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Una violinista a Birkenau

In occasione della Giornata della memoria, che si celebra ogni anno il 27 gennaio per ricordare le vittime dell’Olocausto, pubblichiamo, con il permesso dell’editore, un estratto del libro Una violinista a Birkenau di Helena Dunicz Niwińska. L’autrice fu rinchiusa nel campo di concentramento dal 1943 e fu liberata nel 1945. Durante l’internamento fu componente dell’orchestra del lager di Birkenau. Alcuni brani del volume, pubblicato dal Museo di Auschwitz-Birkenau, saranno letti venerdì 27 gennaio durante un incontro organizzato nella sala dell’archivio della Fondazione Di Vagno a Conversano.

Il secondo o il terzo giorno dopo il mio arrivo al blocco 25 durante l’appello del mattino fu chiamato il mio numero. Quasi subito venni accompagnata da una certa prigioniera, la lojferka [1] al blocco dell’orchestra del campo. Era il blocco 12 (in seguito contrassegnato come blocco 7) situato nella parte del campo B-I-b.

Stavo di fronte, con mio sommo stupore, ad Alma Rosé. La riconobbi immediatamente. Del resto prima della guerra avevo assistito a un suo concerto alla filarmonica di Leopoli nel 1930, dove insieme al marito, Vasa Přihoda, aveva magistralmente eseguito il Doppio Concerto di Bach. Allora ero rimasta estasiata dalla sua musica, dalla sua carriera e dalla sua bellezza fuori dall’ordinario.

Alma Rosé era una violinista famosa già prima della guerra. Proveniva da una famiglia ebraica assimilata dalla grande tradizione musicale. Era nata il 3 novembre 1906 e viveva a Vienna. Suo padre, Arnold Rosé, era al contempo il fondatore del Quartetto Rosé e Primo violino all’Opera di Vienna. Mentre Gustav Mahler, lo zio di Alma, era un compositore e un direttore d’orchestra di fama mondiale. Era tutto ciò che all’epoca sapevo sul suo conto.

Nell’autunno del 1943 a Birkenau mi trovai di fronte ad Alma Rosé. Il suo viso era tranquillo e serio. La canizie le aveva intessuto i capelli neri che stavano ricrescendo. Mi rivolse brevi domande circa le mie capacità musicali. Le dissi di aver terminato il corso avanzato di violino al Conservatorio della Compagnia polacca della musica di Leopoli. Senza dire una parola sistemò sul leggio uno spartito e mi mise in mano un violino. Cominciai a sostenere il mio esame per la sopravvivenza, o forse solo per delle condizioni di vita migliori di quelle del blocco 25.

Avevo una tremenda paura, sebbene non mi passasse neanche per la mente di ricordarle quel concerto a Leopoli prima della guerra. Adesso ero davanti alla direttrice dell’orchestra del campo e alla kapo del kommando della musica. La posizione di kapo nel lager impersonava il potere; in quel momento la mia futura sorte di prigioniera dipendeva proprio da lei.

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L’ingresso di Birkenau – foto Museo di Auschwitz-Birkenau

Durante l’occupazione sovietica, e in seguito quella tedesca, la vita a Leopoli era così difficile che avevo persino smesso di suonare il violino. I tentativi di accaparrarsi un proverbiale pezzetto di pane, di zucchero o di combustibile avevano esaurito completamente le nostre forze fisiche e psichiche. In quanto alla mia tecnica di suonare il violino avevo quindi perso certamente molto, ma non ci pensavo affatto, suonando davanti ad Alma.

Capii di essere stata ammessa all’orchestra del campo. Per il momento dovevo tuttavia tornare al blocco 25 e attendere il trasferimento ufficiale, il cosiddetto Verlegung. Dopo esser tornata al blocco raccontai ogni cosa alla mamma.

Dopo la permanenza di nove mesi nella prigione ai Łącki eravamo già delle prigioniere navigate, quindi adesso, anche se qui a Birkenau eravamo di nuovo delle zugang, capimmo che lo svolgimento di una determinata funzione o l’assegnazione di un “buon” lavoro poteva migliorare in una certa misura la vita. Riponemmo quindi in questo alcune speranze: io, facendo parte dell’orchestra, avrei aiutato la mamma, mentre lei, suonando il violino, mi avrebbe, forse, almeno salvata.

Una cosa era certa, e allo stesso tempo rischiosa: avremmo dovuto separarci. Il campo era un posto maledetto anche perché persino la vicinanza di una persona cara non dava la possibilità di difenderla e la separazione causava migliaia di rimorsi di coscienza, poiché si aiutava se stessi e non l’unica persona cara sopra ogni cosa – LA MAMMA.

Trascorsero un paio di giorni prima di essere trasferita al kommando e al blocco dell’orchestra. Abbandonando il blocco 25 non mi portai dietro nulla, poiché, come ogni altra zugang in quarantena non possedevo alcunché. Lasciai la mamma, pregando le compagne del nostro stesso trasporto di Leopoli di prendersi cura di lei.

La mamma aveva superato la cinquantina. La permanenza di nove mesi in quella prigione nazista l’aveva estenuata oltre misura e le condizioni nel blocco 25 erano terribili. Non ci dicemmo addio, poiché nutrivamo la speranza che ci saremmo in qualche modo rincontrate.

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Birkenau subito dopo la liberazione – foto Museo di Auschwitz-Birkenau

Quando entrai nel blocco dell’orchestra, era in corso una prova. Alma, senza fiatare, m’indicò il posto al primo leggio, accanto alla prima violinista Hélène Scheps, una giovane ebrea belga. La direttrice aveva spostato a un altro leggio la violinista che fino a quel momento occupava quel posto. Io, in silenzio, lo presi. Quella violinista era una polacca, Jadwiga Zatorska. Per lei fu una totale degradazione di ruolo ma in seguito Wisia non mi mostrò mai alcuna animosità per questo. Anzi, al contrario, già durante la prima pausa venne verso di me e con grande affabilità prese a domandarmi di dove venissi. Come prigioniera del campo già navigata mi circondò di cure. Così ebbe inizio la nostra amicizia da lager.

Il ruolo di Primo Violino ha sempre un particolare rango all’interno dell’orchestra, ma non a Birkenau. Qui accadeva diversamente, qui tutte noi, direttrice compresa, eravamo soltanto delle prigioniere e dovevamo suonare.

L’esecuzione della musica era un fenomeno tipico in molti campi, non solo nel nostro. Tuttavia la musica a Birkenau aveva per la maggior parte dei prigionieri un’accezione diversa che non per esempio quella artistica o psichica, che risollevava l’animo. La musica che eseguivamo conteneva in sé un qualcosa di infernale. Cominciammo a rendercene conto fin da subito, vivevamo quindi dei dilemmi di natura morale, delle incertezze in fondo all’anima: dovevamo suonare o no? Più volte tornerò ancora su tale aspetto in queste mie memorie.

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Il settore BII di Birkenau – foto Museo di Auschwitz-Birkenau

Le possibilità di sopravvivenza a Birkenau l’avevano piuttosto quei prigionieri che lavoravano in buoni kommando, ovvero al chiuso. Un buon, e persino ottimo kommando di lavoro era naturalmente anche l’orchestra del campo. Quella che era nata nel campo femminile di Birkenau era una tra quelle che erano in funzione in tutto il combinato del KL Auschwitz. La prima orchestra maschile di Auschwitz I era nata a cavallo tra il dicembre 1940 e il gennaio 1941. Le successive erano state le orchestre maschili di Birkenau (nel 1942) e dei sottocampi, tra cui quello di Monowitz. Un carattere leggermente diverso lo avevano le orchestre nel campo degli zingari e nel campo per famigie per gli ebrei di Theresienstadt.


[1] Dal tedesco Läuferin – galoppino del campo femminile

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