Terzapagina

Una gita in bici a Castel del Monte, nel 1909

rotte murgiane.jpgÈ uscito nelle librerie Rotte murgiane, a cura di Luisa Derosa e Maurizio Triggiani (Edipuglia 2016). Il libro è una raccolta di itinerari inusuali, spesso all’ombra di mete turistiche di grande richiamo, percorsi accidentati nella Murgia attraverso centri abitati, territori, tradizioni e cattive pratiche di tutela. Il volume rappresenta il primo contributo cartaceo suggerito dal sito www.pugliaindifesa.org che da diversi anni segnala e permette di conoscere e riscoprire «gran parte di quel patrimonio pugliese che rischia di scomparire o, peggio, di essere dimenticato». Il testo che pubblichiamo, con il permesso dell’editore, è il capitolo «38 miglia da Castel del Monte» di Pasquale Cordasco. L’autore, docente di Diplomatica all’Università di Bari Aldo Moro, ha recuperato il resoconto di una gita in bicicletta verso il castello federiciano pubblicata su un giornale locale nel 1909.

Come tutti sanno, su Castel del Monte si è scritto tanto, forse anche troppo. Il grande maniero federiciano è stato vivisezionato in tutti i suoi aspetti, è stata ricostruita la sua storia, si è discusso (e si è fantasticato) sulle sue funzioni, è stato misurato in lungo e in largo, naturalmente è stato fotografato da mille angolazioni diverse e le sue immagini, i suoi simboli, la sua aria immobile sono entrate a far parte della memoria collettiva e di un immaginario diffuso. Non c’è da meravigliarsene: siamo di fronte ad un monumento tanto singolare che non poteva non suscitare un così grande interesse. Per i medesimi motivi, nel corso dei secoli Castel del Monte è stato visitato da tanti viaggiatori illustri che, al termine della visita, hanno pubblicato le loro impressioni e le loro valutazioni. Si potrebbero riprendere, in tutto o in parte, molti di questi resoconti e ricavarne molteplici immagini del grande castello federiciano.

In un certo senso, con queste brevi note mi propongo un obiettivo di questo genere. solo che mi servirò di alcuni brani della “relazione di viaggio”, compilata da un visitatore, di nome Giovanni Carucci, che si recò al castello il 9 agosto 1909 pubblicandone il resoconto nel numero del 24 agosto dello stesso anno nella rubrica “note varie” di un periodico quindicinale, a diffusione locale, che recava il nome di “Giornale di Acquaviva” laddove quest’ultimo termine si riferisce alla cittadina di Acquaviva delle Fonti. L’articolo inizia con queste frasi:

“Impaziente di osservare da vicino questo castello, che dopo tant’anni, ancora si regge e solido, con l’amico ***, alle due della mattina del nove agosto eravamo in macchina, fiduciosi di percorrere le trentotto miglia, che ci separavano dalla meta, senza incidenti di sorta. Tutto andò per bene e quando … potemmo scorgere da lontano il castello velato da una nebbia leggera, raddoppiammo la nostra lena. Erano le sette, il sole già alto … e noi ormai sforzandosi superavamo l’erto e faticoso colle in cima al quale superbo e maestoso sorgeva Castel del Monte”.

Premesso che, come emerge con ancora maggiore chiarezza dal seguito dell’articolo, la «macchina» utilizzata dai due visitatori è una bicicletta, mi sembra opportuno rilevare l’intrigante suggestione che su di loro viene subito esercitata dalla visione del castello. È del tutto evidente che essi si sono mossi da Acquaviva, che dista appunto da Castel del Monte trentotto miglia, o circa sessanta chilometri, come diremmo noi. Sessanta chilometri percorsi ad una media sui 10-12 km. orari: una buona media considerando le condizioni non certo agevoli della strade di comunicazione agli inizi del ‘900. E non posso fare a meno di sottolineare la forza del fascino dello straordinario edificio che induce due amici ad intraprendere un’escursione tanto impegnativa. Ma Castel del Monte è fatto apposta per sollecitare la fantasia. Ecco, infatti, come prosegue l’articolo:

“Fantasticando, mi credevo un cavaliere di quei tempi che andasse al castello per chiedere ospitalità, già immaginando i sorrisi e i complimenti della bella castellana in su la porta; (del resto v’era poca differenza: invece delle staffe c’erano i pedali, un po’ d’anacronismo se mai)”.

Ma il nostro diario di viaggio, chiusa la breve digressione fantastica, ci informa anche sulla gestione del castello.

“Sulla porta non sorrisi, non complimenti di bella castellana, solo il canto stridulo dei grilli in quella solitudine. Il custode che era lontano dalla sua casupola, ma che ci aveva scorti, si avvicinava. Aveva subito cambiato una larga paglia, che prima gli copriva il capo, con un berretto richiesto dalla sua carica e tutto premuroso già si offriva a farci da cicerone alla meglio”.

Inizia la visita vera e propria al maniero federiciano e le impressioni del cronista registrano quella che era in quell’epoca la situazione dell’edificio.

“Ecco la porta adorna di due artistiche colonnine in marmo, finamente lavorate con capitelli, nel vano della porta si osserva il posto dove calava la saracinesca. Si entra … le pareti sono nude, ma dovunque si scorge che esse erano state prima rivestite in marmo; del pavimento nulla più resta, tranne in qualche punto in cui l’opera vandalica e distruggitrice si è arrestata”.

La descrizione prosegue puntuale:

“Sedici vaste sale in tutto, otto a pian terreno ed otto a primo piano, l’una in tutto diversa dall’altra per i delicatissimi lavori in marmo che adornano le volte e gli angoli. Per ogni due sale, nei torrioni degli angoli sono costruite delle eleganti camerette …; quivi, come ci disse il custode cicerone, si adagiavano i letti … tre scale interne a spirale, con centoquindici gradini in pietra; … una sola si trova in buono stato”.

Eppure

“Di rovina per ora non se ne può parlare, benché sia stato deturpato del tutto internamente dal lato artistico … può ancora per molto sfidare la crudeltà del tempo” .

Nelle battute finali dell’articolo l’attenzione dell’autore si indirizza chiaramente sul padrone di casa, lo stesso Federico II, che:

“Aveva tentato un’impresa formidabile … l’unione di tutta l’italia sotto un solo e potente monarca … mosso a ciò non dal sentimento patriottico, ma … dall’amor del potere … un grandissimo disegno … che per effettuarlo bisognava schiacciare la gran vipera velenosa, il Papato e poi i Comuni”.

Un progetto, secondo l’autore, fallito con la morte dell’imperatore.

“Qual rammarico per lui, se …avesse potuto scorgere decaduta la sua dinastia … svanito il suo disegno, la sua favorita magione albergo di nibbi”.

Con questa sconsolata constatazione si conclude il resoconto della visita compiuta, all’inizio del XX secolo, a Castel del Monte dal Carucci. È per me difficile dire se dalle scarne osservazioni da me riferite si possano ricavare informazioni utili per la ricostruzione di una fase comunque importante della storia del castello. Il maniero, da circa un trentennio, era stato acquisito al patrimonio dello stato italiano e probabilmente le operazioni di restauro procedevano lentamente: ed infatti sappiamo che esse furono completate nel 1928. Gli storici dell’arte sapranno valutare se c’è qualcosa d’interessante nei riferimenti alle colonne, agli ambienti, alle scale, alla “saracinesca” e così via.

Io credo che lo scritto del 1909 possa essere una testimonianza utile per avere quanto meno un’idea della percezione che di Castel del Monte si aveva in quegli anni. In qualche modo, mi sembra che dall’imponente edificio, malgrado i suoi possenti bastioni, spiri un’aria quasi “familiare” con l’unico custode, che alloggia nella sua “casupola” ed alla vista dei visitatori calza il suo berretto di ordinanza e si prodiga nell’esercizio delle sue funzioni.

Ma soprattutto leggendo le righe del Carucci mi vien da notare che la fatica dei due ciclisti non è appesantita dal pesante fardello di dubbi e di incertezze che gravano su molti visitatori contemporanei di Castel del Monte, ormai monumento nazionale e patrimonio dell’umanità secondo l’Unesco. Voglio dire che i due ciclisti non hanno dubbi. Partono alle due della mattina per andare a visitare il castello. Magari, sognano di incontrare belle castellane, ma neanche per un attimo sono sfiorati da dubbi sulla natura e sulle funzioni dell’edificio. invece, i turisti del XXI secolo, di solito, arrivano sul posto a bordo di comode autovetture o di confortevoli autobus. sono accolti da schiere di guide turistiche e da fornitissime rivendite di pubblicazioni e di gadgets e subito sprofondano nel vortice dei dubbi sul luogo in cui si trovano. tempio laico? Osservatorio astronomico? Punto di incontro di rette che vagano dalla Francia all’Egitto? scrigno di misteri? Centro benessere medievale? Forse anche un castello? chissà. E il più delle volte rientrano nei loro mezzi di locomozione e lasciano la collina del castello profondamente incerti, magari cercando di individuare destinazioni sempre più misteriose. Ah, se studiosi e visitatori andassero a Castel del Monte ancora in bicicletta…

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...