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La Puglia e il referendum del 2 giugno

Pubblichiamo un estratto da La Puglia alla Costituente. 1946 – Informazione, opinione pubblica e prime elezioni di Vito Antonio Leuzzi e Raffaele Palladino (Edizioni dal Sud Cop Costituente.indd2016), esito di una ricerca ideata e realizzata dal Corecom Puglia e dall’Ipsaic (Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea). Il volume è dedicato al «triplice voto» del 1946, quando gli italiani furono chiamati alle urne per le elezioni comunali, politiche (per eleggere l’Assemblea costituente) e per il referendum su Monarchia o Repubblica. Il testo che proponiamo (tratto dal primo capitolo a cura di Vito Antonio Leuzzi) è intitolato «Opinione pubblica e voto del 2 giugno» ed è dedicato alla campagna per il referendum.

La campagna referendaria in Puglia si presentò sin dagli inizi aspra con intimidazioni ed episodi di violenze abbastanza diffusi [1] disorientando l’opinione pubblica. I partiti di sinistra incontrarono diversi ostacoli per l’organizzazione della campagna elettorale che aveva come epicentro le piazze principali dei paesi dove si utilizzavano i balconi per l’intervento degli oratori. A Lecce i proprietari delle abitazioni che si affacciavano su piazza S. Oronzo opposero un rifiuto alle richieste dei partiti di consentire l’accesso ai balconi per svolgere i comizi. La stessa situazione si verificò per le sale dei cinematografi. Nel capoluogo salentino il divieto dell’uso del balcone municipale fu sancito da una delibera della giunta comunale. Il clima di violenze, in particolare scontri tra qualunquisti e partiti di sinistra, si registrò a Ruvo di Puglia (lancio di una bomba di un seguace dell’Uomo qualunque), a Ceglie Messapica, a Gioia del Colle e in diversi altri centri [2]. Nel capoluogo pugliese il 29 maggio, nel corso del comizio di Togliatti, si verificarono gravi disordini, messi in luce dalla cronaca della giornata elettorale presente sui quotidiani del tempo:

«Vennero esplosi diversi colpi di arma da fuoco per spaventare la folla, mentre gruppi di manifestanti inneggianti alla monarchia in corteo per la città, distrussero manifesti e insegne repubblicane, inoltre alcuni uomini armati invasero la casa dell’avvocato Papalia. una delle personalità più in vista della città» [3].

Due sentimenti contrastanti dominarono la prima prova elettorale dopo il crollo del fascismo e le rovine della guerra: “il ritorno al quieto vivere” e “la rottura radicale con il passato”.

Interpreti della prima istanza furono i sostenitori della monarchia, in particolare il fronte dell’Uomo qualunque, presente nel Mezzogiorno, soprattutto nei capoluoghi Brindisi, Bari e Lecce. Il movimento capeggiato dal commediografo Guglielmo Giannini, impegnato sin dagli ultimi mesi del 1945 in una intensa propaganda contro il governo Pani e contro i partiti che costituivano il Comitato dì liberazione nazionale (Cln), alimentava un clima di paura per le scelte di politica economica che avrebbero stravolto l’Italia. Nel corso della campagna elettorale la definizione della scelta repubblicana come “un salto nel buio” costituì lo slogan principale dei sostenitori della monarchia. Al successo della propaganda qualunquista contribuivano le tensioni sociali e il diffuso malcontento dei ceti medi, soprattutto delle città del Sud dove il dopoguerra era iniziato un anno e mezzo prima rispetto al resto del Paese.

Nel capoluogo pugliese continuavano ad arrivare nel corso del 1946, dal Nord dell’Europa e dai Balcani, migliaia di profughi e rifugiati di diversa nazionalità, soprattutto ebrei che in massa sì trasferivano al Sud per poter poi raggiungere la Palestina [4]. In questo contesto si paventavano negli ambienti di destra i pericoli della presenza di molti slavi e le perplessità sulle questioni delle riparazioni e delle colonie. Sul versante opposto istanze radicali di cambiamento caratterizzavano i braccianti poveri e i contadini senza terra di Andria, dei grossi borghi del Tavoliere, dell’Appenino dauno e di tutta l’area murgiana caratterizzata da una forte concentrazione della proprietà terriera in poche mani. La contrapposizione di classe era esasperata dal problema della disoccupazione.

La battaglia per la Repubblica permise ai partiti di sinistra, azionisti, socialisti e comunisti, di spostare il duro scontro di classe sul terreno del cambiamento politico-istituzionale e della conquista dei diritti. «1 cafoni sono repubblicani» sosteneva il meridionalista Guido Dorso, in un articolo pubblicato agli inizi di maggio su «La Gazzetta del Mezzogiorno». Sulla stessa lunghezza d’onda Giuseppe Di Vittorio, con diversi interventi su «La Voce», insisteva sulla conquista dei diritti, sulla battaglia di civiltà e sull’emancipazione dei lavoratori.

I voti per la Repubblica, che raggiunsero percentuali molto elevate in tutti i grossi centri bracciantili: Andria, Gravina, Santeramo, Minervino, Cerignola, San Severo, Candela, e in molti centri del Gargano e delle aree più povere della Capitanata, confermarono una forte polarizzazione di classe. Orsara, con il 76% di voti a favore della Repubblica, si rivelò il comune più repubblicano della Puglia. Tale successo scaturì dall’influenza esercitata sulle famiglie degli emigrati negli Stati Uniti e dalla forte diffusione del movimento valdese in tutta l’area già noto per l’opposizione al fascismo e favorevole ad una svolta democratica. Città simbolo del voto per la Repubblica fu Minervino Murge (65%) per la forte tradizione libertaria che risaliva alla fine del Settecento.

Mentre il voto per la Monarchia prevalse nei maggiori centri, soprattutto a Bari, a Lecce e in tutto il Salento ad esclusione di Taranto (maggiore centro operaio della regione), che con circa la metà dei voti per la Repubblica (49%) fu la città capoluogo più repubblicana del Mezzogiorno. In definitiva, per la Repubblica in Puglia si pronunciò solo il 32% (il risultato nazionale fu del 54%). Al voto ultramonarchico contribuì, come nel resto del sud-Italia, la Chiesa, che non nascose la sua preferenza per l’ordine tradizionale. In modo molto diverso si caratterizzò la scelta per l’Assemblea Costituente che ebbe il compito di elaborare la Costituzione democratica. Anche in Puglia si confermò il dato nazionale. I tre partiti di massa raggiunsero infatti più del 60% dei voti. La Democrazia cristiana si affermò quale primo partito in tutte le province pugliesi. Tuttavia non va sottovalutata la forte affermazione della destra nel suo complesso (liberali, monarchici e qualunquisti) che rappresentò circa un terzo dell’elettorato pugliese. Socialisti e comunisti, rispettivamente con il 10,8% e con il 14,7%, costituirono un quarto dell’elettorato regionale con una maggiore presenza nella provincia di Foggia. Rispetto al dato nazionale si registrava un’affermazione maggiore del Pci rispetto al Psiup che nella realtà nazionale era il secondo partito.

La prova elettorale costituì, comunque, una svolta epocale ben evidenziata da Piero Calamandrei il quale affermò: «Eppure nonostante questo il popolo italiano, uomini e donne, ha votato per la Repubblica: in silenzio, senza un gesto scomposto, senza un’imprecazione, ha scelto sapendo quel che sceglieva: la Repubblica» [5].


[1] Cfr. la cronaca relativa ai comizi dei quotidiani «La Gazzetta dl Mezzogiorno» e «La Voce» dei mesi di aprile-maggio 1946.

[2] Ibidem.

[3] Cfr. «La Voce», 30 maggio 1946.

[4] Cr. Mario Toscano, La porta di Sion, il Mulino, Bologna 1990 e di V. A. Leuzzi, «Usi e riusi, campi profughi in Puglia» in La lunga liberazione (a cura di Eric Gobetti), FrancoAngeli, Milano 2007.

[5] P. Calamandrei, Miracolo della Ragione, «Il Nuovo Corriere della Sera», 9 giugno 1946.

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