Piccola letteratura greca

Saffo e la cosa più bella

Terzo appuntamento con la rubrica «Piccola letteratura greca» realizzata in collaborazione con Stilo Editrice. Questo testo è estratto dal volume Saffo e la lirica monodica – La cosa più bella di Giuseppe Micunco (Stilo Editrice, 2007). 

«Qual è la cosa più bella?»: è la domanda di Saffo, una domanda anche di altri poeti del suo tempo, poeti ma inguaribilmente filosofi anch’essi, come tutti i greci antichi, gente ‘malata’, che non dormiva la notte perché tormentata da angosciosi dilemmi di questo genere. Come la Fedra dell’Ippolito di Euripide (V sec. a.C.): «Già altre volte nel lungo tempo della notte mi diedi pensiero dei mortali, in cosa si corrompe la loro vita» (Ipp. 375-376).

Noi latini non abbiamo mai particolarmente sofferto di una tale sindrome, la sindrome degli interrogativi profondi: chi? cosa? perché, come? a quale fine?… la notte poi… Ad essenzializzare, c’è sempre stata a cuore una sola domanda: «Io che ci guadagno? che me ne viene?». Deve essere stato un colpo per i latini vedere per la prima volta un filosofo greco, animale esotico che suscitava curiosità e disprezzo insieme, come ci attesta, ad esempio, Plauto (II sec. a.C.): «E questi Greci che vanno camminando intabarrati con la testa tutta ravvolta nel mantello e vengono avanti carichi di libri e di sporte, e si fermano e attaccano discorso … e ti stanno tra i piedi e non ti lasciano camminare, e fanno la ruota per istrada con i loro paroloni, e li vedi sgargarozzare al bar a tutte l’ore…» (Curculio, 288-292, trad. Paratore), che è come dire: fannulloni, scansafatiche, andate a lavorare…

Qual è la cosa più bella?

Chi cavalieri a schiera, e chi fanti,
chi navi, dice, sulla nera terra
sia la cosa più bella, ma io dico:
ciò che uno ama.
Facile è certo a un poeta spiegare
questo a ognuno: ché lei, che sopra tutti
fu la più bella, Elena, il marito
ottimo in tutto
lasciò, e venne a Troia navigando,
né la figlia né i cari genitori
ricordò affatto, ma la portò via
Cipride amore.
…………………………………………..
Di Anattoria ora a me venne il ricordo
che non è qui.
Di lei vorrei sia l’amabile passo
che la luce veder chiara del volto,
più che i carri dei Lidi, più che in armi
fanti a battaglia.
(fr. 27 D.)

Alii alia dicunt: chi dice una cosa, chi un’altra… È il vano parlare delle comuni opinioni, delle certezze scontate, delle frasi fatte, delle persone che sanno, o credono di sapere, della ‘saggezza’ dei vecchi soprattutto… Per il resto del mondo, prima e dopo di Saffo, la cosa più bella è un esercito schierato: bello nelle sue armature che risplendono al sole, nelle finiture dei cavalli, nella fierezza e nel coraggio di chi in guerra cerca gloria, nel suo stesso essere schierato in ordine, che spira idea di forza, di sicurezza, di onori, di vittorie e bottino…

Manie di altri tempi? Certo, al punto che Omero, nell’Iliade, dedicava un libro intero, il secondo, al catalogo delle navi, alla rassegna cioè di navi e guerrieri da vari popoli e paesi venuti a Troia, e poi tornava tante volte con visibile compiacimento sui guerrieri schierati a battaglia, sui loro cimieri, sulle loro armature… E quanto compiacimento degli antichi nel rappresentare eserciti schierati in lotta, su vasi, in dipinti, mosaici, sulle pareti dei palazzi, nei fregi dei templi, su colonne e archi di trionfo: assiri, greci, romani… e da poco abbiamo scoperto anche i cinesi…

Manie solo di altri tempi? Macché… di parate abbiamo continuato a farne… nei secoli… ne facciamo ancora: come celebrare meglio una festa nazionale che con una parata militare? E ci portiamo anche i bambini… e collezioniamo soldatini di vario genere (i più piccoli anche di mostriciattoli…), riproduciamo in plastico battaglie famose… Altro che manie arcaiche… Scrive con grande ironia Sanguineti, rivolgendosi al figlio: «piangi piangi, che ti compero una lunga spada blu di plastica… una piccola maschera antigas… un coltello a serramanico, una bella scheggia di una bella bomba a mano…» (in Segnalibro, Poesie 1951-1981, Feltrinelli, Milano 1982, p. 82). Le armi sono sempre ‘belle’…

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Saffo e Alceo a Mitilene, Lawrence Alma-Tadena (1881)

Saffo proponeva (ci propone ancora), senza moralismi fuori posto, di metterci alle spalle, o almeno di non assolutizzare, tutto questo: cavalieri, fanti, navi… perché con tutto questo la terra resta «nera», scura di tenebra e di morte. C’è la cosa che può rendere luminosa la terra, la cosa più bella: ciò di cui uno è innamorato. Straordinaria Saffo: non l’amore, ma ciò che uno ama. Che l’amore sia una cosa meravigliosa l’abbiamo cantato in tanti dal post-romanticismo fino ai nostri giorni… Saffo dice «ciò che uno ama», ciò per cui uno prova quel trasporto irresistibile che i Greci hanno chiamato eros. Non l’eros è la cosa più bella, ma ciò che suscita in noi l’eros. Lo straordinario è proprio la relativizzazione dell’oggetto dell’eros, cosa o persona che sia: non un oggetto oggettivo, ma soggettivo, anche se è giusta l’osservazione di chi, come Gentili, sottolinea che non si tratta di un soggettivo di libera scel-ta in quanto è Cipride, Afrodite, la dea dell’eros, a decidere e indirizzare la scelta, ma è pur sempre un soggettivo, in quanto l’oggetto cambia da soggetto a soggetto. «È bello ciò che piace» dirà molti secoli dopo nientemeno che Tommaso d’Aquino (e qui ormai la libera scelta è stata da tempo acquisita).

Quando hai trovato l’oggetto del tuo amore, hai trovato il senso della tua vita, la luce dei tuoi occhi, e devi essere pronto a lasciare tutto e a fare di tutto per conquistarlo: non è un caso che Platone dica più tardi (IV sec. a.C.) che Eros è figlio di Povertà (Penìa) e di Espediente (Pòros). Perché hai visto una bellezza ‘divina’, che supera per te ogni altra umana bellezza. Perché «il buono sarà subito anche bello» (fr. 50 LP), dice ancora Saffo con due parole kalòs e agathòs, che più tardi la sapienza greca unirà nell’unico concetto di bello-buono (kalokagathòs, in una sola parola). «Tutto un mondo separa Saffo da Platone – scrive Lesky –, eppure il filosofo inizia il cammino verso la conoscenza ultima e suprema, descritto nel Simposio, con la contemplazione del bello nella sfera del sensibile concreto e della nostalgia che in esso si accende. Ma una volta Saffo scrisse versi, singolari versi, in cui ella appare avviata su un cammino che conduce oltre il suo tempo e il suo mondo».

Comprendiamo allora perché Saffo, anche qui straordinaria, e contro corrente, ci presenti l’esempio di Elena, la donna più bella del mondo: la moglie dell’eroe argivo Menelao, che, rapita dal troiano Paride, era stata causa della mitica guerra, da tutti considerata una poco di buono, diventa invece in Saffo un modello da imitare. Elena non è stata rapita contro voglia, né ha per ‘facili costumi’ tradito il marito: lo ha lasciato di proposito, come non si è più data pensiero della figlia, né dei cari genitori, perché doveva andare dove il ‘bello’ la portava, dove la portava Cipride, la dea dell’eros. Verrebbe quasi da citare il Vangelo: «Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me […] chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà» (Mt 10, 37.39), così dice, a chi vuole seguirlo, Gesù, il «bel pastore» (Gv 10, 14: in genere tradotto il «buon pastore», ma il greco dice kalòs, ‘bello’).

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Saffo raffigurata in un vaso ritrovato ad Akragas, Agrigento, risalente al 470 a. C. – foto Bibi Saint-Pol/Wikimedia

Purtroppo il testo che stiamo esaminando ha una lacuna (tanti testi di Saffo ci sono giunti lacunosi o in frammenti), ma riprende abbastanza coerentemente con un riferimento personale: Saffo non può più godere, se non nel pensiero, nella memoria, dell’oggetto del suo amore, Anattoria, una delle tante ragazze del suo tiaso (la scuola-comunità, in cui le ragazze bene di Mitilene, ma anche di fuori, venivano preparate alla vita matrimoniale e di società), la cui bellezza l’aveva particolarmente affascinata. Anattoria ha un nome che viene da una radice che significa ‘signoria’, e questa ragazza doveva essere vera ‘signora’ di eleganza, di raffinatezza, di grazia… Saffo dice malinconicamente che vorrebbe vederne ancora l’amabile passo, il suo grazioso ed elegante incedere, il portamento ‘amabile’, che ha suscitato in lei l’eros, il desiderio, e la «luce chiara del volto», più letteralmente «l’abbaglio lampeggiante del volto», dello sguardo, uno splendore divino.

Passo e volto affascinanti ritorneranno nella donna cantata da Catullo (I sec. a.C.), il poeta latino che chiamò Lesbia la sua amata, perché alla poetessa di Lesbo espressamente si ispirava: «Venne la dea lucente dal molle piede/ posò la pianta di luce chiusa nel sandalo arguto/ sostando sulla soglia consumata» (carme 68, vv. 70-72, trad. Mandruzzato).

La grazia di un passo, lo splendore di un volto possono valere «più dei carri di guerra dei Lidii», il che equivale a dire «dell’oro, delle ricchezze», in quanto la Lidia (in Asia Minore) era famosa, quasi proverbiale, nel mondo antico per le sue ricchezze, per il suo oro appunto (basti ricordare le ricchezze del re lidio Creso celebrate da Erodoto, I, 30 sgg.); possono valere «più di fanti in armi a battaglia », il che equivale a dire più del valore guerriero che l’epica aveva tanto esaltato e proposto come unico vero ideale di vita: Saffo chiude il suo canto come l’aveva aperto: aveva cominciato con cavalieri e fanti e conclude con cavalieri e fanti. Al centro ha opposto il suo ‘ma io’.

Non conta più la comune opinione di una società che metteva al primo posto l’aretè, il valore guerriero, la gloria delle armi, per cui ideale supremo era morire in battaglia, magari per mano di un valoroso eroe… Conta la vita personale di Saffo, conta il suo amore per il bello, conta lei, conta l’uomo, ogni uomo, con tutte le sue passioni e debolezze. Ecco la nuova conquista della civiltà greca.

Piccola letteratura greca

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