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Premio Di Vagno, la memoria in difesa della democrazia

Sono stati proclamati a Roma i vincitori della prima edizione Premio di ricerca Giuseppe Di Vagno. La giuria ha assegnato il premio al progetto di ricerca di due giovani ricercatori della Università di Bologna, Michele Cento e Roberta Ferrari, dal titolo Il socialismo ai margini: classe e nazione nel pensiero e nelle politiche socialiste nel Sud Italia e in Irlanda. La cerimonia si è tenuta martedì 27 settembre a Roma, nella sala Spadolini del ministero dei Beni e della attività culturali e del turismo. Erano presenti il ministro Dario Franceschini, il presidente della giuria Stefano Caretti, il presidente del comitato scientifico Stefano Degl’Innocenti e Gianvito Mastroleo, presidente della Fondazione Di Vagno. Pubblichiamo l’intervento iniziale di Mastroleo.

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Onorevole Ministro,

Adempio al dovere di esprimerle la gratitudine della Fondazione Di Vagno per aver acconsentito che il conferimento della prima edizione del Premio di ricerca Di Vagno si svolgesse a Roma, con la solennità che assicura la sua partecipazione.

Consentendoci così di rendere testimonianza pubblica e grata a lei, al suo Capo di Gabinetto, al Direttore generale e ai Dirigenti del suo Ministero; al Segretario generale della Presidenza del consiglio; ai Deputati firmatari della proposta e ai Relatori in Aula, ai Presidenti, ai Presidenti delle commissioni cultura e a tutti i Deputati e Senatori per aver voluto, e con largo consenso, licenziare la legge che lo ha istituito. E per una decisione, in una terra ricca di Monumenti, che segna un’inversione di tendenza.

La memoria, è vero, è fatta anche di segni e simboli: ma questo di oggi è il più significativo che si potesse erigere, per ricordare il primo Parlamentare della storia d’Italia privato della vita per mano fascista, vittima della sua passione per i valori umani del Socialismo e della sua ostinata perseveranza nella lotta per affrancare dalla servitù della gleba le genti del Sud.

Dalla prossima edizione l’appuntamento di oggi sarà restituito come prevede la Legge alla Città di Conversano, la terra di Di Vagno, che fu spettatrice incredula ma inerme di una non comune esperienza umana tragicamente finita.

Ringrazio il Comitato scientifico e la Giuria del Premio: a loro va dato atto, doverosamente, d’aver assolto alla funzione con assoluto disinteresse. E ringrazio molto, tutti i giovani ricercatori che hanno partecipato al Bando, assicurando con ciò stesso onore e sicuro prestigio al Premio: con un ringraziamento e un augurio particolare per Michele Cento e Roberta Ferrara, con il più vivo compiacimento per il loro lavoro.

Premiaione Fondazione Giuseppe Di Vagno

Da sinistra: Stefano Degl’Innocenti, Gianvito Mastroleo, Dario Franceschini, Stefano Caretti – foto Francesca Lo Forte/Mibact

Con questo di oggi compie un risolutivo passo in avanti l’impegno della Fondazione Di Vagno di custodire la Memoria, preservare i valori in particolare del socialismo italiano e pugliese. Non per assecondare la retorica commemorativa, ma per assolvere al dovere di preservare la Memoria nella società civile e più per proiettare, attraverso la Scuola,  le sue lezioni verso il futuro.

La gente di Puglia, e non solo i socialisti, già all’indomani dell’assassinio di Giuseppe Di Vagno, quasi un secolo fa ormai, si proposero di erigere un Monumento che assicurasse ai posteri quella memoria: nel 1922, infatti, sfidando la sicura reazione fascista, costituirono presso la Federazione socialista di Bari un Comitato, la cui sede, assieme ad altri luoghi che rimandavano a Di Vagno, fu devastata dagli squadristi, come testimonia Giacomo Matteotti nella sua documentatissima denuncia «Un anno di dominazione fascista» scritto nel 1923; poi nel 1944, quando Sandro Pertini nella sua prima discesa nel Mezzogiorno, con vibrante energia ripropose la richiesta della riapertura di un Processo che certo non aveva reso vera giustizia; poi ancora agli inizi degli anni 50, e infine negli anni ’70/80 del novecento, quando il risultato parve a portata di mano.

Quell’aspirazione, tuttavia, non vide mai il suo compimento.

Oggi la rotta si inverte, traguardando non più simboli materiali, per i quali l’indifferenza spesso sovrasta i sentimenti, ma la diffusione e il continuo rinnovarsi della conoscenza e del sapere, assumendo la Memoria di Di Vagno come metafora della lotta contro ogni forma di oppressione, rifiuto della violenza come strumento di lotta politica, ma per la pacifica convivenza e per la Democrazia.

Un Monumento diverso, dunque, il più efficace perché, rinnovandosi di anno in anno, possa restare nella coscienza collettiva e arricchire la cultura storica, economica, sociologica italiana sempre nello stesso nome e nello stesso ricordo: affidando al lavoro intellettuale di giovani studiosi il compito di saldare ricerca storica e speranza di futuro, e di custodire la Memoria nella sua funzione positiva più che come alimento della malinconia. Un patrimonio, dunque, ben più vivo e duraturo nel tempo, forte della  convinzione che il rendimento dell’investimento in conoscenza, più alto di ogni altro, è radice del progresso umano e sociale e condizione finanche per lo sviluppo economico: come Lei, caro Ministro, ha testimoniato con la significativa svolta impressa al Suo Ministero.

Giuseppe Di Vagno, Deputato pugliese eletto nella lista del Partito Socialista nel Collegio Bari Foggia il 15 maggio 1921, fu assassinato il 25 settembre del 1921 in un agguato tesogli a Mola di Bari da quella squadra di giovani studenti fascisti che, dopo essersi fatta scudo dello scoppio di bombe a mano, esplose tre colpi di pistola abbattendo colui che già in vita il popolo aveva additato come  «Il gigante buono».

«La vicenda Di Vagno, dibattuta tra la dimensione localistica  dello scontro fra gruppi di potere legati al governo e agli interessi della Città e la dimensione nazionale della strategia delle violenza come strumento di lotta politica inaugurata dal nascente fascismo», fu delineata con rigore storiografico da Gaetano Arfè nel settembre 2001.

La riflessione sull’evento, infatti, si era solo timidamente affacciata nella storiografia nazionale, nonostante si fosse trattato dell’assassinio del primo Deputato della storia d’Italia vittima a morte dell’ideologia della violenza per la conquista del potere, in specie del fascismo agrario pugliese. L’ossessione che fu del suo ispiratore, il deputato cerignolano Giuseppe Caradonna, non a caso fra coloro che più tenacemente si opposero a quel “Patto di Pacificazione”, che «alla luce di quanto seguì assume un senso tragicamente beffardo», come scrive Leonardo Rapone.

Afferma testualmente Arfè nel settembre 2001:

[… ] «Nessuna revisione può cancellare il fatto che il fascismo teorizzò e praticò la violenza quale strumento di lotta politica: Di Vagno morì di pistola, Matteotti e i fratelli Rosselli di pugnale, Giovanni Amendola e, con lui, il prete don Minzoni di manganello. Di essi, solo Carlo Rosselli aveva impugnato le armi, per difendere in campo aperto la libertà di Spagna» […].

In questo decennio di studi e di ricerca storica promosso dalla Fondazione, con il sostegno dalla Camera dei Deputati, lungi da ogni intento persecutorio si è inseguito solo il tributo dovuto alla verità della Storia, restituendo definitivamente la figura di Di Vagno come uno degli epigoni della lotta al nascente fascismo. Incontri come questo odierno, dunque, hanno un importante significato come veicolo per drammatizzare la memoria per un ricordo che deve rimanere, di là dalle pur importanti raccolte storiche, troppo spesso poco conosciute perché relegate in polverose biblioteche.

«I ricordi dei nonni, riprendo un pensiero del non dimenticato Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, sono fondamentali per conservare una memoria vissuta della storia, non solo mediata dai libri che dilatano i tempi e ci fanno apparire lontano ciò che in realtà è vicino, ancora presente nelle nostre famiglie».

La continuità dei giudizi e delle interpretazioni lungo questi 95 anni sulla figura Di Vagno consegnano una memoria che resta molto viva nell’antifascismo meridionale e Nazionale; nei discorsi e commemorazioni a pochi giorni o a distanza di diversi decenni da quell’assassinio, si ritrovano gli stessi riconoscimenti.

Il riferimento a Matteotti, ma anche all’assassinio, a sua volta non molto ricordato ma consumato sempre dallo squadrismo fascista, del deputato socialista Gaetano Pilati aggredito e gravemente ferito nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1925 a Firenze a causa del suo antifascismo, ma soprattutto per la sua appartenenza massonica.

E sono tutti «riformisti», per riprendere il pensiero di Simona Colarizi; una particolarità per Di Vagno che viene assassinato nel ’21, uno dei momenti più drammatici di quella che fu  una vera guerra civile. Nei frequenti revisionismi si tende spesso a dimenticare quanto sia stata sanguinosa l’instaurazione della dittatura in Italia. Sono centinaia, infatti, le vittime del fascismo prima della marcia su Roma; in Puglia il sangue comincia ad essere versato a partire dall’ottobre 1920, mentre il ’21 è uno degli anni più sanguinosi.

Non va dimenticato che Caradonna, il vero capo del fascismo agrario pugliese, è tra i partecipanti al convegno di Todi ai primi di agosto del 1921, il primo momento di raccordo tra i fautori della continuazione della politica del terrore contro il socialismo: e Di Vagno, che incarna il mezzogiorno che si ribella, cade solo un mese dopo.

C’è, infatti, una violenza molto particolare nella Puglia.

A Cerignola la cavalleria di Caradonna si rivolge anche contro un giovanissimo Di Vittorio; a Gioia del Colle gli agrari si organizzano nello squadrismo e nel luglio 1920 sparano  contro inermi braccianti: ed è qui che la difesa delle famiglie degli assassinati e dei superstiti viene assunta dal giovane ma ignaro avvocato Giuseppe Di Vagno, assieme a Giuseppe Papalia.

Azioni squadriste proseguono senza soluzioni di continuità «alle municipalità socialiste, come a Minervino Murge, a Canosa di Puglia, a Barletta, a Noci, a Cerignola, ad Ascoli Satriano, a Sansevero, a Sannicandro Garganico; la devastazione delle Camere del lavoro e delle sedi delle leghe contadine; l’intimidazione nei confronti dei loro aderenti, costretti a inquadrarsi nelle organizzazioni sindacali fasciste; le violenze che segnarono la campagna elettorale per le elezioni politiche del maggio 1921 e la stessa giornata delle votazioni, quando in diversi centri agli elettori fu impedito di esprimere liberamente il voto»  scrive Rapone; lo stesso Di Vagno, del resto, era stato oggetto di numerosi personali attentati: da Bari a Noci, Conversano, e altrove.

A Conversano le intimidazioni contro gli elettori socialisti impedirono a tanti di andare a votare, al punto che le urne consegnarono al giovane avvocato conversanese solo una decina di voti di preferenza.

Ma perché Di Vagno, Matteotti, Pilati, e poi Amendola e Gobetti, si chiede sempre Simona Colarizi?

Perché sono riformisti, come lei non ha dubbi, e non solo lei.

«Inebriati del senso di onnipotenza che dava l’infliggere umiliazioni agli esponenti socialisti, prosegue sempre Leonardo Rapone, e il vendicarsi di quanto i socialisti avevano tentato o erano riusciti a realizzare per affermare i diritti dei lavoratori, i capi locali del fascismo, i cosiddetti ras, consideravano la violenza e il terrore contro gli avversari come una risorsa di potere fondamentale, quella che assicurava loro prestigio e autorevolezza nel contesto sociale e politico del territorio in cui operavano».

Per costoro, dunque, la prospettiva di una pacificazione con i socialisti era inconcepibile e intollerabile: avrebbe significato essiccare la linfa vitale che aveva permesso alle loro esistenze di uscire dall’anonimato e di scrollarsi di dosso le frustrazioni e i rancori accumulati nel corso del biennio rosso. Di Vagno, infatti, è un socialista che crede nella democrazia o, quanto meno, crede a quello che dice Turati, che il «riformismo è socialismo in fieri»: dunque, alle soglie della democrazia. È questo che il fascismo vuole colpire; è questo che Di Vagno incarnava ed è per questa Italia democratica che Egli muore.

Gaetano Salvemini in un articolo pubblicato da Il Ponte nell’ottobre 1952 riferisce la testuale affermazione di un fascista locale, tale Lovecchio Musti: «quel giorno Di Vagno doveva essere ucciso: doveva essere fatto a pezzetti; l’hanno fatto deputato, ma di qui non si passa!»

Non è accaduto a caso, dunque, che i Presidenti della Camera On.le Casini, On.le Bertinotti e On.le Boldrini si siano recati a Conversano, la Città dove riposano le sue spoglie, per rendere omaggio alla Tomba di Di Vagno.

E che anche il Presidente della Repubblica Napolitano nel  90° dell’assassinio abbia reso omaggio al «Matteotti del Sud» nella sua terra, «rimarginando la frattura che quell’omicidio procurò nella società pugliese e meridionale, sporcando le sue terre», come scrisse con efficacia Rino Formica.

E credo che non sia neppure un caso, onorevole Ministro, che simbolicamente la proclamazione del vincitore della prima edizione del Premio Di Vagno si svolga qui oggi a Roma, con la sua personale partecipazione.

Concludendo mi sia consentito dire, onorevole Ministro e signori tutti, che quando il passato è fatto di grandi passioni occorre segnalarlo alle generazioni di oggi che sono portate a sottovalutarle. E che è nostro dovere aiutarle a capire perché un popolo senza Memoria non esiste, perché  esaltare l’oblio significa uccidere due volte.

Non a caso il Premio Di Vagno fu concepito per studiosi poco più che trentenni, perché sono in particolare loro, i giovani, che hanno bisogno di approfondire la Memoria per aiutare la contemporaneità a tornare alla nobiltà della Politica e alla sua  funzione di cambiare il Paese e mantenere la democrazia.

Il prof. Degl’Innocenti mi incarica di porgere le sue scuse e di comunicare il tema del Bando della seconda edizione che andremo formalmente a pubblicare nei prossimi giorni: «Mediterraneo, migrazioni e sviluppo: la politica delle socialdemocrazie europee». Un argomento di grande attualità.

Con questi sentimenti, onorevole Ministro, non senza averLa  ringraziata ancora per la sua sensibilità, assieme a tutti gli intervenuti, in nome  della Fondazione Di Vagno La prego di proclamare il vincitore di questa prima edizione del «Premio di ricerca Giuseppe Di Vagno».

  • Leggi anche: Premio Di Vagno, le motivazioni della giuria
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