politica

Berlusconi e il patto del Nazareno

Il 18 gennaio 2014 si tenne l’incontro tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, 9788849846355_15e0409_parisi_piatto_hrsuccessivamente chiamato il «Patto del Nazareno», che sancì per un anno l’alleanza tra i due leader. Il racconto e i retroscena sull’accordo sono raccontati dal deputato Massimo Parisi (Ala), nel libro Il patto del Nazareno. 18 gennaio 2014-31 gennaio 2015, pubblicato da Rubbettino con prefazione di Giuliano Ferrara. Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo parte del primo capitolo. Parisi, giornalista, è deputato dal 2008. Ha militato nelle fila di Forza Italia dove ha ricoperto il ruolo di coordinatore regionale per la Toscana, fino al 31 maggio 2015. Nel settembre del 2015 ha lasciato il gruppo di Forza Italia, aderendo al gruppo Ala (Alleanza liberalpopolare-Autonomie).

L’Audi A8 blindata si fa strada a passo d’uomo nel quadrivio di via Sant’Andrea delle Fratte, via Propaganda, via della Mercede, via di Capo Le Case. Sono le quattro di un sabato pomeriggio che in qualche modo è destinato a passare alla storia. È il 18 gennaio 2014. Intorno all’auto ci sono gli uomini della scorta, dietro un van grigio chiaro; mano a mano che si avvicinano alla destinazione sono costretti a rallentare. La manovra è complicata perché si tratta di circumnavigare un chiosco di un’edicola, poi entrare con una curva a gomito in un vicolo privato, i cui cancelli vengono appositamente aperti per consentire di arrivare all’ingresso posteriore di quella che è la sede nazionale del Partito democratico.

Il vicolo corre lungo il chiostro della chiesa di Sant’Andrea delle Fratte: un santuario mariano, la cui fama è legata anche a una conversione eccellente, quella di Alphonse de Rathisbone. Curiosamente, anche in quel caso, era gennaio. Era il gennaio del 1842. Il nobile francese entrò per caso in quella chiesa, il cui sagrato adesso ospita i blindati dei carabinieri, e in una cappellina vide apparire la Vergine. Da feroce anticlericale, Alphonse divenne un devotissimo cattolico, tanto poi da prendere i voti e dedicare la sua vita alla Fede. A quei tempi probabilmente la zona era molto più tranquilla.

Adesso l’accesso alla chiesa è presidiato da un imponente schieramento di forze dell’ordine. E a complicare il tutto ci sono centinaia di persone che attendono: alcuni sono semplici curiosi, alcuni sono esagitati esponenti del popolo viola che gridano “vergogna, vergogna”, poi c’è anche un vecchio iscritto Pci, ora Pd, che in favore di telecamere minaccia di strappare la tessera. Sta infatti per arrivare il diavolo e sta per essere fatto accomodare nel salotto buono e con tutti gli onori del caso.

Dentro quell’Audi infatti c’è l’arcinemico, per l’appunto fresco di condanna definitiva e di espulsione dal Parlamento. Dentro quell’auto c’è Silvio Berlusconi, accompagnato da Gianni Letta. In fondo la rabbia di quel signore ex Pci, ex Pds, ex Ds, ora Pd, si può capire. Anche se non sono ancora a quel momento chiare le conseguenze che potranno derivare da quello strano pomeriggio, anche quell’oscuro militante ha forse capito che il primo risultato quell’incontro l’ha già prodotto. Berlusconi è risorto e ha già conseguito la sua personale vittoria; il riscatto di quella che lui e milioni di italiani considerano un’infamia e che altri milioni di italiani considerano invece la giusta conseguenza di una condanna: la decadenza da senatore. Quelle due Italie ancora non si parlano, ma il fatto che i due leader lo facciano, e lo facciano nella casa dei giusti, degli onesti, di quelli che sono sempre e comunque dalla parte della ragione, è già un messaggio simbolico dirompente. È finita la guerra. E coloro che scriveranno la pace potrebbero pure – guarda tu la storia – riuscire a scrivere il patto fondativo della Terza Repubblica. Da senatore reietto a padre costituente. Sì, quella tessera lì, forse, quel signore l’ha strappata davvero.

Al secondo piano di quel palazzo, ad attendere, ci sono l’uomo che da un mese e due giorni ne ha conquistato le chiavi, Matteo Renzi e il suo portavoce, Lorenzo Guerini. Aspettano l’Audi A8 e che i suoi passeggeri una volta richiusi i cancelli del vicolo, al riparo dalle telecamere e dai fotografi, varchino il portone dell’accesso secondario. Lo faranno pochi minuti dopo le 16 e l’unica immagine pubblica di quell’incontro viene scattata in quei pochi secondi che intercorrono fra l’accesso secondario e i gradini che conducono all’ascensore. Si vede Silvio Berlusconi di profilo e pochi passi dietro Gianni Letta. E lo sfondo è decisamente inusuale per i due protagonisti di quelle foto: è il logo del Partito democratico. Vedendo quelle immagini ripenso al pomeriggio di qualche giorno prima. L’incontro Renzi-Berlusconi è dato già per certo e dal mattino si sparge la voce che potrebbe tenersi a Firenze. La cosa ha una sua apparente credibilità anche perché, da sindaco, Renzi per incontrare il Presidente del Consiglio si recò ad Arcore, a casa sua. Lo scambio di cortesie ha dunque una sua credibilità o forse viene diffusa ad arte dall’entourage del segretario del Pd, il quale a questo momento è ancora il primo cittadino della città del Giglio.

Sono appena arrivato a Roma e il telefonino non smette di squillare. Riconosco alcuni dei numeri dei giornalisti fiorentini, ma non comprendendo il motivo di tanta agitazione chiamo l’ufficio stampa del gruppo consiliare in Regione: «Ma che succede? Perché mi chiamano tutti?». Lorenzo mi risponde con la voce cortese e titubante di quando mi comunica una rogna: «Non lo sai? Pare che sabato Berlusconi venga a Firenze a incontrare Renzi». Riattacco e mi precipito al partito, nella bella e nuova sede di Forza Italia in piazza San Lorenzo in Lucina. Sono fortunato: Denis Verdini non ha nessuno in ufficio e non mi faccio annunciare. «Denis, caspiterina (l’espressione per la verità era un po’ più colorita…), fatelo dove vi pare quest’incontro, a Milano, a Roma, in Sardegna: fatelo ovunque ma non a Firenze! Non possiamo portare il Presidente in casa di Renzi. Sembrerebbe che anche Berlusconi viene a omaggiare Renzi e a Firenze dobbiamo farci le amministrative». Verdini mi guarda curioso come se non capisse il motivo di tanta agitazione. Specifico allora che tutti i giornali danno per certo l’incontro per il fine settimana nel capoluogo toscano. Verdini – che notoriamente non risponde ai giornalisti, legge poco i retroscena politici e considera tutto ciò un inevitabile fastidioso intralcio al suo lavoro di tessitore – con il gomito poggiato sulla scrivania avvicina la mano girata con le dita unite verso il suo viso con quella tipica gestualità toscana che significa «ma che caspita dici?». Poi fruga sulla scrivania già ricolma di carte nonostante il fresco trasloco, tira su alcuni fogli dattiloscritti: «Toh, leggi!». Riconosco subito di cosa si tratta: è uno dei “mitici” report che quasi quotidianamente Verdini spedisce a Berlusconi. È una cosa che va avanti da anni, e alcuni ho contribuito a scriverli (anche perché Verdini è ancora rimasto all’epoca delle stilografiche e non è, per sua stessa ammissione, capace di accendere un computer). «Leggi qui», mi dice indicando un capoverso di un approfondito promemoria datato 14 gennaio: «Io ti consiglio ancora di vedere Renzi a Roma, presso la sede del Pd, per una serie di motivi: 1) sfatare un tabù: pensa al tuo ingresso a largo del Nazareno e al giro del mondo che faranno quelle immagini; 2) questa trattativa, al di là della sostanza, che in questo caso è vita, ti riporta al centro della politica e degli assetti futuri delle istituzioni; 3) pensa all’importanza di un incontro pubblico con il segretario del Partito democratico, proprio nei mesi in cui volevano renderti “impresentabile” e trattarti da “pregiudicato” espulso dalla politica. Ora invece ricevuto nella sede del Pd, saresti uno dei padri fondatori della Terza Repubblica».

Ripenso al mio sospiro di sollievo e allo stesso tempo allo stupore di quel momento: stupore è una parola che piace molto a Matteo Renzi, ne ha fatto lo slogan della Leopolda 2013, quella che l’ha incoronato candidato alla segreteria del Pd. In quell’attimo però quell’ipotesi, quell’idea mi pare un colpo di genio, perfino troppo bella per essere vera. Ma pazienza: l’importante è che l’incontro non avvenga a Firenze, nella città capoluogo della Regione di cui sono il coordinatore di Forza Italia. Sarebbe troppo. L’incontro al largo del Nazareno dura molto più del previsto. Alle 6 della sera, Berlusconi e Letta sono ancora seduti sul divanetto dell’ufficio di Renzi, circondati dalle foto di Giorgio La Pira, di Che Guevara e Fidel Castro che giocano a golf, di Bob Kennedy. Il telefonino del segretario del Pd squilla di frequente e, stando al racconto che Berlusconi farà poco dopo a Verdini, a chiamare con insistenza è Palazzo Chigi. Enrico Letta, un altro toscano che di questa storia sarà però soltanto prima spettatore e poi vittima, aspetta con impazienza notizie e forse ha già in fondo capito che anche la vita del suo governo è appesa a quel vertice. L’attesa nel mondo politico cresce: alle 17:48 un giovane deputato bersaniano, Enzo Lattuca, esorcizza simpaticamente la sua ansia con un tweet: «Fate uscire Berlusconi da là dentro prima che ci chieda la tessera 2014, ci sta prendendo gusto». Ad attendere l’esito nel suo ufficio a poche decine di metri in linea d’aria c’è anche colui che quell’appuntamento l’ha meticolosamente preparato. Verdini non c’è andato: il motivo lo ha scritto lui stesso in quel già citato report: «Ho detto a Renzi che lo chiamerà Gianni Letta per fissare ora e giorno dell’incontro e le relative modalità. Questo è ciò che abbiamo deciso. Penso che ti potrei essere utile e sarei anche orgoglioso di essere al tuo fianco in un momento così decisivo, ma non c’è bisogno che tu mi dica niente: capisco che per una questione d’immagine è meglio passare la palla a Gianni».

Con Berlusconi dunque c’è Gianni Letta, l’uomo chiave di ogni trattativa della storia politica del centro-destra dal 1994 in avanti. Sarà proprio lui, in uno dei momenti topici della vicenda, a impedire la rottura dell’accordo. La sua fama di grande mediatore non gli ha sempre portato la benevolenza degli altri leader politici del partito, ma Letta è sempre lì, determinante in ogni crocevia. Ed è anche probabilmente la sua presenza a far sì che l’incontro si protragga così a lungo. Sì perché Renzi, come vedremo, in quel faccia a faccia cambia le carte in tavola. L’accordo minuzioso che lo stesso Renzi aveva chiesto («se ci si vede, deve essere per chiudere»), viene parzialmente sovvertito all’insaputa dello stesso Verdini.

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