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Briganti, nobili e mafiosi

Nel saggio Storia dell’Italia mafiosa (Rubbettino 2015), Isaia Sales ricostruisce in maniera 6535756_1028979unitaria la storia della mafia, della ‘ndrangheta e della camorra partendo dalla nascita nel Mezzogiorno borbonico, passando per il loro sviluppo nell’Italia post unitaria fino al definitivo affermarsi in età repubblicana. Pubblichiamo, con il consenso dell’editore, il capitolo «Briganti, nobili e mafiosi», in cui viene spiegato il passaggio dal banditismo, cioè da un «rapporto basato sulla protezione, che comunque stabiliva che a comandare erano i nobili», alle mafie, che invece conquistano direttamente il potere. Sales, politico e saggista, è stato deputato dal 1994 al 2001 e sottosegretario al Tesoro nel Governo Prodi dal 1996 al 1998.

L’abitudine alla violenza e alla sopraffazione della nobiltà europea e la protezione accordata alla criminalità, soprattutto nel corso del Cinquecento, sono ampiamente note. Esse sono documentate nella terraferma veneta, nello Stato pontificio, nella montagna estense, a Siena, in Francia. Quando i governi constatano l’incapacità o l’impossibilità di venire a capo di un problema così diffuso e inarrestabile, cominciano ad applicare una particolare strategia nei confronti dei più agguerriti e organizzati: utilizzarli nelle loro guerre o assoldarli contro altri banditi e briganti. Una strategia che si affinò nel tempo, alternandosi alla repressione nei confronti dei meno pericolosi e alla istigazione al contrasto di una banda contro l’altra. In Corsica Genova perdonava tutti i banditi che si arruolavano nelle sue truppe. E così fecero altri. Innegabili erano i rapporti tra la nobiltà catalana e il brigantaggio nei Pirenei, tra i signorotti dello Stato pontificio e il brigantaggio nelle campagne romane.

In questa particolare arte di governo si distinsero nel tempo i governanti del Regno di Napoli e poi delle Due Sicilie. In Terra di Lavoro, la grossa banda di Angelo Ferro fu arruolata interamente per andare a combattere nelle Fiandre sotto bandiera spagnola. Così fece il brigante Fra Diavolo che andò a combattere (perdonato dai Borbone) contro l’esercito napoleonico a fianco degli austriaci nel Lombardo-Veneto. Poi il cardinale Ruffo lo arruolerà nel suo esercito della Santa Fede contro la Repubblica partenopea del 1799, e i Borbone completarono l’opera facendo nobile questo capo brigante (diventerà, nientemeno, che duca di Cassina). Insomma i ricchi e i potenti «bazzicavano con la canaglia», ma anche gli Stati, e quando ciò avveniva ne era assicurato il successo permanente. Controversa è anche la storia di Francis Drake, per alcuni storici un pirata, che aveva anche trasportato schiavi africani nel «Nuovo Mondo», arruolato dalla regina d’Inghilterra, Elisabetta I, contro gli spagnoli. Trasformato in corsaro contribuì ai successi marinari ai danni della Spagna e fu nominato Sir dalla regina. Si racconta che le sue scorribande contro le navi spagnole furono così notevoli che il ricavato (la regina ebbe diritto alla metà) era superiore alle entrate annuali della corona inglese.

Il banditismo, il brigantaggio, il malandrinaggio, erano frequentissimi in tutti i Paesi europei, dunque. Mettersi in viaggio era estremamente pericoloso non solo al Sud come molti credono, ma anche al Nord o all’estero. Viaggiare corrispondeva al rischio della vita. I più colpiti erano i proprietari terrieri che dovevano recarsi nei loro possedimenti o i commercianti che dovevano vendere i loro prodotti. Il mare e le terre tra città e città erano territori dei pirati e dei briganti.

Fino a quando gli Stati non sono stati capaci di dar sicurezza ai viaggi e alle attività economiche non si è data società moderna e sviluppo del capitalismo. Per chi navigava il pericolo era rappresentato dai pirati, cioè dai briganti del mare, che infestavano tutto il Mediterraneo. Il banditismo, la pirateria, il brigantaggio interessavano la Spagna, la Francia, la Germania, l’Inghilterra, e tutti i Paesi affacciati sul Mediterraneo, ed erano tipici fenomeni di società preindustriali. Le società industriali, infatti, non possono permettersi che non ci sia libera circolazione delle merci. Il banditismo, e così la violenza individuale e organizzata, si accresceva soprattutto dopo epidemie, carestie o guerre.

Nel Mezzogiorno si può tranquillamente dire che il rapporto tra baroni e banditi caratterizzò la vita sociale nelle campagne per alcuni secoli. Rizzo di Saponara, che per 25 anni infestò con le sue scorribande e delitti Napoli e la Sicilia, una volta arrestato fu soppresso con il veleno, forse per paura che rivelasse da chi aveva ricevuto protezione per tutti quegli anni: un Salvatore Giuliano e un Gaspare Pisciotta in anticipo sui tempi.

Certo, nascondersi nei boschi, allora così estesi, era più facile di oggi. Ma le lunghe latitanze erano possibili grazie alla protezione dei baroni, che poi li utilizzavano a seconda delle loro esigenze. Sempre nella lunga durata storica di fenomeni violenti provenienti dalle classi meno abbienti ci sono le coperture e le relazioni con i ceti dominanti. Da qui non si scappa. La violenza dal basso era destinata a vivere per poco tempo, come un potere effimero, episodico; durava più a lungo solo se al servizio o in relazione con i potenti e i possidenti. Questo era il destino dei violenti del popolo.

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Viaggiatori assaliti dai briganti, dipinto di Bartolomeo Pinelli, 1817 – Dorotheum, Vienna

C’è stata, dunque, lunga dimestichezza storica delle classi dirigenti e possidenti con la malavita e con i violenti del popolo, in ogni epoca. E anche di settori degli Stati. Ma era un rapporto basato sulla protezione, che comunque stabiliva che a comandare erano i nobili, e che i briganti potevano sopravvivere anche se si ribellavano al «sistema» solo se erano protetti da alcuni di essi.

Con la mafia, invece, il rapporto tra classi popolari e classi dominanti non è più di protezione, ma si stabiliscono relazioni che vanno ben al di là di essa. Non è più la protezione, che stabilisce comunque rapporti subalterni tra due entità, a determinare il rapporto tra violenti del popolo e classi alte e uomini delle istituzioni; con la mafia cambia questo rapporto, si stabiliscono relazioni orizzontali, non più verticali, tra potere e potere. Se la protezione caratterizza il rapporto tra briganti e poteri costituiti o nobiliari, le «inestricabili loro relazioni» caratterizzano il rapporto tra mafiosi, classi dirigenti e Stato.

La criminalità banditesca a un certo punto ebbe una conclusione o un forte ridimensionamento in tutti i Paesi europei tranne in Italia, e in Italia tranne nel Regno di Napoli (comprese le Calabrie e gli Abruzzi), in Sicilia, in Sardegna e nei domini del Papa (nel Lazio e nelle Romagne).

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Briganti italiani sorpresi dalle truppe Pontificie, dipinto di Horace Vernet, 1831 – Walters Art Museum, Baltimora

A fine Settecento il fenomeno in Sicilia era molto esteso. Le bande uccidevano e depredavano anche le masserie di ricchi proprietari terrieri, come ad esempio faceva in Sicilia il bandito Testalonga. Giuseppe Lanza di Trabia, messo alla testa delle milizie antibanditismo, dovette fronteggiare diversi «nobili, preti, frati, villani e pecorari» per venirne a capo. La reazione dello Stato avveniva quando si superava una certa soglia, cioè quando si dava fastidio ai ceti dirigenti e alle loro proprietà. Questa modalità – una vera e propria caratteristica – delle classi dirigenti e dello Stato si è protratta nel tempo fino ai nostri giorni.

Nel corso della storia, dunque, l’uso della violenza è stato pane quotidiano. Esisteva una violenza così diffusa che l’esigenza di regolarla divenne una necessità. Hobbes ha scritto su questo punto pagine memorabili. Ma in genere, se l’uso della violenza apparteneva a tutte le classi, non era mai capitato nel corso della storia che potesse affermarsi un potere derivante dalla violenza stabilmente in mano a classi subalterne o di origini popolari. Tutti i tentativi violenti di un passaggio di potere (o di modifica dei rapporti di potere) dalle classi dominanti verso le classi subalterne erano falliti o erano destinati a fallire. I nobili potevano condividere la violenza con altre classi, mai il potere. La contrapposizione frontale non aveva mai avuto successo, in guerre, in rivolte, in jacquerie. Prima o poi si ristabiliva l’ordine: l’ascesa sociale tramite la violenza era bloccata. Il banditismo, il brigantaggio, la pirateria facevano tremare il potere economico e politico, ma non mettevano in discussione l’ordine sociale. E alla fine, le bande duravano solo se stabilivano qualche relazione con i potenti, come abbiamo visto. Si poteva minacciare quel mondo, lo si poteva per qualche anno tenere in scacco, ma mai scalzarlo, sostituirlo o condividerne il potere.

Le mafie, invece, ci riescono perché esse rappresentano un tentativo di ascesa senza contrapposizione frontale con il mondo sociale di cui si vuole far parte permanentemente, servendosi degli stessi meccanismi alla base del potere nobiliare, cioè l’unione di violenza e ricchezza e di una legittimità giuridica e «ordinamentale» del proprio potere. E questo tentativo avrà successo, rispetto a tutti gli altri falliti nel tempo.

Le mafie non nascono per contrapposizione, ma per «intrusione» nel mondo che vogliono conquistare. Lo conquistano dall’interno, collaborandovi all’inizio, per poi scalzarlo o affiancarlo. E una volta raggiunto il potere con la violenza, non lo esercitano in conflitto con gli altri che quel potere già ce l’hanno ma in cooperazione, salvo arrivare alla contrapposizione solo quando non vengono stabilmente accettate tra le forme del potere. E quando si arriva alla contrapposizione, non si manifesta come un redde rationem definitivo di un mondo contro l’altro, ma solo come lotta contro alcuni di quell’altro mondo, quelli che non accettano di condividere con esse il potere.

Le mafie si emancipano e superano lo spirito ribelle dei popolani dotati di violenza, e si inseriscono nel nuovo assetto determinato dalla fine del feudalesimo senza contrastarlo frontalmente. La legittimità alle mafie verrà dal basso e dall’alto, cioè dal permanere di questa lunga dimestichezza con la violenza di tutti gli strati sociali, nella diffusa convinzione che il diritto è dettato dalla forza, dalla furbizia, dalla abilità nelle relazioni. Le mafie sono dunque questo perdurare nel tempo della violenza come regolatrice della società. Cioè come continuità di un metodo, e questo metodo si adeguerà e troverà spazio in tutti i regimi susseguenti al periodo storico della sua incubazione e nascita. Perciò le mafie non appartengono a una fase pre-moderna della storia che sarà superata dall’attuarsi inevitabile del «progresso», smentendo tutti quelli che tenacemente l’hanno relegata nelle retrovie della storia o nelle sue eccezioni, ma sono un metodo che si adatta a tutte le fasi storiche.

Le mafie sono la continuazione nella storia, dopo il feudalesimo, di poteri privati non sottoposti (o che si sottraggono con successo) alla legge. Anzi le mafie rappresentano a loro modo il segnale dell’uscita dal feudalesimo della realtà meridionale, per dirla con Sciascia. Il modello di successo per gli uomini del popolo erano i nobili, ingordi e spietati, che avevano usato tutti i modi, tutte le occasioni per mettere sotto chiunque ostacolasse il loro appropriarsi di beni altrui. La forza, la violenza, l’astuzia, la prepotenza, l’asservimento della legge o il loro apertamente calpestarla, erano stati i motivi del successo dei baroni. La forza, la violenza erano gli unici strumenti per decidere sui torti e sulle ragioni. Il diritto si confondeva con il delitto. Bisognava ripristinare le stesse modalità anche dopo la fine formale del potere dei baroni, della fine della legittimazione giuridica del feudalesimo. E a questo pensarono i mafiosi.

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