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Diario di un presidente di seggio che ha votato Sì

Da circa dieci anni, in occasione delle consultazioni elettorali di vario tipo (e ce ne sono sempre di più di quanto siamo disposti a ricordare), io lavoro nei seggi. Ho fatto lo scrutatore, poi il segretario, poi il presidente e questa, a ben pensarci, è l’unica carriera che sono riuscito a fare nella mia vita. Domenica scorsa, ho lavorato come presidente in un piccolo seggio nel cuore di Bari e ci lavoravo come presidente che avrebbe poi votato Sì.

Questa non è un’informazione in sé particolarmente interessante o importante ma ha un senso. Ha senso perché, a un certo punto della giornata, ho appreso che per diversi miei amici e contatti io ero, indirettamente parlando, uno di quelli che avrebbe cancellato il loro No. Sarebbe una sciocchezza, una di quelle da scherzarci su, se non fosse che, direttamente parlando, diverse persone al seggio lo hanno davvero affermato o almeno insinuato.

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Elezioni politiche a Manhattan, 1856 – The New York Public Library


È iniziata con la polemica di alcuni soggetti che non volevano che fossi io a infilare la loro scheda nell’urna perché chissà che potevo fare con le mie “ciampe” e perché “lei la MIA scheda non la DEVE toccare”. È proseguita poi, più consistentemente, con le proteste e i dubbi nei confronti della matita, con la dichiarata indecenza di non poter usare una penna, con i rumori da incisioni rupestri che provenivano dalle cabine, segno acustico e non verbale per dirmi “prova a cancellare questo, se ci riesci”. Nel tardo pomeriggio, qualcosa di nuovo deve aver attraversato il panorama mediale perché qualcuno, alquanto indignato, ha chiesto perché era tenuto a esibire un documento di identità mentre Renzi no. Ho spiegato che il riconoscimento dell’elettore può avvenire anche di persona e che se io o un altro membro del seggio l’avessimo conosciuto, non ci sarebbe stato bisogno di alcun documento. Mi ha detto che non era vero. In seguito, teorici più raffinati mi hanno spiegato che, vista l’alta posta in palio, era assai probabile, anzi quasi certo, che i voti del Sì erano in vendita a 50 euro l’uno. Tuttavia, alla conta dei fatti, tanto il budget a disposizione per la corruzione dei votanti quanto le gomme fornite per la cancellazione delle loro schede non erano poi così efficienti dal momento che il No, nella mia sezione come altrove, ha stravinto. Io e gli altri componenti del mio seggio abbiamo registrato i voti, sigillato le schede, e svolto il nostro dovere con assoluta tranquillità pur avendo individualmente votato cose diverse.

Come ovvio, su giornate come queste si possono fare fotomontaggi divertenti, meme strepitosi, battute fulminanti. Quando però giornate come queste le si vive, magari ci si accorge che c’è un problemino un po’ più serio dietro, forse più serio persino di un riforma costituzionale. Certo, non stiamo vivendo in un gran bel mondo e questo è senza dubbio preoccupante. Ma è anche vero che ci stiamo inventando un mondo che non esiste peggiore di quello in cui stiamo vivendo. Un mondo in cui quelli che hanno più potere di noi sono automaticamente dei delinquenti, in cui gli altri sono sempre pronti a fotterci e in cui persino il tuo amico del sabato sera, la domenica mattina, diventa un potenziale falsario e imbroglione. Mentre portavo i voti validi agli uffici competenti – che NON possono modificarli perché i risultati sono già stati messi a verbale – ho incontrato qualcuno che festeggiava rammaricandosi dell’assenza della pena di morte, una giusta punizione da subire dopo aver rovinato l’Italia. E non lo stava dicendo da dietro uno schermo e lo stava dicendo con una divisa addosso.

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