.

 

Di tutto questo solo una parte viene raccontata dai media locali, e spesso in maniera distorta. Probabilmente è necessario un maggior controllo sulla qualità delle notizie in modo tale da far comprendere meglio la necessità di un’ integrazione. Noi stessi siamo figli di un incontro fra varie culture. Nel chiostro di San Benedetto, nella prima giornata del festival, i relatori (Giuseppe Loprete, Ugo Melchionda, Marica Di Pierri e Leo Palmisano, moderati da Claudia Bruno) spronano i loro ascoltatori ad informarsi meglio e a controllare la veridicità delle informazioni riguardanti questo fenomeno. (Gianmaria De Pandis, Silvia Savini, Simone Susca)


Civiltà/Religioni

C’è e ci sarà sempre l’occasione di rendere creativo e fertile il confronto tra una data cultura e le alterità che per nostra fortuna la storia ci presenta e ci presenterà continuamente. Quando però si guarda ai tempi che corrono, questa possibilità di confronto positivo va via via sfumando e porre un freno risulta quasi impossibile. Questo il punto di partenza del dibattito “Civiltà/Religioni”, affrontato da Gian Paolo Accardo, Franco Cardini, Ilaria Guidantoni e Thierry Vissol nella serata del primo giorno di festival. Un dibattito in cui, prendendo in esame la questione islamica, si è cercato di capire attraverso lo sguardo critico dei diversi ospiti, le varie sfaccettature di questo fenomeno che avanza inesorabile, investendo la vita di ciascuno.

La civiltà è costituita al suo interno da realtà compatte che possono solo scontrarsi: questo il punto di partenza della discussione che ha visto scontrarsi pareri e idee diverse. Il primo punto di un’analisi che se osservato con rigore sociologico può funzionare, ma che a livello storico crea delle problematiche e degli scontri, come appunto quello che vede oggi contrapporsi da un lato la civiltà occidentale, dall’altro quella islamica. Sarebbe necessario l’intervento di una civiltà che faccia da sponda: una civiltà di pari forza e profondità, ma con diversi principi che possa fare da contro altare alla civiltà occidentale. La civiltà islamica, infatti, a ben vedere ripropone aspetti e caratteristiche di quella occidentale in una chiave del tutto nuova. Questo perché, seppur in aperto scontro, la civiltà occidentale ha passato il testimone a quella islamica: le università, le scienze, lo stile di vita nei paesi islamici sono infatti ereditati dalla “nostra” cultura, la cultura greca e romana trasmessa nel Mediterraneo per secoli, plasmata, senza rinunciare a mezzi poco raffinati, tremendi e tragici, nel quadro di un’ideologia salda e concreta, base per un possibile potere estraneo a quello più solitamente considerato: non va infatti confusa civiltà islamica con religione islamica. Il reale scontro non è infatti tra religioni, ma tra poteri: petrolio e confini geopolitici, sono solo alcune delle ragioni alla base del “conflitto”, senza tener conto delle colpe di cui si sono macchiati Stati Uniti ed Europa. In realtà non si può parlare di guerra, bensì di terrorismo: un fenomeno reticolato, sommerso che vede nelle classi dirigenti i reali nemici.

Dove vanno ricercato le radici di tale fenomeno? La storia insegna che sin dall’Ottocento, il colonialismo si è fatto portavoce di una visione diversa dell’uomo: un uomo che andava educato perché inferiore. Il secolo successivo ha conosciuto una forma di colonialismo statale per cui lo Stato si appropria di territori garantendo in cambio costruzione di strade, ponti  e scuole. Le vicende attuali, invece, stanno assistendo all’espansione di un colonialismo dettato dalle multinazionali di ogni Paese, la altresì detta globalizzazione: un potere regolatore che incentiva le disuguaglianze, che a loro volta generano povertà, per cui occorre necessariamente trovare riparo. A questo punto ci si ritrova di fronte ad un bivio: religione o rivoluzione. Quest’ultima passa per l’affermazione della giustizia sociale per cui collettivamente si accetta una gerarchia interna alla società. La religione, invece, se inizialmente viene sfruttata dal potere, in seguito cerca di affermare il proprio ordine, le proprie norme, divenendo così altamente pericolosa. La religione islamica e il Corano di conseguenza, costituiscono tuttavia un’eccezione: dopo una serie di concetti ideologici (Dio è grande, gli infedeli verranno puniti…) lascia spazio ad un messaggio chiaro e diretto ai capi, una denuncia urlata e rimasta inascoltata per troppo tempo. Si tratta di un bisogno: il bisogno di riappropriarsi delle proprie ragioni, dei propri diritti che tramite politiche vantaggiose per i padroni, vengono demolite. Consapevoli che le terre di cui dovrebbero detenere il possesso, permetterebbero loro di essere i più ricchi, si ritrovano a vivere nella miseria più infima per cui o si annega, subordinandosi al  padrone, o si reagisce, nel modo peggiore, quello dell’orrore e del terrore, così che ci si possa accorgere della loro presenza e ascoltare i loro interessi. Ma come insegna Franco Cardini: «non abbiamo nessuna ragione scientifica per sostenere che un sistema è migliore di un altro, a meno di affidarsi al determinismo storico o alla legge della giungla, per cui chi vince ha ragione perché vince». (Ilaria De Marinis)


Dialogo sulla società del Terzo Millennio

Il chiostro di San Benedetto ha fatto da cornice al dialogo tra Ezio Mauro e l’editore Giuseppe Laterza, introdotto da Giuliano Foschini (giornalista di Repubblica). «Ci cibiamo della vita degli altri»: queste le parole di Ezio Mauro, ex direttore e oggi editorialista di Repubblica, per descrivere una società che corre senza sosta, dove l’individuo viola l’intimità altrui attraverso l’ormai tanto discusso Internet. Nel mondo dei social, dell’informazione online dove «tutti sanno tutto e subito», si salta la mediazione professionale tanto cara, invece, al giornale cartaceo.

Eppure si dovrebbe avere la garanzia di un’informazione solo lì dove c’è competenza e autorialità riguardo alla notizia data.Inevitabilmente legato al mondo dei media è il tema della paura verso il terrorismo e l’altro. Lì dove l’informazione si trasforma essa stessa in terrorismo psicologico si scorge un malessere più ampio e che pervade l’intero Paese: una politica, o ancor meglio, una democrazia in crisi. La democrazia, che dovrebbe farsi carico delle inquietudini del proprio cittadino e dell’altro, e invitare ad una accoglienza responsabile, si mostra claudicante agli occhi dei più attenti. Per combattere le incertezze di una nazione è necessario «sapere» e la conoscenza del singolo dipende dagli altri, come sostiene Laterza. Agire per il bene individuale significa agire per la collettività. (Silvia Savini)


Strade parlanti

Nella mattina della seconda giornata del festival, Ines Pierucci ha presentato alle classi liceali di Conversano la crew rap Bari Jungle Brothers. Anche loro fanno parte della generazione digitale: la loro musica, che si fa portavoce del «nostro Sud», sfrutta al massimo i social media. Tutti d’accordo nell’affermare la necessità di sfruttare i nuovi strumenti di comunicazione in maniera responsabile e con la consapevolezza di non dimenticare la necessità di interagire con la gente attivamente e al di là di un semplice schermo.

I Bari Jungle Brothers hanno raccontato la loro storia; hanno spiegato le differenze tra vita reale, sul palco e dei social media: tre vite parallele e allo stesso tempo che si fondono l’una con l’altra. Nei loro racconti emerge, inoltre, l’urgenza di spingere le nuove generazioni ad abbattere tutti quei muri che vengono innalzati, paradossalmente anche dal mondo dei media, per la paura dell’altro. L’incontro non poteva concludersi in modo migliore se non con queste parole di Revo, meglio noto come Reverendo: «Le persone che avranno più successo saranno quelle che non si fermeranno al dato superficiale diffuso online». Un monito per le nuove generazioni ma anche quelle passate. (Silvia Savini)


Rifondata sulla bellezza

Il turismo è ormai una grandissima risorsa, la capacità di valorizzare le bellezze e i beni locali rappresenta la capacità di un paese di confrontarsi con se stesso e con i paesi esteri. Perciò per rendere un paese appetibile dal punto di vista turistico, «non basta possedere semplicemente dei bene. Bisogna saperli raccontare», caratterizzarli attraverso storie, antiche e ormai quasi perdute, ha detto il giornalista e fotoreporter Emilio Casalini, autore del libro Rifondata sulla bellezza, nel corso dell’incontro che si è tenuto nella chiesa di San Benedetto.

Molto importante, ha spiegato, è la coscienza dei propri beni  che, insieme alla conoscenza, garantisce un turismo evoluto, un turismo caratterizzato da turisti e viaggiatori curiosi e assetati di conoscenza. Manca la coscienza di prendersi cura del territorio, di narrare la storia della propria città, del proprio paese, della propria terra. Siamo abituati ad essere circondati dal bello e ciò ci ha portati a mettere da parte la tradizione, la storia del nostro patrimonio. Occorre rifondare la Repubblica italiana sulla bellezza, sul valore dei nostri beni.  Partendo dalle nostre passioni e mischiare all’offerta turistica che, almeno per ora, risulta essere un bellissimo gioiello ma impolverato, in attesa di essere riportato al suo splendore. (Simone Susca)



Propaganda

Perché i media tradizionali sono in crisi? Chi e perché tiene sotto controllo l’informazione «libera»? Perché parlarne ora? Sono domande a cui si è tentato di dare una risposta durante il dibattito tenuto in lingua inglese, nel chiostro San Benedetto, condotto da Judith Vidal-Hall, con Gian-Paolo Accardo, Daniel Leisegang e Thierry Vissol.

La rapidissima trasformazione dei media nel corso degli ultimi anni, ha determinato l’avvento di alcune problematiche. Oggi si fa politica sui social network: un hastagh, un tweet, un titolo accattivante che rapisce il lettore, e l’informazione è diffusa. Ma che tipo di informazione? Il lavoro della stampa è anche controllare se le notizie date sono vere, ma sui social network non c’è qualcuno che svolge un lavoro di fact-checking.

Come dice Leisegang, sui social media l’emotion  è più importante dei fatti. Si crea una sorta di «propaganda viziosa» in cui riceviamo un’informazione pilotata, scelta apposta per noi, assolutamente non oggettiva, che tende a fuorviarci e a manipolare le nostre idee. Casi come la Brexit e la campagna elettorale di Donald Trump sono un esempio di come la stampa ha fatto propaganda senza fact-checking e che ha riacceso la questione del controllo politico.

Secondo Thierry  Vissol dietro tutto questo c’è un motivo sociologico: la globalizzazione ha contribuito a rendere tutto uno spettacolo, complicando il lavoro del giornalista che dovrebbe compiere un lavoro di “filtro” dell’informazione, di controllo sulla veridicità di quello che viene detto. Quanti ammettono che scorrendo le notizie sulla propria bacheca aprono una notizia per meno di un minuto, contribuendo ad una visione orizzontale e superficiale dell’informazione? Ma allora cosa fare per scongiurare questa abitudine di tener sotto controllo l’informazione? Thierry  Vissol sostiene che lo Stato debba finanziare i fact-checker , ma fondamentale è l’educazione di giovani e adulti che devono saper approfondire e scegliere le informazioni affidabili. Accardo non crede nella regolazione della stampa: «Se dici c*****e,  -dice meritandosi un applauso fragoroso- la gente non deve più leggerti» (Valentina Carvutto)


Radici/Futuro

Il festival, quest’anno, ha dato vita ad un nuovo spazio interamente dedicato all’educazione. L’obiettivo è quello di «riflettere sull’educazione soprattutto ora che non è ben chiaro il nostro futuro» come sottolinea Rosanna Santoro che ha condotto l’incontro svoltosi a Santa Chiara.

La domanda più frequente della società odierna probabilmente è: «Dove va il mondo?». Rosy Paparella, garante dei minori della Regione Puglia, risponde così: «Noi non lo sappiamo, o meglio, abbiamo paura, probabilmente. Paura di sapere dove va il mondo e non sappiamo come dirlo ai più piccoli». In una realtà governata dalla tecnologia, spesso mal gestita, dove sempre più genitori spingono i propri bambini alla competitività è necessaria la presenza di qualcuno che li inciti a dialogare, ad effettuare un approfondimento su se stessi, come sostiene Liliana Liturri (esperta di pedagogia didattica sperimentale).

Il mondo si muove veloce, insieme al tempo ma «se noi accettiamo il nostro mondo con le sue brutture e siamo in grado di resistere, allora potremo far capire ai ragazzi che c’è un posto anche per loro», ha aggiunto Cesare Moreno, maestro elementare, anche chiamato “maestro di strada”. (Silvia Savini)


Industria 4.0

Nell’auditorium san Giuseppe si è discusso su una tematica in rilievo nell’ultimo millennio, ossia il rimpiazzo della manodopera umana da parte delle nuove tecnologie; nonostante l’assenza di Riccardo Staglianò (giornalista de La Repubblica e autore del libro Al posto tuo -così web e robot ci stanno rubando il lavoro), Giuseppe Gesmundo (segretario generale CGIL Puglia) ed Emilio Dalmonte (capo settore politico della Rappresentanza in Italia della Commissione europea) hanno argomentato in maniera coinvolgente tesi e antitesi di umanità sempre più tecnologica e digitale sotto la conduzione del giornalista tedesco Michael Braun (corrispondente dall’Italia di Die Tageszeitung e  collaboratore di Internazionale).

Nel corso del dibattito è stato inevitabile dialogare sul concetto di Europa e su ciò che è destinata a diventare nel corso del tempo: l’Unione europea dove sarà fra vent’anni? Una risposta realistica e definitiva è ancora difficile da dare, ma è ormai palese che la digitalizzazione stia cambiando la nostra routine, e di conseguenza le esigenze di un’ intera comunità, con una rapidità che il genere umano non è capace di gestire.

Il progresso tecnologico non ha sconvolto soltanto il settore industriale, ma in maniera particolare il divario tra il ceto sociale più ricco e quello medio; ad esempio, se un negozio non dispone di ciò che ci soddisfa maggiormente, abbiamo la possibilità di non aspettare e ordinare online da portali come Amazon o eBay.

Il mestiere di commesso viene sostituito da un link, di questo passo si prevede che, tra qualche decennio, persino il corriere non sia più una figura umana, ma un automa computerizzato. «Non bisogna pensare solo al domani, bensì al dopodomani», è stato detto,  e infatti è con l’informazione e con la propria coscienza che si può rispondere o pressoché immaginare il giusto compromesso tra manodopera umana e robotica. (Flavia Buonasora)


Utopia/Ideologia

La parola utopia è un vocabolo usato spesso nel linguaggio comune, ma in  quanti sanno realmente il suo significato? Nel modo di pensare di oggi il termine assume un’ accezione negativa e viene intesa come sinonimo di impossibilità. Il termine fu coniato da Tommaso Moro per descrivere un luogo di realizzazione umana in contrapposizione alla realtà. Essa può rappresentare sia una linea guida su cui , orientativamente, basare delle azioni future ma anche un’ illusione.

A detta dello storico David Bidussa l’ utopia nasce con un’ idea di decontaminazione dal mondo reale in cui i progetti, le proposte, i pensieri e  la creatività della mente umana  prendono forma poiché l’ utopista non vuole che il suo domani sia come il suo presente. Ultimamente invece accade il contrario di quello detto prima, ci si accontenta del presente e anzi si spera che il domani sia come l’attuale e che per reinvestire su un futuro «Utopico» bisogna ibridare tutto come le lingue e le culture e non avere paura di sognare e di guardare al futuro  come fanno in Uruguay con ottimi risultati nella vita quotidiana, come ha ricordato il giornalista Leonardo Martinelli. (Gianmaria De Pandis)


Democrazia/Populismo

La definizione di populismo è di «atteggiamento ideologico che esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi». Ma è realmente così? E se così non fosse, cos’è il populismo? Come può influenzare la realtà democratica? Questi gli interrogativi sviscerati durante il dibattito «Democrazia/Populismo» condotto da Giovanna Casadio, giornalista de la Repubblica.

«La nascita di questi movimenti deriva, oggi, dalle difficoltà nel dar risposte alle domande del popolo. Prima queste risposte venivano date sul piano religioso, ideologico. Ora, i cambiamenti nella struttura sociale hanno fatto sì che queste identità si siano via via indebolite promuovendo così l’affermarsi dei movimenti populisti». Queste le parole del politologo e professore emerito alla Warwick University, Colin Crouch.

A detta di Carl Henrik Fredriksson, past president di Eurozine, l’avvento del populismo rappresenta altresì il segno della crisi della democrazia: «il populismo non è un’ideologia, come il socialismo o il comunismo, ma una modalità di fare politica, che si afferma quando la distanza tra i decisori e gli influenzati dalle decisioni, aumenta». Sempre secondo Fredriksson, è fondamentale, allora, che i partiti abbiano ancora un ruolo nel sistema democratico, perché “in una società come quella attuale, si va affermando un nuovo tipo di democrazia: la democrazia elettronica. Una democrazia che potrebbe provocare l’eliminazione dei rapporti face to face per cui si parlerà di democrazia impersonale, base per un terribile e pericolosissimo impoverimento».

«Occorre riscoprire l’antica modalità del foro, perché si rischia la spersonalizzazione e con la spersonalizzazione è molto più facile che le pecore si riuniscono in gregge e seguono un capo», ha continuato Piero Ignazi, ordinario di scienze politiche presso l’Università di Bologna, editorialista de la Repubblica e L’Espresso, che ha poi sottolineato come «l’insoddisfazione del popolo, dovuta all’idea di non sentirsi rappresentati e all’aumento del senso di distacco dall’élite, generi un’ostilità tale da caratterizzare questi movimenti come aggressivi».

Ernst Hillebrand, direttore della Friedrich-Ebert Stiftung, parla invece di populismo come di un’etichetta problematica che un’élite generalmente affibbia ai differenti tipi di politica che non rientrano nelle proprie linee di governo. In realtà, secondo l’esperto, occorrerebbe una maggiore specificità e criticità in tale definizione.

Conclusione del dibattito è stata la constatazione che la vera minaccia per la democrazie non è la nascita del populismo, «luna nascosta della democrazia che si invera attraverso il rapporto diretto tra popolo e classe dirigente, senza il bisogno di istituzioni intermediarie»(Ignazi), ma piuttosto la crescente disuguaglianza sociale. E se capire il populismo significa capire come funziona la democrazia, le domande da porsi adesso sarà allora «Quanta disuguaglianza può ancora sopportare la democrazia?». (Ilaria De Marinis)


L’alba del 1914

«Sapere aude, osate conoscere»: si conclude con questa citazione del filosofo tedesco Immanuel Kant, l’incontro tenuto da Thierry Vissol, consigliere speciale per i media e la comunicazione della Commissione europea, e Silvio Suppa, ordinario di Storia delle dottrine politiche presso l’Università di Bari. Una conversazione, più che un incontro, dove ospiti e ragazzi si sono confrontati, partendo dalle pagine tra le più tristi della nostra storia, fino ad arrivare ai tempi che corrono, alle situazioni attuali, ai problemi che più ci vedono protagonisti. Un intervento appassionato, dinamico e coinvolgente che partendo dal concetto di nazione, premessa indispensabile per poter parlare di quella che è stata la storia del secolo scorso, si è via via trasformato in un invito alle future generazioni a guardare il mondo dove va, a capirne le dinamiche, per prendere in mano la situazione e costruire una realtà diversa, migliore. Un giro nei meandri del passato più recente per recuperare un’idea di nazione  non in quanto «guerra all’altro», ma come spunto per un grande dialogo sulla diversità;  una concezione di cosmopolitismo non come muro, ma piuttosto come opportunità di conoscenza.  Perché il vero sviluppo dell’umanità si costruisce sull’assenza di confini, sulla necessità di apertura; le frontiere sono delle cerniere: sta a noi scegliere se aprirle o chiuderle.

«Informatevi e fate la rivoluzione! Non vi piacciono i partiti, createne dei nuovi! Il futuro è vostro, iniziate a remare!» ha esclamato T. Vissol, e a seguire Suppa :«Cessate di essere spiriti dispersi in questo universo. Dovete combattere! Imparate ad urtare i vostri nemici! Non siate semplici spettatori di uno spettacolo recitato da pessimi autori: siate voi i protagonisti!». (Ilaria De Marinis)


Sotto il segno del leone

«Molto spesso dimentichiamo di essere stati musulmani», così Sergio Chiaffarata introduce Amedeo Feniello, medievista italiano. Feniello, durante tutto l’incontro, ha proposto ai ragazzi, presenti nella Sala degli Aranci del Palazzo Vescovile di Conversano, una serie di episodi che dal Medioevo riesce a ricollegare ai giorni nostri. Ha cercato di far emergere l’attualità del passato, anche sottolineando il meticciato della nostra cultura.

Lucera, 1300 circa, viene effettuata una razzia di tutti i beni dei musulmani che abitavano la città ad opera dei soldati di Giovanni Pipino, in accordo con Carlo II, aiutati da un «infame» (come lo definisce Feniello) che tradisce il suo popolo per salvarsi. Più di 700 anni dopo: Secondigliano, dei ragazzi vengono legati, fatti inginocchiare e uccidere all’interno della scuola in cui Feniello lavorava. Segno dello scoppio di una guerra tra due gruppi del territorio. «La nostra scuola venne chiusa per quindici giorni» perché era d’intralcio al prosieguo dello spaccio nella piazza vicina. Due realtà lontane e allo stesso tempo vicine: il concetto di «controllo del territorio» nato nel Medioevo si ripresenta nella Campania descritta da Feniello. La radice di ogni “fenomeno di lungo periodo”, come la camorra, la mafia, quindi, non sono altro che retaggi del passato insiti nel dna dell’uomo. (Silvia Savini)


Le relazioni pericolose

«Il farmaco è un prodotto che genera profitto, non un atto di benevolenza» (Luigi D’Ambrosio Lettieri).
Delle pericolose relazioni tra le multinazionali farmaceutiche e il mondo della ricerca si è parlato sabato nel dibattito tenutosi a Santa Chiara, condotto da Edoardo Altomare, con gli interventi di Adriana Ceci, pediatra e farmacologa, Luigi D’Ambrosio Lettieri, senatore e presidente dell’Ordine farmacisti della Provincia di Bari e Giancarlo Logroscino, professore associato in Epidemiologia e Neurologia presso l’Università di Bari. «Ci sono un sacco di ciarlatani e scandali che hanno riguardato il mondo della sanità – ha cominciato Altomare – che minacciano di compromettere la fiducia dei cittadini nei confronti del mondo della medicina, ad esempio il metodo stamina».

Secondo Adriana Ceci «c’è un cortocircuito tra aziende farmaceutiche e paziente: questa è la vera relazione pericolosa». Inoltre, aggiunge: «I medici non hanno più gli strumenti per comunicare la complessità della scienza. Occorre educare la popolazione a diventare furbi e far crescere l’informazione di qualità». Questa sorta di «alfabetizzazione medica» viene condivisa da Logroscino che suggerisce una divulgazione scientifica e un maggior dialogo tra medici e pazienti, come succede negli Stati Uniti. «Negli Stati Uniti – sostiene – c’è controllo dell’attività e dell’informazione scientifica da quando hanno capito che la scienza è un bene di tutti. Chi deve gestirne i risultati? Gli scienziati o la politica? La politica». (Valentina Carvutto)


Il valore della memoria

»Non è tanto ricordare il passato quanto ricordarlo alla luce di quello che succede oggi» (Marina Losappio).
Nell’ultimo giorno del festival, Santa Chiara ha fatto da cornice ad una tematica complessa: le barbarie della Shoah. L’incontro, condotto da Margherita Manghisi, ha visto protagonisti Carlo Greppi, storico italiano e Marina Losappio, presente all’evento in rappresentanza dell’associazione Presìdi del libro. Carlo Greppi dice che la memoria per la storia è fonte, e sottolinea anche come sia necessario istruire la gente affinché possa vivere in maniera adeguata i luoghi della memoria.

É necessario fare questi viaggi. È necessario ricordare, perché la storia influenza davvero il presente e il futuro, come sostiene Greppi. Ma è necessario farlo in modo responsabile, facendo un uso oculato delle fonti. Altrimenti si continuerà a dar vita a falsi miti, come quello che dipinge gli italiani quali i “buoni” della guerra.
«Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo» (Primo Levi). (Silvia Savini)

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