musica/Terzapagina

L’Italia e Sanremo: una canzone per ogni decennio

Domani comincia la 67esima edizione del Festival di Sanremo, la manifestazione nazionalpopolare italiana per antonomasia. Marialena Tucci, di cui Pagina ha già pubblicato un testo sulla «Geografia letteraria del rap in Italia», ha ripercorso la storia della kermesse attraverso sette tappe principali: sette canzoni, una per ogni decennio, che aiutano a comprendere il clima socioculturale, e anche letterario, di ciascun periodo.

1958

Domenico Modugno si aggiudica la vittoria dell’ottava edizione del Festival con Nel blu dipinto di blu, scritta insieme all’amico paroliere Franco Migliacci. Questo brano costituirà il prodromo di «un genere nuovo e inconsueto» (come scrisse Luigi Greci sul Radiocorriere nel 1958), quello della canzone d’autore, in cui compositore ed esecutore si uniscono nella stessa persona, e la volontà di andare oltre la canzonetta, «prendendo come esplicito paradigma letterario di riferimento quello della poesia» (Gianni Guastella). Tali intenti si legano strettamente all’esperienza di «Cantacronache», gruppo nato a Torino nel 1957 e attivo fino al 1963, animato da intellettuali come Fortini, Calvino e Roversi, i quali nei loro testi sceglieranno di raccontare l’Italia da una prospettiva anticonformista, autentica, distaccandosi così dai ritmi melodici e dai toni disimpegnati della tradizione canzonettistica novecentesca. Si creeranno così le basi della prima generazione di cantautori, incentrata soprattutto sulla cosiddetta scuola genovese (Paoli, Tenco, De André), e su quella milanese (Ciampi, Gaber, Jannacci).

1967

Luigi Tenco, che (in circostanze tuttora non chiare) si toglie la vita dopo essere stato eliminato nella prima serata della kermesse sanremese («atto di protesta contro un pubblico che manda Io, tu e le rose in finale e una commissione che seleziona La rivoluzione», era scritto nel suo biglietto d’addio) segna l’esplosione del divario ormai insanabile tra canzone d’autore e canzonetta. La sua Ciao amore ciao, infatti, rispecchia l’esigenza, sempre più sentita da gran parte degli italiani, di un linguaggio «sincero, schietto e realistico» che possa raccontare da vicino i travagli esistenziali dell’individuo. Questo bisogno, già avvertito un decennio prima da scrittori come Pasolini, Pavese e Pratolini, influenzerà non poco i cantautori della seconda generazione (Dalla, Guccini, Vecchioni, De Gregori) che, a partire dagli anni Settanta, saranno reputati alla stregua di intellettuali, con un ruolo sempre più pesante da sostenere, soprattutto in virtù dei mutamenti politici e culturali di cui si faranno cantori.

1978

Anna Oxa,  arrivata seconda con Un’emozione da poco (scritta da Ivano Fossati), susciterà scalpore non tanto per la canzone in sé, ma per il look «punk» sfoggiato durante la sua esibizione, rappresentando così la punta dell’iceberg di un clima molto più complesso e variegato. Dalla nascita dei circoli del proletariato giovanile, «veri e propri centri sociali occupati ante litteram», alla scrittura di protesta (si pensi, ad esempio, a Porci con le ali, scritto da Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice e pubblicato nel 1976, che conteneva espliciti riferimenti sessuali), fino ad arrivare alla stagione del «rock demenziale» di fine decennio capitanata dagli Skiantos, la cultura del tempo si muove sotto il segno della trasgressione ad ogni costo, seguendo utopie e sogni di libertà.

1983

Vasco Rossi, arrivato penultimo a Sanremo con la sua famosissima Vita spericolata, legittima l’entrata in scena nel mondo mediatico della galassia giovanile, delusa dai movimenti del ’77, insofferente e rabbiosa verso le convenzioni e le costrizioni della società. Questa nuova generazione costituirà, infatti, il fulcro di gran parte della narrativa del decennio: Pier Vittorio Tondelli, in modo particolare, darà voce alle fughe, reali o mentali, dei giovani, a quegli stessi «viaggi» cui allude il cantautore di Zocca («ognuno col suo viaggio, ognuno diverso») che si traducono negli effetti dovuti all’assunzione di sostanze stupefacenti, spesso culminanti in tendenze autodistruttive.

1996

La vittoria sfiorata al Festival de La terra dei cachi di Elio e le Storie Tese rappresenta, con la sua pessimistica e irriverente istantanea dedicata all’Italia, la consacrazione al grande pubblico degli autori «cannibali» (Aldo Nove, Silvia Ballestra, Niccolò Ammaniti) e dei riverberi della cultura hip hop e quindi di una comunicazione neoneostandard (definizione del linguista Giuseppe Antonelli) che fagocita i giochi di parole, i riferimenti alla cronaca e le onomatopee fumettistiche per violare ogni tabù  e per offrire una visione straniante della realtà («Papaveri e papi, la donna cannolo, una lacrima sul visto / Italia si Italia no Italia bum, la strage impunita»). Emerge, dunque, una nuova tribù giovanile, quella nata dal declino dell’«età dell’oro», in cui il disincanto s’intreccia a crisi e incertezze, innovazioni tecnologiche e scenari sociali inconsueti.

2008

Colpo di fulmine, brano scritto da Gianna Nannini, interpretato da Giò Di Tonno e Lola Ponce e vincitore della cinquantottesima edizione di Sanremo, simboleggia l’apice di un processo di restaurazione, già partito dalla fine degli anni Novanta, della canzone di stampo tradizionale. Colpo di fulmine, infatti, sembra riprendere dai componimenti degli anni Trenta e Quaranta, riconducibili a loro volta alla tradizione dei libretti d’opera, la struttura e le immagini (dalle inversioni sintattiche come «nell’abbraccio mio» a esclamazioni egocentriche come «muoio di luce»). Il brano è stato individuato da Giuseppe Antonelli (nel volume Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, Il Mulino, 2010, pp. 9-10) come emblema del processo di restaurazione  della canzone di stampo tradizionale.
I trionfatori delle edizioni successive (Marco Carta con La forza mia nel 2009, Valerio Scanu con Per tutte le volte che… nel 2010) non faranno altro che confermare questa tendenza, la quale è inscindibile dalla progressiva creazione di una «lingua domopack» (altra definizione di Antonelli), fatta di parole prodotte al metro per avvolgere melodie orecchiabili: il risultato è quello di una canzone «compressa», di breve durata, formato prediletto dalle radio. Gli anni Zero, anche in letteratura, saranno sostanzialmente caratterizzati da un processo di «normalizzazione». Molti autori, pur usufruendo delle modifiche che il sistema narrativo ha subìto nell’ultimo decennio del Novecento, preferiranno «qualcosa di diverso sia dalla generazione dei padri sia dai fratelli maggiori», oscillando fra scritture autobiografiche e generi come il noir o il poliziesco.

2011

Roberto Vecchioni, vincitore della sessantunesima edizione del Festival con Chiamami ancora amore, raffigura la rivalsa della canzone d’autore sulla canzonetta popolare o commerciale, ma anche la resistenza, in uno scenario culturale che basa molto spesso la sua immediatezza comunicativa sul culto dell’effimero, di uno spazio poetico. Lo stesso Vecchioni ha infatti sostenuto che  la canzone d’autore è prettamente letteraria perché si correla di «sfaccettate, incrociate, moltiplicate interpretazioni della vita e della propria vita», sfruttando la parola come «gioco inventivo» che dà forma a un «parco di metafore tutte sue e perfino rivoluzionarie». Il suo messaggio si traduce, dunque, nella speranza che anche le attuali generazioni possano «finire di scrivere la poesia» (richiamando i versi finali di un’altra canzone del «professore», Sogna ragazzo sogna, del 1999), la stessa principiata più di mezzo secolo fa dai creatori illustri del cantautorato italiano.

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