Terzapagina

Turandot e l’amore irragionevole

Pubblichiamo la recensione della Turandot di Giacomo Puccini (regia di Roberto De Simone, direttore Giampaolo Bisanti) andata in scena dal 9 al 17 novembre al teatro Petruzzelli di Bari per la Stagione  d’opera e balletto 2016 della Fondazione Petruzzelli.

Vi innamorereste di una donna vestita come un cormorano, empatica come un esattore e con un’idea del sesso pari a quella di un gulag d’inverno? Certo che sì, naturalmente: non sarà un pezzo di pane, ma è per quello che ci si perde la testa (letteralmente, nel caso). Turandot ha tutte le qualità umane di un cactus, e Puccini (che conosce di che pasta son fatti i nostri desideri) mette la sua musica meravigliosa, fluida e suadente primo-novecentesca (al bando ormai i recitativi, leitmotiv wagneriani inseriti sapientemente per dare enfasi ai presagi e alle speranze, dissonanze e albori espressionistici) al servizio dell’amore irragionevole e autolesionista del principe pretendente Calaf, e cioè, tout court, dell’amore.

E il libretto ha punte che non t’aspetti: Turandot, figlia dell’imperatore, fa tagliar la testa ai pretendenti che non riescono a risolvere i suoi tre enigmi, e i suoi tre ministri cercano di dissuadere il principe dal rischiare la vita denigrandola con garbo pari al loro rango: “Se la spogli, è pur sempre carne cruda” (poi dice che l’opera è sdolcinata…). Alla prova a risposta singola, il principe trionfa, e avrebbe la preda in pugno: macché, Turandot tanto tiene all’onore della parola data, da non trovar di meglio che urlare: “Non vale!”. Il buonuomo ancora l’asseconda, e, invertendo l’onere della prova, le dà una notte di tempo per indovinare il suo nome (essì che si chiama Calaf, provateci): se Turandot ci riuscirà, potrà liberarsi dell’amante appiccicoso; altrimenti: nozze (con chissà quale goduria). Il dramma finisce qui. Puccini morì, e questo è in generale un buon motivo per lasciare le cose incompiute. Ma esimi musicologi sostengono che la sfida fosse impari: trasformare di botto una torva decapitatrice (castrazione del maschio, va da sé) in un’amante appassionata era troppo anche per un’opera ambientata “al tempo delle favole”. Si dice che il Maestro volesse concluderla con un meraviglioso duetto, nel quale avrebbe ribaltato i nostri biechi pregiudizi sulla protagonista. Alfano e Berio si cimentarono, e ora ne abbiamo due, di finali. Vado controcorrente, e preferisco che sia finita qui, quest’opera straordinaria. Posso almeno immaginare che “all’alba vincerò” sia solo il comprensibile auspicio di un principe rinsavito che, alla fine, andrà a godersi la vecchiaia fra i suoi agi riservando alla gentildonna il sublime gesto dell’ombrello .

turandot-1

Turandot a Bari – foto Michele Piscitelli

Bella, la versione della Turandot andata in scena al Petruzzelli. Intanto, per le scene assai ricche di Rubertelli (moltissimi figuranti) e i costumi di Odette Nicoletti (ispirati ai guerrieri di terracotta). Ma la cifra distintiva dell’opera è senz’altro fornita dall’acuta regia di De Simone, resa evidente dalla sottolineatura plastica delle forti valenze simboliche di una storia assai antica (il libretto, di Adami e Simoni, è la trasposizione di una fiaba teatrale di Gozzi, tratta dalla raccolta di favole persiane dal titolo I Mille e un Giorno). Nelle note di scena messe gentilmente a disposizione dalla Fondazione Petruzzelli, il regista tratteggia le tematiche propulsive di un mito che offre spunti alla psicanalisi: il ciclo della vita e della morte, e dunque la possibilità stessa di amare che ad esso è legata, è bloccato dall’impronta del passato che attanaglia Turandot: nel ricordo dell’oltraggio subito dall’ava ella non si consente di rivolgersi ad un uomo se non attraverso la modalità della vendetta. L’improvviso “disgelamento”, sul quale tanto si interrogò Puccini, non può avvenire se non attraverso il sacrificio rituale della schiava, capace di amare, Liù (personaggio centrale nell’opera). E poi il tema dell’enigma e i suoi trascorsi edipici; il misterioso legame fra la pronunciabilità di un nome ed il potere che si acquisisce sull’essenza dell’oggetto denominato…

Il tessuto sonoro di quest’universo simbolico è offerto in una prova convincente da Giampaolo Bisanti (forse non energica, ma suadente ed attenta la sua direzione), dal coro diretto da Fabrizio Cassi e dalle voci bianche dirette da Emanuela Aymone. Due i cast di cantanti, apparsi motivati, anche se forse non sempre efficaci su tutti i registri vocali.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...