Piccola letteratura greca

Iliade: l’ira di Achille e la cultura guerriera

Inauguriamo con questo testo sull’ira di Achille nell’Iliade la rubrica Piccola letteratura greca, realizzata da Pagina della Fondazione Di Vagno in collaborazione con Stilo Editrice. La rubrica prende il nome dall’omonima collana di Stilo dedicata ai classici dell’età ellenica e curata da Giuseppe Micunco, docente di latino e greco biblico nell’Istituto superiore di scienze religiose Odegitria a Bari e per tanti professore di latino e greco al liceo Socrate di Bari. I volumi – scritti da Micunco – sono dedicati ai più grandi autori dell’antica Grecia, da Omero a Erodoto, da Aristofane a Sofocle. Dal 2005 al 2016 sono stati pubblicati 12 libri. Questo brano è tratto da Omero. Iliade – L’ira di Achille (2005).

L’ira di Achille si comprende solo all’interno della cultura guerriera che Omero vuole proporre: è in quella cultura che si giustifica una reazione che può apparire spropositata per una questione di ‘onore’, mentre ci sarebbero altri problemi più grossi delle vicende private e degli orgogli personali. La guerra, certo, non è l’ira, l’irrazionale. La guerra è l’ordinario, la normale, logica, unica attività del guerriero di quella età, che Esiodo (VII secolo) chiama ‘età degli eroi’, della «stirpe celeste di uomini eroi, chiamati semidèi» (Opere 159-160).

È l’attività che permette di esprimere le doti migliori dell’uomo arcaico: la forza, il coraggio, la nobiltà d’animo, in una parola (greca) l’aretè, l’aretè guerriera, che è l’aretè dell’uomo tout court: non c’è, per ora, altra aretè. È l’attività che promette la gloria (il klèos), non solo al presente, ma anche presso i posteri: «che un giorno possano dire…», è in qualche modo l’immortalità. Poco o, quanto meno, relativamente conta l’esito della guerra, di uno scontro, di un duello, come sarà per Ettore nel duello contro Achille: sa di andare incontro alla sconfitta e alla morte, ma l’importante è «che non inglorioso io muoia».

Triumphant Achilles in Achilleion levelled.jpg
Achille trascina il corpo senza vita di Ettore attorno a Troia. Affresco della fine del XIX sec. nel palazzo dell’Achilleion, Corfù, Grecia – di Franz von Matsch (1861-1942)

Quello del primato della gloria, del buon nome, sia pur variamente interpretato e applicato, sarà un principio saldo e costante dell’etica greca, almeno fino all’avvento dei Macedoni e alla fine della libertà politica dei Greci. Ancora Demostene (IV secolo: muore nello stesso anno, 323-322, in cui muore Alessandro Magno), nel suo Discorso sulla corona, tenuto dopo che, nella lotta da lui propugnata contro i Macedoni, gli Ateniesi sono stati sconfitti da Filippo II a Cheronea (338), sosterrà che vittoria è fare in guerra il proprio dovere, anche se il successo non arride, perché questo è nelle mani della tyche (la sorte) e degli dèi: «Quello che era dovere di uomini valorosi, da tutti è stato compiuto; quanto poi alla sorte, essi hanno avuto quello che la divinità a ciascuno concesse» (cap. 208).

Per questo i guerrieri omerici, pur nella consapevolezza che c’è per ciascuno una mòira, una ‘parte’ assegnata (nota o sconosciuta non importa), combattono, con normali umani sentimenti di paure o di gioie, senza però problemi di ‘risultati’, sovranamente superiori rispetto ad altre esigenze della vita che noi considereremmo primarie, altamente infischiandosene dell’esito finale, di Agamennone, di Menelao, di Elena, di Priamo e di Troia: unico obiettivo «coprirsi di gloria». Non hanno altro per la testa: gli dèi, la patria, la famiglia… solo l’aretè e la gloria. Ed eccoli lì «bramosi di combattere», pronti a scannarsi in tutti i modi, bellissimi nelle loro armature che Omero si sofferma a descrivere nei particolari, come se descrivesse la loro casa, i loro sentimenti, il loro mondo (lo si vedrà in particolare nelle armi e nello scudo di Achille): è questo il loro orizzonte.

Il fatto che questa guerra non si ponga prima e per sé una finalità di sopravvivenza (come spesso in antico, quasi mai oggi) o ‘imperialistica’ (come fu per molti in antico, ma anche oggi) o ‘economica’ (come in genere in età moderna, ma anche in antico), in qualche modo, se mai questo si può dire, la nobilita: la rende piuttosto un campo in cui l’uomo mette alla prova il meglio di sé quanto a potenzialità e quanto a ideali. Senza mezzi termini e senza esclusione di colpi. Come quando riprende furiosa tra Greci e Troiani la battaglia (siamo alla fine del V canto) dopo che è stata interrotta, a tradimento e con violenza, una effimera tregua:

Quando essi a un solo luogo giunsero ad incontrarsi,
si scontrarono scudi, aste e ire di eroi
corazzati di bronzo; gli scudi ombelicati
cozzarono tra loro, molto fragore sorgeva.
Lamenti si levavano e esultanze di eroi
che uccidevano o uccisi, sangue a terra scorreva.
Come due fiumi invernali, scorrendo giù dai monti
mescolano scontrandosi la loro acqua furiosa
dalle grandi sorgenti entro un cavo burrone
(da lontano il fragore tra i monti ode il pastore);
così sorse dalla mischia il grido e la battaglia.

(V, 446-456)

E giù botte da orbi:

Primo Antìloco uccise un teucro armato d’elmo
valente in prima fila, il Talisìade Echèpolo:
primo colpì al cimiero l’elmo crinedicavallo;
si conficcò nella fronte, l’osso gli traversò
la punta di bronzo, e a lui gli occhi avvolse la tenebra,
crollò, come una torre, nello scontro tremendo.
Per i piedi il caduto prese il forte Elefènore
figlio di Calcodonte, grancuore re degli Abanti,
lo tirava via dai dardi, desideroso al più presto
di spogliargli le armi; ma poco durò il suo attacco.
Visto che tirava il morto, Agènore grancuore
il fianco, che a lui curvato, si scoprì dallo scudo,
colpì con l’asta di bronzo, gli sciolse le ginocchia.
Così lo lasciò il cuore; per lui s’accese fatica
dura tra Teucri e Achei; quelli come dei lupi
tra di loro balzarono, guerriero contro guerriero.

(V, 457-472)

Dov’è in questa zuffa la ragione della contesa? dove la preoccupazione per l’esito finale? Le stesse similitudini (i fiumi, i lupi) sembrano voler far passare il tutto come un fenomeno naturale, come fatti che rispondono a legge di natura. E sembra contare poco, in realtà, anche il fatto che sia un Troiano o un Greco a uccidere o a essere ucciso: il protagonista è il guerriero, da qualunque parte stia, il suo valore, la sua forza fisica e morale, il suo desiderio di gloria, elemento, quest’ultimo, messo sempre in rilievo con l’indicare di chi sia figlio l’eroe, con il tentativo di recuperare le armi dell’avversario, il trofeo di guerra, recupero tanto importante da far commmettere delle imprudenze che possono costar care, come nel caso appena descritto.

Le stesse crudezze degli scontri, descritte con molto realismo nei particolari («l’asta si conficcò in fronte, gli traversò l’osso»), non raccapricciano più di tanto, anche quando potrebbero sembrare ‘sadicamente’ insistite:

Merione, quando raggiunse Fèreclo inseguendolo,
alla natica destra lo colpì: da parte a parte
dritta tra la vescica all’osso giunse la punta;
cadde gemendo in ginocchio, e la morte lo avvolse.
E Mege uccise Pedèo, il figlio di Antènore,
spurio (con cura lo crebbe Teàno luminosa
come un suo caro figlio, cosa grata al suo sposo).
Mege Filìde vicino gli venne lanciagloriosa,
lo prese al capo, alla nuca, con l’asta acuminata;
dritta nei denti la punta di bronzo tagliò la lingua:
nella polvere cadde, il freddo bronzo tra i denti.
Eurìpilo Euemonìde colpì il luminoso Ipsènore,
figlio di Dolipìone grancuore, che allo Scamandro
fu sacerdote e il popolo come un dio onorava.
E proprio a lui Eurìpilo, splendente figlio di Euèmone,
che innanzi gli fuggiva di corsa, colpì la spalla
balzando con la spada, gli staccò il braccio pesante;
e sanguinante il braccio cadde in terra; a lui sugli occhi
scese purpurea morte e la mòira potente.
Così essi si accanivano nella mischia tremenda.

(V, 65-84)

 

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