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Le elezioni Usa e l’importanza del voto

Le elezioni americane hanno avuto larga eco, ed è naturale. Durante le primarie; in quella ultima che è stata definita la peggiore campagna elettorale che l’America ricordi; nei giorni del voto; infine, in questi giorni di dopo voto, e chissà per quanto tempo ancora, con largo spreco di analisi, alcune tardive e non sempre delle più appropriate. Del resto (con mille scuse, se a migliaia di miglia di distanza) se le analisi che oggi accompagnano il dopo-elezioni fossero state più accorte e più tempestivamente prospettate, chissà!, l’esito avrebbero potuto non essere lo stesso.

Molti osservatori, forse i medesimi, durante la campagna elettorale si sono esercitati a rovesciare su tutti, ma in particolare sul tycoon Trump, il peggio del peggio immaginabile (qualche volta neppure a scapito della verità); non risparmiando neppure (in qualche caso compiaciuti) alla navigatissima signora Clinton il peso d’aver definito gli elettori di Trump maiali.

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Donald Trump – foto Wikimedia

Oggi, quando l’outsider demagogo ha vinto deludendo il «sogno americano», si scopre che il magnate miliardario ha parlato ed è stato ascoltato dal forgotten white men, e che quel cittadino dimenticato , quella tribù bianca non sarebbe una scoperta del dopo elezioni, ma l’oggetto di ripetute e approfondite analisi (Mattia Ferraresi su Il Foglio, 12/13 novembre 2016) con la sua indole, motivazioni, condizioni socio-economiche, retroterra culturale e forma mentale, «portando alla luce contestualmente la condizione della vita americana in questo brandello di post modernità»; le quali analisi avrebbero ben raccontato «una profonda crisi culturale e antropologica»; e che quello della provincia scarpona (per significare violenta e trucida), dalla camicia a quadroni e non in «sofisticato spolverino di Burberry» che per anni sarebbe vissuto nella compiacenza dei democratici, si sarebbe all’improvviso ricordato «che il loro paese è quello della retorica libertaria per cui l’outsider può farcela (anche se non di bucato) e ogni tanto ce la fa». Quel mondo che avrebbe scoperto oggi, guarda caso solo oggi, che la «liberal-democrazia è dittatura».

Non si riesce a comprendere come mai si possa scoprire solo a urne chiuse che «questa campagna elettorale per la Clinton si era fatta demenziale» e che quel «bisogna votarla perché donna» non sarebbe bastato. E che, invece, il vincitore sarà pure «un outsider, un parvenu, è quello che è» ma non dà l’idea d’imporre, come l’avversaria, «la polizia del pensiero a una umanità già satura di pensieri precotti». Non so se è poco!, salvo a stupirsi perché di tutto questo nessuno si fosse  accorto un mese, un anno o due prima.

Sarà come sarà; sta di fatto che in queste ore migliaia e migliaia di giovani, di donne, forse di gente appartenente sempre alla medesima tribù, si riversano nelle strade delle grandi metropoli americane con il suo go home, gridando a più non posso (nell’inconscio, illudendosi del salvifico rito): non sei il mio presidente. Sono le stesse masse che verosimilmente hanno applaudito, osannato e incoraggiato Bernie Sanders nella corsa verso la nomination e che ha affascinato anche molti di noi, che giovani non siamo più, sull’onda dell’illusione che quella parola «socialismo», in America considerata poco meno che una bestemmia fino a non molto tempo fa, fosse stata sdoganata per sempre: piuttosto che per l’espace d’un matin com’è assai più verosimile.

Alcune riflessioni di una persona stimata ancorché non conosciuta (Franco Astengo), molto di là dall’aridità dei numeri, sono  interessanti per capire quello che ci gira attorno, e non solo negli USA; e possono aiutare a prevedere quello che presto accadrà in altri Paesi europei, e in Italia nel 2018, salvo sorprese. Partendo dalle elezioni precedenti 2012 (Obama – Romney) e 2008 (Obama – McCain), si scopre che in questa circostanza la Hillary ha conseguito, in valore assoluto, una cifra superiore poco più  di centomila voti a quella del competitore che il 21 gennaio s’insedierà alla Casa Bianca. Una anomalia solo apparente della formula elettorale negli USA, perché collaudata, sia al fine della determinazione della struttura del sistema politico che della forma istituzionale di quel Paese.

L’astensionismo, invece, questa volta si segnala per il suo maggiore interesse, pur nella crescita costante nei turni elettorali negli USA come in altri Paesi, con qualunque metodo di calcolo della formula elettorale. In questo maledetto martedì di novembre 2016 negli USA l’astensione è risultata inferiore rispetto a quella tra le elezioni del 2008 e del 2012, ma ha colpito quasi esclusivamente il campo democratico: e cioè quello potenzialmente proiettato verso il successo, per la carica di rinnovamento di cui era (avrebbe dovuto essere) portatore l’elettorato del profeta socialista americano Bernie Sanders che, verosimilmente, invece ha abbandonato Hillary al suo destino.

I risultati dei democratici sono i più interessanti per questo ragionamento: i quali sono passati da 69.498.516 voti di Obama 2008 ai 62.615.406 sempre di Obama 2012, con un calo di 6.883.110 voti. Hillary Clinton nel 2016 ne ha conseguiti 60.981.118. Un decremento di ulteriori 1.634.288. In totale, negli 8 anni i democratici hanno subito un salasso di 8.517.398 voti. Un dato cui forse ci sarebbe stato da riflettere un po’ di più. Ciò nonostante i democratici hanno mantenuto la maggioranza relativa, sia pure di stretta misura.

I repubblicani, invece, nelle tre le tornate elettorali in esame si sono limitati a variazioni molto parziali rispetto al loro normale plafond: qualcuno ha scritto che il partito repubblicano si sarebbe  ricompattato su Trump allo scopo di mantenere il seggio lasciato vacante dalla morte di Scalia alla Corte Suprema.

Lasciando da parte i dati di altri candidati, si può mettere il punto che nel 2008 i voti validi furono 130.763.588; nel 2012, 123.726.414; nel 2016, 120.195.359 e che tra il 2008 e il 2016 si sono così persi 10.568.229 voti, dei quali 9.699.538 dai democratici; e che questi, quindi, risulterebbero maggiormente puniti dall’astensione. È stato ampiamente detto e scritto: non è stato un trionfo di Trump, ma una vittoria dovuta al sistema elettorale e all’astensione della parte a lui avversa. Perdere poco meno di 10 milioni di voti in 8 anni non è poca cosa; ma anche nel 2012 la rielezione di Obama sconsigliò la riflessione sul rilevante calo elettorale del Presidente uscente, sulle sue politiche, in particolare quella estera.

Hillary Clinton
Hillary Clinton – foto Gage Skidmore/Flickr

Questa, in sostanza, un primo spunto d’analisi sui numeri, dalla quale si potrebbe dedurre come molte indicazioni emerse in un primo tempo debbano essere ridimensionate e meglio valutate. Ed è in queste condizioni che si eleva la protesta americana, con giovani ragazze, alcune in lacrime altre con duro cipiglio, ostinarsi a ripetere, (questa volta c’azzecca) spes contra spem, «non sei il mio presidente».

Poche ore dopo la sconfitta, Bernie Sanders invitò il suo elettorato a votare per Hillary Clinton: un gesto di responsabile consapevolezza democratica che rientra nella cifra di una grande democrazia adusa al reciproco riconoscimento, piuttosto che alla delegittimazione. Ma questo è il punto che non torna, anche alla luce dei dati numerici. Ai democratici sono mancati circa dieci milioni di voti, dei quali molto meno sarebbero bastati per rovesciare il risultato; ormai appare pressoché assodato che l’elettorato del socialista sognatore americano non l’avrebbe seguito nell’ultimo miglio che avrebbe portato alla vittoria innanzitutto i Democratici, prima che la Clinton: nonostante l’opaca gestione della Fondazione che porta il nome della celebre coppia, l’anomalo uso degli account, i discutibili rapporti con uno Stato in sospetto di rapporti con quell’Isis suo dichiarato nemico, e altro ancora. Dunque, potrebbe essere, anzi certamente la maggior parte di quei giovani che oggi sono in piazza a protestare a votare non c’è andata: dimenticando che se votare è un diritto, come anche protestare, l’esercizio del voto è anche uno di quei «doveri della libertà» dal quale non ci si può sottrarre, e tanto meno delegare agli altri. Sicché oggi sarebbe anche legittimo interrogarsi se la «rivolta degli incazzati» serva.

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Bernie Sanders – foto www.berniesanders.com

Il radicalismo che abbiamo di fronte, ha scritto Peppino Caldarola mentre si accinge a rientrare dagli USA, «non è quello tardo bertinottiano che divide il mondo tra chi sta sotto e chi sta sopra», ma deve trovare un sogno per il nostro mondo, che non può che essere innanzitutto la ripresa di un ragionamento su come riformare: anche i tempi, ormai, si sono allungati e di molto, e non solo negli USA stando alla virulenza con la quale si presenta quest’ultimo scorcio di campagna elettorale per quel referendum di cui resta solo uno sbiadito ricordo. Chi è di sinistra, conclude Caldarola, «non si affanni ad andar dietro al populismo, vergognandosene», come è accaduto a chi ha votato Trump vergognandosi di dichiararlo, o si sarebbe vergognato (e non lo ha fatto)  di votare la Clinton dopo aver applaudito Sanders. Il mondo non ha bisogno di nuovi facinorosi, ma di una «talpa» che riprenda a «scavare».

Sarà raccolto e condiviso questo auspicio? O in un mattino della tarda primavera 2018 ci sveglieremo, con la vittoria di un altro outsider, un «comico» o un abominevole uomo delle nevi, un «web master», scoprendo solo allora tutto quello che possiamo imparare a vedere e capire già da oggi?

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