Conflitti

La guerra dentro (Aleppo, 2012)

la-guerra-dentroPubblichiamo, con il consenso dell’editore, le prime pagine del libro La guerra dentro della giornalista barese Francesca Borri (Bompiani 2014), reporter di guerra che dal 2012 segue la guerra in Siria.  L’autrice ha seguito per mesi, da freelance, la battaglia di Aleppo,  e, si legge sulla quarta di copertina, «capisce presto di trovarsi su un duplice fronte: quello di una guerra senza regole, dove non esiste alcuna distinzione tra civili e combattenti, ma anche il fronte quotidiano dei rapporti con i caporedattori e gli altri giornalisti, in cui dominano cinismo, competizione, superficialità».

Settembre 2012

Il luogo più pericoloso, qui, è l’ospedale. E la prima cosa che ti dicono quando arrivi: se hai voglia di stare tranquilla, stai sul fronte.

Lasciate ogni regola, voi che entrate. Ogni logica. Aleppo e esplosioni, in questi giorni, nient’altro. Esplode, tutto esplode e crolla. E quando ti avventuri fuori in cerca di acqua, quando hai fame sete, solo cecchini ovunque. Gli aerei di Assad bombardano a volo radente, improvvisi, ti precipitano contro in vortici di vento, polvere e carne. Ma sono così imprecisi che non bombardano mai le linee del fronte: rischierebbero di colpire non i ribelli, ma i lealisti.

L’unità dell’Esercito Libero in cui siamo embedded e composta da tredici uomini, di cui due in ciabatte – e gli altri non sempre hanno ai piedi due scarpe uguali. Erano diciassette, in tre sono morti per recuperare il cadavere di un quarto che è ancora lì, in fondo alla strada. Hanno per base una scuola, e ognuno un kalashnikov e un coltello. Un bambino, nell’ufficio del preside, lucida i gioielli di famiglia: due lanciarazzi e un fucile di precisione. A parte il capitano, un ufficiale che ha lasciato le truppe di Assad sei mesi fa, non sono che ragazzini di diciassette, diciotto anni. Alaa studia filosofia, e tra un turno e l’altro legge Habermas. I disertori si riconoscono subito: si sono rubati dalla caserma la maglietta mimetica. Gli altri hanno quella di Messi o Che Guevara.

La primavera siriana è diventata la guerra di Siria. E l’evoluzione si percepisce immediata nella differenza tra la frontiera con il Libano e la frontiera con la Turchia. Beirut è rifugio dei più noti attivisti: quelli da cui tutto è iniziato, nel marzo 2011, corteo dopo corteo, assemblea dopo assemblea – quelli a cui l’Esercito Libero, in un certo senso, ha confiscato la rivoluzione. Aiutavano noi giornalisti non solo ad attraversare clandestini il confine, ma anche, soprattutto, a capire le loro ragioni e rivendicazioni. Adesso la frontiera con il Libano è inaccessibile, invece, presidiata metro a metro dagli uomini di Hezbollah. Schierati con il regime. Si è aperta in compenso la frontiera con la Turchia: i ribelli controllano l’ufficio passaporti, all’ingresso uno zerbino con il ritratto di Assad. Ma questa nuova Siria di cui si sono autoproclamati portavoce, onestamente, è un’incognita. Difficile discutere di politica, qui. Inutile domandare di negoziati dell’ONU, di Islam. Di sunniti e sciiti. L’essenziale, con i ribelli, è consegnare 300 dollari a testa: i giornalisti sono l’affare del momento – è questa la tariffa per il giro turistico della Aleppo sotto attacco.

Perché poi le linee del fronte, in teoria, sono quattro. Ma la verità è che il fronte, qui, è uno solo: è il cielo. E chi non ha che proiettili da opporre ai caccia, non ha scampo. Senza un intervento occidentale, come in Libia, l’Esercito Libero non può vincere. E quindi, per ora, tenta di non perdere. Si difendono le posizioni, ad Aleppo: nient’altro. Non si avanza.

Oggi la media, all’ospedale al-Shifa, è stata un morto ogni tre minuti e trentasette secondi. Per rassicurare la popolazione, i ribelli girano in queste jeep bardate di doshka: e una mitragliatrice placebo, contro un aereo ha l’effetto della cerbottana. Per rassicurare il mondo, convincerlo di meritare armi e sostegno, i ribelli trascinano noialtri al fronte: e cioè davanti a invisibili cecchini lealisti. In due, tre, si acquattano al primo incrocio, a cento metri di distanza. E poi attraversano di corsa, in perpendicolare, sventagliando alla cieca colpi di kalashnikov. Su e giù. Tra i flash dei fotografi. Quando attraversano di nuovo, quando tornano dal nostro lato, non chiedono se hanno centrato il nemico. Chiedono: Come è venuta?

Ogni tanto, controfigure di se stessi, dimenticano di sbloccare la sicura.

Mentre tutto, intorno, esplode e crolla. Soldati che giocano, bambini che muoiono. Dovrebbero esserci i civili e i combattenti, ad Aleppo, dovreb- be esserci un fronte, un qui e un lì, invece non esiste regola. Non esiste riparo. Ambulanze farcite di munizioni, moschee convertite in postazioni militari. I profughi nelle caserme, negli estintori l’esplosivo, al fronte laureandi che lavorano alla tesi, in università gli studenti bombardati a lezione. Le mine nei giardini, i cadaveri tra le altalene. Ribelli con le divise dei lealisti. Lealisti senza divise. Questa base in cui siamo accampati sembra più un liceo occupato che l’unità di un esercito: e una lite continua. A chi tocca cucinare, come conquistare il prossimo isolato. Che tattica usare. Hai rubato i miei stivali, no sei tu che hai rubato le mie coperte. E non è che il microcosmo di quello che accade tra i vari gruppi armati, e più in generale, tra i vari gruppi dell’opposizione. Perché l’Esercito Libero dovrebbe infine consegnare il potere al Consiglio Nazionale, questa specie di governo in esilio che ha sede a Istanbul: ma non si ha un’unica leadership e un’unica strategia, qui. Né tra i civili né tra i militari. Ed è questa, più di ogni arsenale, la vera forza di Assad.

Tra le aule, tra i kalashnikov e le granate, si aggirano bambini. Ahmed ha sei anni. Oggi ti insegno a essere un siriano vero, gli dice il capitano. Un siriano libero. Gli affida la sua Beretta e gli fa sparare un colpo in aria, in questi vicoli stretti di palazzi a otto piani con i vetri in frantumi. Ne va in frantumi un altro. Una donna, i capelli in una treccia, la gonna alle caviglie, corre giù spaventata, il proiettile si è conficcato nella sua cucina. Mi prende penna e taccuino. Ma che Siria verrà mai fuori, scrive, da uomini così? E si rintana nel sottoscala.

© 2014 Bompiani/RCS Libri S.p.A.

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