Piccola letteratura greca

Pindaro e i poeti su commissione

Quarto appuntamento con la rubrica «Piccola letteratura greca» realizzata in collaborazione con Stilo Editrice. Questo testo è estratto dal volume Pindaro e la lirica corale – L’ebbrezza e la misura di Giuseppe Micunco (Stilo Editrice, 2008). Pindaro (Cinocefale, 518 a.C. circa – Argo, 438 a.C. circa) è stato tra i maggiori esponenti della lirica corale, un genere di poesia «pubblica» che veniva composta su commissione per manifestazioni civili o religiose. Questo capitolo è dedicato proprio all’elemento più discusso di questo genere di poesia: il fatto che fosse composta a pagamento. 

Il poeta componeva su commissione: è questo l’aspetto più discutibile, e discusso, di questo genere di poesia, ma la cosa non dovrebbe particolarmente sorprenderci, visto che nel corso dei secoli (e avviene ancora oggi) tanta arte, e non solo poetica, veniva commissionata da mecenati, grandi signori, sovrani, o dalla città intera. Certo la ‘commissione’, e il compenso più o meno consistente, dovevano condizionare non poco l’ispirazione del poeta. Ed è anche vero che ci dovrebbero essere dei limiti di pudore da non superare in materia di dipendenza ‘commerciale’. Canfora ha certo ragione ad essere particolarmente ‘spietato’ a riguardo e parla direttamente (già nel titolo del capitolo dedicato alla lirica corale) di «musa venale e itinerante»: itinerante perché questi poeti sono alla continua, spesso affannosa, ricerca di committenze e fanno spesso il giro delle corti di sovrani e principi più o meno munifici e ambiziosi.

Alquanto parziale può, però, apparire il giudizio dell’illustre studioso quando riconduce tutta la produzione lirica corale a questo, chiamiamolo così, peccato originale: «È qui la differenza sostanziale rispetto alla lirica monodica (Saffo, Alceo ecc.). Il lirico corale ha una lucida visione del mercato e del guadagno». Le prove addotte per dimostrare la dipendenza commerciale sono certo indiscutibili.

Stesicoro (VII-VI sec. a.C.) ritratta (e la cosa è riferita da Platone, Fedro, 243A) un suo primo giudizio negativo su Elena, per la sua fuga a Troia con Paride, incolpando in due successive versioni (palinodie) Omero ed Esiodo di essere stati loro a inventare l’infamante leggenda sull’eroina, che, invece, era venerata a Sparta come una dea; ne riportiamo una:

Non è vero questo racconto:
non andasti sulle navi buonibanchi,
non venisti alla rocca di Troia.

(fr. 11 D.)

Come non detto… dice Stesicoro, non è vero niente, mi sbagliavo: non sei una poco di buono… «Le due palinodie – rileva Canfora – stanno a significare che l’autore fu indotto ripetutamente a tener conto della reazione del pubblico». Il poeta, riferiva Platone, avrebbe in questa vicenda, per intervento della dea, prima perso e poi riacquistato la vista.

Un altro poeta, Simonide (VI-V sec. a.C.) fu indotto da un compenso più alto a cantare un vincitore nella corsa delle mule, incarico che non aveva voluto accettare perché ‘indegno’ di poesia, ma evidentemente a un minore compenso. Questa volta la fonte è Aristotele (Retorica, 1405b 23-28, che riporto nella versione proposta da Canfora): «Una volta il vincitore in una gara delle mule offriva a Simonide un compenso modesto, e lui si rifiutava di comporre il canto per la sua vittoria, fingendo di essere riluttante perché i muli costituivano un argomento di poesia un pomodesto. Ma quando quello alzò il prezzo, prontamente compose e il suo canto cominciava così:

Salve o figli delle cavalle dai piedi veloci!

(fr. 19 D.)

Eppure – commenta maliziosamente Aristotele che cita questo caso a proposito del ricorso alle circonlocuzioni – i padri di quei muli restavano pur sempre degli asini». Pindaro (V sec. a.C.), il più illustre dei poeti lirici corali, definisce senza mezzi termini, ‘merce’ la sua poesia. Canfora riporta le parole indirizzate dal poeta al tiranno di Siracusa Ierone, che aveva vinto nella corsa con i cavalli: «Ti invio questo canto come una merce fenicia, attraverso il grigio mare» (Pitica II, 67-68); e, sempre senza mezzi termini, in un altro componimento (cfr. Istmica II, 1-17), dedicato al tiranno di Agrigento Trasibulo, Pindaro definiva la Musa «dedita al guadagno» e «mercenaria», in quanto, alla fin fine, l’uomo non è che «denaro».

Sembra difficile poter pensare, in queste condizioni, ad una poesia ‘vergin di servo encomio’, ma, forse, è anche ingiusto applicare a questa poesia su committenza le nostre moderne categorie e concludere che quella lirico corale è una poesia da condannare in blocco. Dovremmo condannare anche la poesia di un Virgilio, di un Orazio (lo faceva, ad esempio, Bertolt Brecht diciassettenne liceale quando definiva Orazio «il grasso buffone di corte dell’imperatore »): e il problema non si risolve, comunque, cercando di capire quanto i due sommi poeti latini ‘credessero’ alla carismaticità del loro augusto mecenate.

Le posizioni su questa materia sono le più svariate, ma nemmeno mi sembra giusto concludere come propone, a partire soprattutto dalla valenza religiosa di questa poesia, Privitera: «In questa cornice non ha più senso chiedersi se il poeta melico corale credeva o no alle lodi con cui celebrava gli dèi o i privati: egli era, voleva essere e doveva essere la voce della comunità. Chi lo definisce prezzolato o cortigiano non ha capito molto della sua funzione sociale. Suoi committenti erano i santuari, le istituzioni cittadine e quei privati che, per grazia del dio, avevano riportato una vittoria e che per le loro floride condizioni economiche erano in grado di commissionare un’ode e di sostenere le spese di un coro».

Non è mia intenzione entrare ulteriormente nella questione, né dare salomoniche o equilibristiche sentenze tra pareri così diversi. Ritengo, in ogni caso, di poter pensare che il poeta si sia riservata, comunque, anche una buona libertà di pensiero e di proposta, pur dovendo rispondere al committente e tener conto dell’occasione pubblica che si doveva celebrare nel canto. Un conto è una musa servile quale può essere stata quella controllata da regimi totalitari, antichi o moderni, di destra o di sinistra, soggetta a censura ideologica e politica, imposta o direttamente commissionata, anche nei particolari, agli artisti; altro è l’arte, per fare ancora un esempio, di un Ludovico Ariosto, che scrive alla corte degli Estensi, ma una volta ‘pagato’ il tributo di omaggio al mecenate di turno, si muove poi, innegabilmente, sulle libere ali della fantasia, del suo genio culturale e poetico.

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