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Come fu assassinato Giuseppe Di Vagno

Il 25 settembre del 1921 fu assassinato a Mola di Bari da una squadra di fascisti il deputato socialista Giuseppe Di Vagno. Al politico, originario di Conversano, è intitolata la Fondazione “G. Di Vagno (1889-1921)”, editore di Pagina. Pubblichiamo, nell’anniversario della morte, un testo di Gaetano Salvemini (1873-1957), dal titolo «Come fu assassinato Giuseppe Di Vagno», pubblicato sulla rivista Il Ponte nell’ottobre 1952.

Pochi in Italia ricordano che Giuseppe Di Vagno, deputato socialista appena trentenne della provincia di Bari, fu assassinato da una squadra di fascisti a Mola di Bari, il 25 settembre 1921. Forse i lettori del «Ponte» prenderanno un qualche interesse a sapere come quell’uomo fu assassinato, e come i suoi assassini se la cavarono per il rotto della cuffia, prima nel regime fascista e poi e definitivamente nel regime postfascista. Le presenti notizie sono ricavate dalla requisitoria pronunciata dal Sostituto Procuratore Generale, Vitangelo Poli, dinanzi alla Corte di Assise di Potenza, nel luglio 1947, e da una memoria che lo stesso Avv. Poli ha avuto la bontà di preparare per me.

Nella primavera del 1921 sorse anche a Conversano (provincia di Bari), città originaria di Di Vagno un «fascio». Nacque dal partito liberale, «anzi gli stessi locali servirono ad ospitare il fascio» (deposizione dell’avv. ,Paolo Troia, nel processo per l’assassinio). La parola «liberale», come tutti sanno, ha detto in questo secolo tutto a tutti. Salandra, liberale, nella primavera del 1921 si proclamò «fascista onorario»; cioè la parola significava allora «conservatore e fiancheggiatore del fascismo». Uno dei fascisti più facinorosi di Conversano, Paolo Tarsia-Incuria, era denominato «il Giolitti di Conversano» – indice divertente della opinione che si aveva allora di Giolitti in Conversano, ma non in Piemonte. Un altro, Saverio Tarsia-Incuria, maestro elementare, era soprannominato «il cane nero». In quella stessa primavera si formò un «fascio» anche a Cerignola, in provincia di Foggia, e il popolo lo battezzò come «la squadraccia». Un’altra squadraccia si costituì a Bari. Quando Gigino Battisti ed Egidio Reale andarono nel marzo 1921 a Bari a parlare per il partito repubblicano in un comizio elettorale, non potettero aprir bocca, e salvarono la pelle, solo perché li protesse uno squadrista, vecchio amico personale di Gigino Battisti.

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Giuseppe Di Vagno nel 1921

Nelle elezioni del 6 aprile 1921, Di Vagno fu eletto deputato. Poco dopo i «liberali» di Converano perdettero anche l’amministrazione comunale. Resultato delle due elezioni fu che i fascisti di Conversano bandirono pubblicamente Di Vagno da Conversano e dalla vicina Mola. Con tutto questo Di Vagno volle andare a tenere un comizio a Conversano il 30 maggio 1921, come era suo diritto. Il comizio finì in una «sparatoria»: un fascista morto, un socialista morto, e dieci contadini socialisti feriti. Un fascista di Conversano, Lo Vecchio Murti, disse: «Quel giorno Di Vagno doveva essere ucciso; doveva essere fatto a pezzetti; l’hanno fatto deputato, ma di qui non si passa».

Di Vagno fu invitato, per il 25 settembre 1921, a Mola per l’inaugurazione della bandiera socialista. Nel primo pomeriggio, Tommaso Cassano, grosso proprietario di Gioia del Colle, appartenente alla clientela, che aveva preso il nome da Vito De Bellis, giolittiano tipico, e che si trovava a Mola a villeggiare, andò in calesse a Conversano, accompagnato da un fascista di Mola, Luigi Lorusso.

Riunione nella sede del fascio. Il Cassano non vi partecipa, ma la riunione si tiene nella sala del «Circolo Liberale», che comunica con la sede del fascio: Cassano c’è e non c’è. I convenuti si distribuiscono rivoltelle e bombe cariche con dinamite e frammenti di ferro e pietra. Cassano e Lorusso noleggiano due vetture, ognuna delle quali porta otto persone. Il calesse di Cassano e di Lorusso apre la spedizione. Via facendo i fascisti collaudano le rivoltelle, sparano sui cani che incontrano. Arrivano a Mola verso le 18,30. Lasciano vettura e calesse all’entrata del paese. Annotta. Il comizio è finito. Dov’è Di Vagno?
Un fascista di Mola, Francesco Rosa, tenente degli arditi, che ha disturbato il comizio fischiando, indica la via dove si trova Di Vagno, e fa da guida. «Se non lo facciamo stasera non lo facciamo più». Procedono in fila indiana. Innanzi a tutti Luigi Lorusso, «bavero alzato, mano sinistra in tasca, cappello a falde calato sugli occhi».

Ecco Di Vagno. Una voce grida a Lorusso; «Suvvia deciditi».
Tre colpi di rivoltella, e la esplosione di una bomba. Di Vagno, colpito alla schiena, cade in una pozza di sangue. La bomba riduce in frantumi un portale vicino. La comitiva se ne va e torna a Conversano nelle vetture usate per venire, preceduta sempre dal calesse di Cassano e Lorusso.

Il «Popolo d’Italia», diretto da Benito Mussolini, dette la notizia nel numero del 27 settembre nei termini seguenti: «Il deputato socialista Di Vagno assassinato in terra di Bari, vittima di odii locali… Non essendovi a Mola fascisti, è da escludersi il motivo politico; ma si ritiene che l’aggressione debba attribuirsi ad odio personale dei suoi concittadini di Conversano».

E in una corrispondenza da Roma: Sfruttatori di cadaveri. Roma, 26 notte. (G: P.):

Il delitto di Mola di Bari ha destato in Roma una profonda impressione poiché la capitale è il centro dell’attività potitica nazionale e ha una sensibilità parlamentaristica superacuta. I giornali dedicano persino quattro colonne ai particolari dell’uccisione e i deputati socialisti colgono l’improvvisa occasione per reclamare dal Governo rnisure draconiane contro i fascisti, che essi denunziano senz’altro, prima ancora di ogni accertamento giudiziario, come responsabili».

Ancora più ripugnante del «Popolo d’Italia» fu il «Giornale d’Italia» diretto da Alberto Bergamini: «I socialisti affermano che l’assassinio si debba ai fascisti di Conversano. Da fonte ufficiale questa versione è smentita». «Una nuova raffica di conflitti e di crimini si abbatte sul paese… Ciascuna delle fazioni in lotta accusa l’altra di provocazione e violenza, la forza pubblica corre infaticabilmente qua e là per interporsi fra i gruppi contendenti ed ha anch’essa le proprie vittime, quando non ne ha purtroppo numerose come a Modena. È sangue italiano che viene sparso in questi conflitti tragici ed inutili. Non si vuol deporre la pessima abitudine di considerare troppo poco la vita umana e non si pensa che il paese dilaniato da questa guerriglia interna, perde continuamente di credito e di prestigio e si indebolisce di fronte ai concorrenti ed avversari stranieri. I dirigenti dei vari partiti non debbono stancarsi dal far propaganda di pace; i capi fascisti raccomandano ai loro seguaci la calma e il sangue freddo; anche i capi socialisti generalmente esortano alla tregua, ma altrettanto non possiamo dire dei capi comunisti… È sperabile che almeno non si faccia una speculazione politica sulla truce uccisione del deputato socialista Di Vagno provocando scioperi e tumulti che non servirebbero a niente se non a fare altre vittime» (27 e 28 sett. 1921).

La polizia non riuscì ad arrestare i colpevoli noti a tutti ma seppe che l’assassinio si doveva definire come «una esplosione di giovinezza».
La integerrima magistratura mandò per le lunghe la inchiesta, finché I’amnistia del dicembre 1922 passò la spugna su tutti i delitti compiuti «per fine nazionale». Gli assassini che per la polizia erano rimasti latitanti a Milano, tornarono a Conversano, acccolti in trionfo dai compagni.

Inauguratosi il regime postfascista, la inchiesta giudiziaria fu riaperta, essendo nulla l’amnistia del dicembre 1922. La causa iniziata presso la Corte di Assise di Bari, competente per territorio, fu rinviata dalla Corte di Cassazione per legittima suspicione alla Corte di Assise di Potenza. Qui i giurati dichiararono la responsabilità degli imputati, con pene varianti dai 18 ai 10 anni, data l’età minore di alcuni e il movente politico del delitto. A questo punto intervenne la non mai epurata Corte di Cassazione: escluse la volontà criminosa (proprio così!), affermò che l’omicidio poteva essere stato preterintenzionale – voi assalite un uomo revolverate e bomba a man, e se quello muore, potrebbe essere anche preterintenzionale, – e dichiarò estinto questo reato dall’amnistia Togliatti. Così si tornò allo statu quo del dicembre 1922.

Il regime postfascista era la «continuazione giuridica» del regime fascista: così affermò nel 1944 il Presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi, designato a quell’ufficio dal Comitato di Liberazione Nazionale di Roma, e coronato da sei ministri senza portafoglio, designati tutti anch’essi dal sullodato Comitato di Liberazione di Roma.

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