Piccola letteratura greca

Odìsseo e le donne: Nausicaa

Secondo appuntamento con Piccola letteratura greca, la rubrica realizzata da Pagina della Fondazione Di Vagno in collaborazione con Stilo Editrice. Il titolo della rubrica si riferisce all’omonima collana di Stilo dedicata ai classici dell’età ellenica, curata da Giuseppe Micunco, docente di latino e greco biblico nell’Istituto superiore di scienze religiose Odegitria a Bari e per tanti professore di latino e greco al liceo Socrate di Bari. I volumi – scritti dallo stesso Micunco – sono dedicati ai più grandi autori dell’antica Grecia, da Omero a Erodoto, da Aristofane a Sofocle. Dal 2005 al 2016 sono stati pubblicati 12 libri. Questo brano è estratto da Omero. Odissea – L’uomo che conobbe (Stilo Editrice, 2005).

Strada facendo abbiamo trovato Odìsseo in ‘conversazione’ con diverse donne: con ognuna un rapporto diverso: di profondo affetto e comunione con la legittima fedele sposa Penelope; di forzato legame d’amore con la ninfa Calipso; di temporaneo (utile) appagamento con la maga Circe. Tante le situazioni d’amore, le diverse pieghe psicologiche, indagate dal poeta (che anche in questo si dimostra più ‘moderno’, più recente, del poeta dell’Iliade): Odìsseo, che «di molti uomini città vide, menti conobbe», ha conosciuto anche donne diverse e le diverse facce dell’amore, coniugale ed extraconiugale. Il rapporto d’amore più delicato, che potremmo definire ‘platonico’ ante litteram, è stato quello con la giovane Nausìcaa, figlia del re dei Feaci Alcìnoo.

‘Platonico’, perché ha il suo inizio, e sostanzialmente si risolve, per entrambi i protagonisti della vicenda in una ammirazione della bellezza. Partito dall’isola di Calipso, lo ricordiamo, Odìsseo aveva fatto naufragio ed era arrivato, privo di tutto, all’isola dei Feaci: da un ‘paradiso terrestre’ a una ‘città ideale’. Ma anche da una donna-dea a una umanissima fanciulla. Nausìcaa, per divina ispirazione (Atena in sogno) è andata con le ancelle alla foce del fiume presso la riva del mare a lavare i panni del suo corredo nuziale (era già in età da marito e tutto doveva essere pronto). Stesi i panni al sole, lei e le ancelle si svagano giocando a palla con giovanile letizia. Ed ecco spuntare di dietro un cespuglio Odìsseo, nudo (ma aveva provveduto a «spezzare con mano gagliarda un ramo fronzuto per coprire le vergogne del corpo»), «orrido di salsedine»: le altre ragazze scappano inorridite, la sola Nausìcaa resta e Odìsseo le parla:

«Alle ginocchia ti prego, signora… dea o mortale?
Se sei una dea, degli dèi che stanno nell’ampio cielo,
io davvero ad Artemide, figlia del grande Zeus,
per bellezza e grandezza e aspetto assai t’assomiglio.
Ma se una sei dei mortali, che abitano la terra,
tre volte beati tuo padre e tua madre signora,
tre volte beati i fratelli, perché assai il loro cuore
sempre è pieno di gioia, si rallegra per te,
al vedere un tal fiore quando muove alla danza.
Ma più d’ogni altri beato sarà in cuore colui
che più ricco di doni ti porterà alla sua casa.
Mai i miei occhi hanno visto una tale bellezza,
in uomo o donna, e mi prende reverenza al guardarti.
Tale a Delo una volta, presso l’ara di Apollo,
un giovane virgulto di palma ergersi vidi;
anche lì sono stato, con me era molto popolo,
sulla strada in cui dovevo duri mali patire.
Guardando quel virgulto fu stupito il mio cuore
a lungo, una tale pianta mai spuntò dalla terra,
come te, donna, ammiro, e stupisco e ho tremore
a toccarti le ginocchia; ma duro affanno mi tiene».

(VI, 149-169)

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Joachim von Sandrart, Odìsseo e Nausicaa, 1630-1688 – via Wikimedia Commons

Odìsseo fa un rapido cenno alle sue sventure, le chiede di dargli qualcosa con cui coprirsi e di condurlo in città; poi conclude:

«Gli dèi a te diano quanto il tuo cuore desidera,
un uomo ed una casa ti donino e concordia
propizia: perché niente è più prezioso e meglio
che quando concordi e unanimi dirigono la casa
l’uomo e la donna; molto si rodono i malevoli,
letizia hanno gli amici, essi fama grandissima».

Le parole di Odìsseo sono una dichiarazione d’amore, senza sentimentalismi o sdolcinature; sono parole che nascono da un apprezzamento della persona, della sua bellezza, e non solo esteriore: Odìsseo ha apprezzato, e quanto, il fatto che Nausìcaa non sia fuggita via, come le altre, dimostrando una forza interiore non comune di un animo che non si ferma alle apparenze, ma sa guardare alla sostanza delle persone e delle cose. I riferimenti che Odìsseo fa alla sua giovane età, alle belle fantasie nuziali che sono sicuramente nel suo cuore, non sono soltanto una captatio benevolentiae, ma colgono con delicatezza i sentimenti più riposti e belli della fanciulla, esaltandone la preziosità e la freschezza. Augurare soprattutto la concordia tra gli sposi, se da un lato rimanda, con qualche nostalgia, alla sua perfetta concordia con Penelope, dall’altro esalta il valore che più di tutti gli altri dovrebbe caratterizzare i rapporti tra gli uomini, a cominciare dalla famiglia. Sulla omònoia, sulla concordia, rifletterà a lungo il pensiero greco, anche e soprattutto in campo civile e politico. Che Odìsseo, esperto conoscitore di uomini, abbia saputo ben cogliere la grandezza d’animo della ragazza che gli sta di fronte, si vede dalle parole con cui ella gli risponde e dai fatti che le accompagnano:

Di rimando gli disse Nausìcaa bianchebraccia:
«Straniero, tu non sembri uomo malvagio o stolto:
lui, Zeus Olimpio, assegna la fortuna agli uomini,
valorosi o malvagi, come vuole a ciascuno.
A te questo ha dato: e questo tu devi sopportare».

(VI, 186-190)

Ha compreso di avere a che fare con un uomo saggio, e con un uomo che, però, ha molto sofferto; e gli fa una lezione (!) sul forte sopportare quanto gli dèi assegnano agli uomini, e che gli uomini non possono cambiare. Sembra di sentire Orazio: «Questo è duro, ma più lieve diventa con la sopportazione ciò che non è possibile cambiare » (durum, sed levius fit patientia quicquid corrigere est nefas: Odi 1, 24, 19-20). E gli dèi premiano il coraggio e la saggezza di Nausìcaa, con una sorta di teofania: Odìsseo, brutto per il naufragio e le sofferenze patite, diventa bello come un dio:

Poi che tutto fu lavato e fu unto di unguento,
vestì le vesti che diede a lui la giovane vergine,
quindi lo rese Atena, la dea nata da Zeus,
più grande e più robusto a vedersi, e dal capo
folti mandò giù i capelli, come fior di giacinto.
Come quando oro fonde insieme ad argento un uomo
sapiente, a cui insegnarono Efesto e Pallade Atena
ogni arte, ed hanno grazia i lavori che compie,
così a lui grazia effuse sul capo e sulle spalle.
Sedette più in là andando sulla spiaggia del mare,
bellezza e grazia raggiando: si stupì la fanciulla.

(VI, 227-237)

Uno stupore reciproco davanti alla bellezza e alla sapienza: ognuno ammira nell’altro la perfetta fusione tra bellezza fisica e sapienza dell’animo: bellezza e sapienza non vanno separate, sono tra loro strettamente legate e formano l’unica realtà dell’ideale del bellobuono che la cultura greca ha fissato in un’unica parola, kalokagathìa, con la fusione di due termini (kalòn ‘bello’ e agathòn ‘buono’) che sarebbe stato assurdo e impossibile dividere. Ed è da questa ammirazione del bello che nasce un sentimento di reciproca simpatia e amicizia, che proprio la sapienza, però, non permetterà che diventi un concreto rapporto d’amore, nel rispetto delle diverse condizioni, di sposato per Odìsseo, di giovane vergine per Nausìcaa. Una simpatia rispettosa che suona appena di malinconia nell’addio.

Dopo che è stato accolto ospitalmente nella reggia e si è lavato e rivestito a nuovo, prima di entrare a banchetto tra i prìncipi dei Feaci, dove racconterà tutte le sue avventure, Odìsseo e Nausìcaa si vedono per l’ultima volta e si salutano:

Dopo che lo lavarono le ancelle e l’unsero d’olio,
un manto bello indosso gli misero e una tunica,
lasciato il bagno, tra gli uomini che già il vino bevevano
andava; ma Nausìcaa bella per dono divino
ristette presso il pilastro della casa ben fatta,
ed ammirava Odìsseo al guardarlo con gli occhi,
e così gli parlo, disse parole alate:
«Gioia a te, straniero, e sempre, tornato alla patria terra,
ricordami, perché a me prima devi la vita».
Rispondendo le disse Odìsseo moltipensieri:
«O Nausìcaa, figlia di Alcìnoo grancuore,
così ora Zeus conceda, il tonante sposo di Era,
ch’io giunga a casa e veda il giorno del ritorno.
Ma anche lì come a un dio, così a te farò voti,
sempre ogni giorno: tu mi desti la vita, o vergine».

(VIII, 454-468)

Lei aveva, nella sua ingenuità giovanile, quasi sognato di sposarlo; lui, uomo maturo, che ne ha passate tante, lo ha certamente intuito, ha compreso, apprezzato, e la ricambia con parole di affetto: un gioco di sguardi e di delicato rispetto: lei si affaccia appena sulla soglia, lo guarda ammirato; Odìsseo la venera come una dea: pochi tocchi per una indimenticabile scena d’amore: una bellezza divina.

Piccola letteratura greca

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