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Fidel Castro, come l’ha immaginato una generazione

La  battuta, folgorante, la mise in bocca del suo Bobo uno Staino non ancora renziano: «Nel daiquiri invece della yerba buena, la mentuccia. Come dire: al posto di Fidel, Tortorella». E chi rise più di gusto non fu l’abituale pubblico a cui si rivolgeva il vignettista, quello dei militanti in crisi del vecchio partito comunista, quanto piuttosto coloro che costituivano un’altra genia dell’allora, tra la fine degli anni Settanta ed inizi degli anni Ottanta, molto variegato e vitale mondo della Sinistra italiana. Coloro i quali negli anni liceali si erano formati alla politica nei collettivi studenteschi della Nuova Sinistra giovanile extraparlamentare e che poi, negli anni universitari, sconcertati dalla deriva politica di molti ex compagni, avevano cercato un approdo nei partiti della Sinistra storica. Trovando però le porte chiuse, sbarrate, nel Pci ed invece una insospettata ed inaspettata disponibilità al dialogo ed al confronto politico nel più libertario, e per certi versi spontaneista, mondo socialista e radicale.

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Fidel Castro a L’Avana nel 1978 – foto Marcelo Montecino/flickr

La Battuta, del resto, andava incontro a delle loro profonde convinzioni ed ad altre altrettanto profonde emozioni. Da una parte confermava quello che era un giudizio molto diffuso in quella genia, l’accusa di isterilimento politico e di vetero grigiore burocratico rivolta al Pci, se non a tutto almeno alla sua classe dirigente. D’altra parte toccava uno degli elementi identitari ereditati dai loro fratelli maggiori, quelli che avevano fatto il Sessantotto e non erano arretrati, fino ad arrivare allo scontro, a Valle Giulia: il mito del ribelle, del guerrigliero, il “barbudo”. Mito per la verità maggiormente ritagliato sulla figura del Che, Ernesto Guevara, per altro anche fisicamente più vicina a quella che era una’altra personalità iconica chiave per quella generazione e di quel mito, Jim Morrison, il cantante del gruppo rock americano The Doors. Ma in quelle vesti sin troppo trasfigurato, in quanto il che come il cantante americano erano venuti a mancare troppo presto, Morrison nel 1971, il Che nel 1967, per poter essere sentiti da chi era venuto dopo, la generazione dei fratelli minori, come pienamente rappresentativi di esso.

Invece Fidel Castro era ancora lì. Saldamente in sella ed eloquemente vociante. Tanto vociante che quello che restava della stampa della gloriosa stagione della controinformazione non mancava di riportare notizia dei suoi torrenziali discorsi, spesso sottolineando la loro durata incommensurabile, una volta addirittura, così si raccontava, sette ore senza interruzione, una vera e propria prova di machismo oratorio. Ma  parlava anche delle sue decisioni politiche, contraddittorie quanto si vuole e purtroppo macchiate dalle voci, sempre più frequenti e troppo ben documentate per essere ignorate, di sue carceri troppo piene, ma pur sempre decisioni assunte con lo scopo di restituire dignità al suo Paese e riscattare il suo popolo. Era ancora lì, e la sua immagine tendeva, in quella generazione di ex liceali legati alle lezioni di storia che i loro professori con impeto e carisma avevano loro tenuto, a sovrapporsi a quella di coloro di cui avevano letto e sentito parlare a scuola, soprattutto a proposito degli «unici due periodi degni di memoria della storia degli ultimi due secoli del Paese: la Resistenza ed il Risorgimento», come spesso allora si sentiva ripetere. Non tanto Garibaldi, con il quale Castro aveva solo una vaga somiglianza fisica, quanto piuttosto con la figura di un altro intrepido combattente, Carlo Pisacane, “barbudo” pure lui. Tanto da diventare una sorta di Pisacane socialista libertario  che, sbarcato con i suoi compagni a Sapri, era riuscito a sopravvivere allo scontro di Sanza e pur temporaneamente sconfitto si era rifugiato sulla Sierra Madre per riprendere a coltivare la ribellione, proprio a partire dal Sud, e dirigersi con marcia trionfante verso l’Avana, l’altra Napoli della plebe diseredata e sfruttata, trasformata in prostitute per i dominatori.

Un Castro, così immaginato da quella generazione, che non faceva ancora il verso all’Unione Sovietica, che non era ancora caduto nella trappola in cui l’aveva infilato la Destra, la Baia dei Porci. Una trappola le cui conseguenze erano state tremende, provocando una svolta sempre più autoritaria della “revolución”, la nascita di un regime sempre più dispotico (ma non dimentichiamoci che Destra era quella della Baia dei Porci: la Destra di un Nixon non ancora presidente ma già vicepresidente e senatore, anima nera del maccartismo e dalle mani pelose, il cui nefando populismo ben rinviava a quello attuale di Trump). Un Castro forse sognato ma ritagliato su quello del periodo che precede l’aprile del 1961, colui che occupato l’Hotel Nacional della capitale cubana, aveva firmato il decreto di espulsione di tutti i grandi padroni abusivi del potere e della ricchezza del suo Paese, soprattutto delle grandi multinazionali straniere e colonialiste. un simbolo di libertà e di volontà di riconquista della dignità degli ultimi, in fondo più evangelico che marxista, più libertario che leninista. Più Fidel che tiranno.

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