Arte

Leandro, unico primitivo

È in corso fino al 30 settembre la mostra Leandro unico primitivo, dedicata al pittore e scultore salentino Ezechiele Leandro (1905-1981), artista autodidatta e fuori dagli schemi la cui opera più famosa è il Santuario della Pazienza, allestito a partire dal 1962 nel giardino della sua casa-museo a San Cesario di Lecce. La mostra, curata da Antonella Di Marzo, Lorenzo Madaro, Brizia Minerva e Tina Piccolo (catalogo Claudio Grenzi Editore), è dislocata in varie sedi: San Cesario di Lecce (distilleria De Giorgi e Santuario della Pazienza), Lecce (museo provinciale Castromediano) e Bitonto (galleria nazionale Devanna).

Era un visionario, attraverso la sua ricerca artistica ha creato nuove visioni, nuovi mondi, tutti da decifrare. Ma «Leandro ha avuto la sfortuna di operare in un luogo geograficamente dimenticato da ogni volontà politica e lasciato al di fuori per secoli, lontano dagli scambi culturali e restio, sempre per incapacità e presunzione politica a raccogliere e recepire qualsiasi forma di cultura artistica e non, che non fosse quella ufficiale: ecco perché è stato quasi da tutti schernito, denigrato e ignorato», come ha suggerito nel 1981 lo scultore Nino Rollo. Ezechiele Leandro è difatti un caso “a parte”, un outsider autentico nel panorama artistico pugliese – e italiano ed europeo, visto anche l’interesse che il suo lavoro sta suscitando in diversi contesti certamente extralocali – del XX secolo. Sfatiamo innanzitutto un mito: Ezechiele Leandro non era un naïf, aveva una sua cultura visiva molto radicata – dal mosaico della cattedrale di Otranto a Duchamp, per esempio, chiaramente passando per Picasso – ma allo stesso tempo è stato in grado di concepire un suo alfabeto, rivoluzionario, proprio perché primitivo, sincero, impenetrabile e sconfinato. Nonostante ciò dalla storiografia locale, anche da quella cosiddetta accademica, è sempre stato considerato un autore in qualche modo inconsapevole, bensì avesse una considerazione – anche abbastanza alta – di sé. Secondo Ilderosa Laudisa – e il suo parere lo condividiamo pienamente – Leandro era «Un autodidatta […] che ha voluto nascondere dietro la celia e la ribellione quanto veniva apprendendo. E per mantenersi in un clima di autenticità e coerenza, ha creduto di dover apparire anche più ignorante di quanto non fosse» (1981).

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Santuario della Pazienza – foto Beppe Gernone

Nato il 10 aprile 1905 a Lequile, in Salento, viene poi affidato alle cure dei frati del paese. Intorno al 1932-1933 inizia a realizzare le prime opere, ma poi si verifica l’improvviso trasferimento in Africa, dove lavorerà quasi due anni come minatore, poiché i problemi economici – nel frattempo si era sposato ed era nata la prima figlia – non gli consentivano di vivere a San Cesario di Lecce, paese in cui si era trasferito con la moglie dopo il matrimonio. A contatto con la cultura indigena africana, apprende le tecniche di lavorazione del colore, generato da calibrati amalgami tra le terre e le materie primigenie, che saranno fondamentali durante una lunga fase della sua ricerca pittorica. Immagino che lì abbia attinto anche dal repertorio rigoroso ed estremo della cultura figurativa africana, chissà. Nel 1946 apre un’officina di affitto, riparazione e vendita di biciclette, lavora come cementista e rottamaio, utilizzando il cortile della sua casa come deposito. A metà degli anni Cinquanta costruisce la casa in via Cerundolo, dove impianta le opere plastiche concepite fino a quel momento. Nel 1957 dipinge la prima opera utilizzando come base una vecchia tela e già questo è un gesto che ha un’intensità in qualche modo rivoluzionaria: appropriarsi di un manufatto altrui per reinventarlo, per cambiarne i connotati. Più tardi, guardando alla lezione Dadaista, lo farà anche con gli oggetti e i materiali di risulta. Ha inizio così la sua frenetica attività pittorica, stimolata da un immaginifico universo popolato da arcane figure, in un continuo sussulto emotivo, tra sogno e incubo, radici profondamente religiose e bagliori di imprevedibile visionarietà.

Leandro è vorace, dipinge su svariati supporti senza tener conto della loro “durata” futura e con un’urgenza irrefrenabile. Opera su formati medio-piccoli, ma anche di grande respiro, come si evince ad esempio da una serie di grandi opere proposte nel 1992 nel Palazzo Marulli di San Cesario in una mostra curata da Gianfranco Coppola. La stessa calibrata frenesia espressiva caratterizza il suo “Santuario della Pazienza”: Leandro inizia l’edificazione del suo capolavoro nel 1962, lo “ambienta” nel giardino adiacente al suo personale museo, dove aveva nel frattempo allestito una panoramica della sua attività pittorica. Ezechiele osserva la natura e le credenze popolari, da cui estrae esseri dalle fattezze antropomorfe e animali arguiti da un bestiario fantastico. Nella sua pittura, così come nei gruppi statuari del “Santuario della Pazienza”, emergono altresì espliciti riferimenti all’iconografia cristiana, con scene ispirate alle Sacre Scritture, come la Passione di Cristo, l’Inferno, il Paradiso e il Purgatorio, la Madonna, affiancati a scene profane, come il gruppo di musicisti – purtroppo in parte distrutto e in parte trasferito “altrove” in tempi recenti –, da cui emergono strumenti veri e propri assemblati al modellato in cemento e a materiali di risulta. Già, il recupero, il riutilizzo: Leandro aveva compreso in tempi non sospetti l’importanza di queste eco-pratica, i gruppi plastici del suo “Santuario” sono stati concepiti tenendo conto di questo principio, assemblando brandelli di vecchie piastrelle, a piatti, bottiglie e bicchieri assemblati a ferri e materiali di riuso, il tutto amalgamato nella dura pelle del cemento.

Leandro era ben cosciente della sua grande “impresa”, il Santuario della Pazienza e il suo “museo personale”. Oltre ad aver pagato regolarmente una tassa per l’affissione di un segnale che indicasse il suo museo all’ingresso del paese, auspicava un riconoscimento “ufficiale”, che non è mai arrivato. Da una video-intervista, oggi disponibile su YouTube, emerge quel senso di frustrazione verso l’incomprensione della gente comune e delle istituzioni verso il suo Santuario. Aveva previsto anche la distrazione delle istituzioni e degli “esperti”. Ma finalmente lo scorso anno è arrivato l’ok della Soprintendenza dei beni storici, artistici ed etnoantropologici di Puglia, grazie anche all’interesse dell’ex ministro dei beni culturali Massimo Bray: il “Santuario della Pazienza” è un bene culturale. Ma la situazione lì dentro è comunque drammatica: i danni del tempo – e dell’uomo – stanno usurando l’impianto straordinario di quel luogo speciale che i centri di ricerca sull’arte outsider europea ci invidiano. Il vincolo, seppur importante, non basta. Ci vuole un repentino intervento di restauro. Lo dobbiamo a Leandro e alla storia dell’arte.

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