Socialismo

Formica, la Costituzione e il Socialismo

Pubblichiamo una lunga intervista a Rino Formica pubblicata sull’ultimo numero de L’articolo 1, rivista della Fondazione Pietro Nenni diretta da Antonio Maglie. Il volume, dal titolo «Democrazia al bivio», è stato presentato lo scorso 14 febbraio a Roma. Formica (Bari 1927), storico esponente del Partito socialista italiano, è stato più volte ministro e parlamentare. 

«C’è un mondo intermedio rintracciabile nella scuola, nelle organizzazioni sociali, che è intenzionato a far rivivere lo spirito costituzionale dell’indissolubilità del rapporto tra sviluppo democratico e sviluppo sociale. Il mondo del lavoro, ad esempio, ha perfettamente compreso che in determinati momenti occorre mantenere una linea ispirata all’equilibrio. Il contratto dei metalmeccanici è un esempio di maturità, la prova che questo universo di fronte ai cambiamenti non è stato preda né di crisi isteriche né di crisi di panico». Rino Formica è sempre stato un attento e appassionato osservatore delle trasformazioni politiche. L’esperienza accumulata negli anni in cui è stato protagonista principale sulla scena, gli consentono oggi di seguire (sicuramente con più distacco ma non con indifferenza perché l’indifferenza non è mai stata la sua cifra, tutt’altro) le vicende della politica con una acutezza che ai più giovani colleghi in servizio permanente effettivo spesso sembra mancare. Il suo argomentare ricco fatto di attenzione al presente filtrato attraverso riferimenti storici, la tendenza a inserire gli avvenimenti nazionali e particolari in un quadro internazionale e generale, illustrano l’enorme distanza che separa i politici di oggi, tutti intenti a catturare l’attenzione con la battuta e il consenso con la facile promessa, da quelli di ieri.

Perché la Prima Repubblica ha avuto molti difetti ma nella foga liquidatoria abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca, identificando il tutto (quasi quarant’anni di storia) con il particolare (il degrado progressivo, il crollo finale, tangentopoli e il tintinnar di manette). Eppure in quei quasi quattro decenni ci sono fasi di espansione economica (travolgente quella tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta; più limitata e controversa quella della metà degli ani Ottanta), di modernizzazione, di alfabetizzazione, di vere riforme. Il libro andrebbe letto tutto e leggendolo per intero probabilmente ci renderemmo conto tanto della qualità delle scelte e quanto del talento di una non irrilevante parte della classe dirigente, qualità e talento che nella Seconda Repubblica non si sono intraviste. Formica ha seguito con attenzione la fase che ha preceduto il referendum (si è schierato apertamente per il “no”) e ora osserva con curiosità il “dopo”. Ha parlato in questi mesi di post-democrazia, di un tentativo di tornare a Costituzioni flessibili sul modello dello Statuto Albertino, del rischio di un anarchismo dilagante e delle potenzialità riorganizzative del sistema politico contenute nella scelta della parte che lui sosteneva e che è risultata ampiamente vittoriosa. Ecco perché nessuno meglio di lui può aiutarci a saltare, come diceva Newton, sulle spalle del gigante per vedere “oltre”.

Onorevole Formica, non le sembra che a guardare le cose italiane si possa sprofondare solo nello sconforto? Trova che questo sia solo pessimismo senile o consapevolezza critica della realtà?
«Penso che il problema stia nel fatto che noi costruiamo la nostra storia a strati».

Conseguenza?
«La stratificazione geologica della politica, una situazione che rende urgente l’abbandono della memoria perché in questa logica il passato è un fatto compiuto, non più visitabile; inevitabile l’accettazione passiva di eventi secolari in un Paese che non ha mai trovato una base sociale, politica e culturale unificante. Siamo una nazione divisa e gli unici legami nascono sull’onda degli interessi comuni. Anche il sindacato oggi appare legato a una comunità di interessi e, contemporaneamente slegato dall’ambizione di costruire una nuova società».

Questo cosa comporta?
«Bisogna un po’ guardare la storia. Il sindacato generale nasce dall’esigenza di avere una organizzazione nella società complementare ai partiti politici. Quando i partiti che avevano dato vita alla Resistenza e alla Costituzione si dividono costruendo un sistema tripartitico, la stessa cosa fa il sindacato seguendo le correnti politiche di riferimento. Oggi che il tripartitismo non esiste più, quel modello sindacale non ha più ragione di esistere. Al contrario resiste proprio nella logica della comunanza di interessi: la Cgil è forte nella scuola e nella manifattura, la Cisl nel pubblico impiego, la Uil negli spazi che ha saputo conquistarsi negli anni della forte concorrenza tra le due Confederazioni più grandi. Oggi nessuna organizzazione può rinnovarsi senza tenere presente che le trasformazioni sono di carattere sovranazionale. Nessun problema è più risolvibile da solo. È necessario che ci sia una regolamentazione nazionale e una sovranazionale. Sembra strano ma a livello di partiti e sindacati c’era più internazionalismo prima che oggi. Le forze politiche sono meno organiche alle organizzazioni internazionali di riferimento, meno assimilabili ai partiti di uguale ispirazione che operano negli altri paesi».

Questo significa che non c’è più la politica.
«La politica continua a esserci ma si è trasferita dai luoghi tradizionali e visibili (partiti, sindacati, istituzioni democratiche) ad autorità sovranazionali in buona parte invisibili. Non c’è più il luogo politico degli stati, basta vedere quel che accade nei grandi mercati finanziari, osservare le manovre dei grandi fondi di investimento o di quelli pensionistici. Veramente si può pensare che le grandi decisioni vengano prese nei G7 o G20 o G40? No, le grandi decisioni vengono adottate in luoghi dove regna l’invisibilità e manca il controllo democratico. La conseguenza è che in questi ultimi anni abbiamo avuto cambiamenti epocali gestiti da una guida invisibile. E questa situazione situazione si è riproposta anche nel referendum».

Cosa intende dire?
«Che nel referendum è avvenuto qualcosa che i partiti tradizionali non avevano previsto. La nostra comunità è stata chiamata a decidere sullo spostamento delle decisioni dal Parlamento a una struttura post-parlamentare dove la concentrazione determinava una verticalizzazione del potere dall’alto verso il basso. Il Paese a questo punto si è spaccato in tre parti. Nella prima, circa un 35 per cento, sono confluiti quegli strati della popolazione italiana segnati dal fatalismo, dalla rassegnazione antropologica; quel pezzo di elettorato che non crede che la democrazia possa nascere dal basso, che la gestione della cosa pubblica arrivi inesorabilmente dall’alto, sperando semmai che non sia troppo dispotica. Insomma, l’area del governiamo».

Secondo spezzone.
«Anche questo ampio numericamente intorno al trentacinque per cento. Mette insieme le persone che hanno sofferto l’accumulazione dei fattori di crisi, che hanno subito un rovesciamento delle aspettative. Persone che si erano convinte, negli anni passati, che la decisione calata dall’alto non avrebbe prodotto effetti regressivi ma che al contrario i propri figli sarebbero stati meglio dei padri, come loro erano stati meglio dei loro padri. L’accumulazione dei fattori di crisi (nazionali e soprattutto prodotti dalla globalizzazione) ha modificato gli equilibri mondiali finiti fuori controllo. Questo spezzone di società si è all’improvviso reso conto che la pericolosa e acritica accettazione della provvidenziale mano equilibratrice del mercato passata nel frattempo dal livello locale a quello globale, non produceva effetti virtuosi nei paesi in via di sviluppo mentre in quelli sviluppati scatenava effetti regressisi. Questa è l’area del tutti contro tutti che si è fronteggiata nel “sì” e nel “no”».

Il terzo?
«Per definirlo bisogna partire dall’errore di lettura di Renzi. Ha pensato di avere spazi di manovra  nella tradizionale area della “maggioranza silenziosa”. Al contrario, sotto i suoi occhi si è manifestata una  minoranza rumorosa proveniente da mondi vitali. Perché quella minoranza ha capito che vi sono politiche distruttrici degli equilibri sociali, ha capito che libertà, diritti e partecipazione sono lo strumento per coniugare in una democrazia gli aspetti sociali e quelli politici. In questa area sono scese in campo energie vitali, nuove generazioni culturalmente europeizzanti e consapevoli che libertà civili e libertà economiche devono marciare di pari passo. Renzi non ha capito che quell’area che lui riteneva pigra e immobile in realtà era dinamica ed estremamente vitale. Non è un caso che abbia perso nel momento in cui i suoi oppositori hanno lanciato un messaggio semplice: vi vogliono togliere il diritto di voto».

Perché ha voluto lanciare questo assalto alla Costituzione?
«La carta fu elaborata sull’onda di una grande passione politica e civile conseguente alla lotta di liberazione, alla guerra civile, al ritorno della libertà dopo anni di oppressione fascista. La prima parte non è la semplice enunciazione di principi finalizzati alla creazione di una società felice: stabilisce e impone un modus operandi su tematiche decisive della nostra vita, crea vincoli di ordine programmatico e immediato a ogni governo. E questo, durante i lavori della Costituente, fu compreso dai conservatori che non erano solo a destra ma anche nella Dc. Nel momento decisivo del voto, quando si stava materializzando la rottura tra le forze antifasciste un comunista (Renzo Laconi), i parlamentari socialisti e un sindacalista democristiano (Renato Cappugi), presentarono un articolo 130 bis nel quale si poneva la questione dell’immodificabilità della prima parte della Costituzione. Questo emendamento che in un primo momento aveva potuto contare sull’appoggio della Dc, improvvisamente rimase orfano di quel sostegno e non passò».

Cosa intende dire?
«Che l’assalto alla Costituzione viene da lontano, è nel ventre molle del conservatorismo italiano e riuscì a salire in superficie anche quando era ancora forte la tensione politica e sociale. Non a caso i report di grandi banche come J.P. Morgan dicono che il nostro problema è la prima parte della Carta, a loro parere troppo socialista. Il voto referendario ha voluto salvare la garanzia costituzionale e rimesso il paese sotto l’ombrello della carta e della sostanza critica e innovativa della sua prima parte. Ed è stato un voto contro un governo che ha sposato le tesi di chi sostiene che lo smantellamento delle tutele sociali è garanzia di sviluppo. Una battaglia che ripropone la questione del ruolo della sinistra in Italia».

Ecco il problema è questo: cosa resta della sinistra dopo uno scontro che ha lacerato il Pd mettendo in contrapposizione le sue due anime?
«Tanto per cominciare bisogna chiarire cos’è la sinistra italiana dopo la caduta del comunismo, la crisi del Psi e la sua liquidazione per via giudiziaria sicuramente voluta dal conservatorismo nazionale ben assistito, però, dal Pci che sperava di portare a termine due operazioni: evitare il rischio di una definitiva sconfitta ideologica dopo la caduta del Muro di Berlino e sopravvivere alla crisi dei partiti. Questa operazione a doppia finalità, il Pci (nei diversi nomi assunti in quegli anni) l’ha pagata a caro prezzo. Non potendosi identificare con l’esperienza riformista della sinistra di governo che con i socialisti aveva assunto concretezza negli anni Sessanta, decise di percorrere un’altra strada per offrire di sé una immagine più moderata e centrista, insomma più marcatamente liberale. Un mutamento genetico che venne giustificato come soluzione tattica e non come scelta strategica».

Perché?
«Il motivo è semplice. I lavoratori avevano con il Pci un rapporto fiduciario perciò accettavano la favoletta che nel momento in cui il partito compiva una svolta a destra lo faceva per realizzare il fine ultimo del comunismo. Insomma, la logica dello svoltismo. Era il il principio del salame di Dimitrov: una fetta alla volta ce lo mangiamo noi. Tutto questo sarebbe andato anche bene se non fosse che  si veniva ad aprire un conflitto con i nuovi equilibri che la globalizzazione stava creando. Lo svoltismo corrisponde a una battuta d’arresto, non a un passo indietro. Ma la globalizzazione richiedeva proprio un passo indietro ai lavoratori. In quel momento il rapporto fiduciario tra il Pci (ripeto, nelle sue diverse sigle) e le masse si è rotto».

E le masse che fine hanno fatto?
«Si sono dirette verso quei movimenti di protesta volgarmente definiti “populisti” ma che in realtà sono movimenti di grande radicalità mancanti, però, di un obiettivo politico immediato. A quel punto all’interno del Pd si è rovesciato il rapporto tra gli eredi della Balena Bianca e gli eredi del Rospo Rosso. E avendo i secondi perso le masse popolari, i primi hanno vinto. Ecco perché a questo punto la componente socialista del Pd proveniente dalla vecchia storia comunista si ritrova di fronte a una nuova responsabilità e coraggiosamente si è posta il problema di imporre uno “stop” attraverso il referendum. Ma le urne hanno create un paradosso: quella componente ha vinto ma non può utilizzare sino in fondo le ragioni della vittoria, cioè il “no” perché è dentro un partito che ha perso puntando sul “sì”. Deve aprire una battaglia politica e segnali positivi ci sono stati. Quella componente ha capito che bisogna riagganciare le masse popolari e che questo obiettivo può essere raggiunto solo se questa minoranza ripropone all’ordine del giorno nel partito il tema della centralità della questione sociale. In questa direzione si è mosso, ad esempio, Roberto Speranza quando sulla questione di sfiducia contro il ministro Poletti ha sostenuto che avrebbe votato contro il titolare del lavoro se non avesse eliminato la legge sui voucher».

Qual è la posta in gioco in questa partita?
«Il campo da gioco è molto ampio investendo certamente le conquiste del welfare (la scuola, i servizi, eccetera) ma coinvolgendo un problema enorme: la tutela del risparmio».

C’è un collegamento?
«Certo che c’è. Il welfare non è solo sanità, istruzione, pensioni, è anche anche tutela del risparmio cioè della patrimonializzazione delle masse. È questo il cardine intorno a cui si è consolidata la società democratica legando masse popolari e ceto medio produttivo. Il risparmio di massa lo ha creato il sindacato attraverso il welfare: da un lato la lotta per assicurare servizi universali e dall’altro la tutela del risparmio cioè delle condizioni per mettere le generazioni successive al riparo dai rischi della vita».

Con quali problemi oggi deve combattere la sinistra?
«Con quelli storici cioè la contrapposizione tra minimalismo e massimalismo. Il minimalismo è il carpe diem, il giorno per giorno, l’adattamento, il governismo, il primum vivere. Il massimalismo è “il tutto e subito”. Ecco allora che bisogna tornare a un riformismo gradualista con paletti chiari che, però, deve fare i conti con due vincoli. In particolare con un vincolo esterno: la sinistra è in crisi non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale. Penso che si avvererà quel che diceva Rodolfo Mondolfo nel 1917 a proposito della rivoluzione russa che non poteva essere considerata socialista perché quella socialista poteva svilupparsi solo in un paese a capitalismo maturo. Era una rivoluzione contadina, la rivolta di un popolo oppresso dallo zarismo. Sono convinto che oggi è più probabile che il socialismo rinasca in un paese dal capitalismo maturo come gli Stati Uniti piuttosto che in una nazione del terzo o quarto mondo».

Il grande seguito ottenuto da Sanders alle primarie democratiche è un segnale?
«Direi di sì. Il bisogno di socialismo sta maturando nella cultura, nei ceti medi che sono stati colpiti da un processo di impoverimento di massa. Nel mondo del lavoro, nel ceto medio impoverito, negli ambienti della cultura crescerà inevitabilmente il bisogno di eguaglianza non solo relativamente ai punti di partenza, ma come necessità di provvedere a interventi strutturali capaci di ripristinare equilibri sociali corretti. Il liberismo d’altro canto postula il principio che il debole deve morire, postula la selezione naturale delle capacità: non proclama semplicemente il trionfo della meritocrazia, ma richiede la punizione di chi non ha avuto la capacità di conquistare il merito. Ma è evidente che qui torniamo a quel vincolo esterno di cui parlavo precedentemente. L’Italia è un paese troppo grande per non avere l’ambizione di far pesare la sua voce a livello internazionale. Ma è anche troppo piccolo per poter fare da sé. Non potendo fare da solo, deve fare con gli altri il che significa cedere pezzi di sovranità. Questa cessione non è una bestemmia, al contrario può essere allo stesso tempo una necessità e una opportunità. A una condizione: che vengano definiti i limiti di questa cessione: ciò che si può alienare e ciò che non si può alienare. Prendiamo il fisco. A livello sovranazionale si può indicare il livello della pressione fiscale ma il tipo di politica fiscale, la scelta di puntare sulla tassazione diretta e progressiva piuttosto che su quella diretta deve spettare ai governi, alle nazioni. L’universalità della cura deve essere garantita perché questo prescrive la Costituzione. Poi si può anche decidere che i più abbienti paghino dei ticket e che i più poveri ne siano esenti. Nel mondo del lavoro puoi prevedere un blocco salariale, non un blocco dei diritti».

È evidente che per la sinistra si impone un mutamento paradigmatico.
«Alle spalle abbiamo vent’anni non di errori ma di veri e propri danni. Il più grave errore della sinistra è consistito nel cercare l’accreditamento non attraverso la capacità di governo ma attraverso una revisione ideologica, nella speranza che funzionasse ancora il vecchio principio dell’arretramento tattico per poi compiere il balzo definitivo verso il traguardo».

In questo quadro a questo punto si inserisce la “variabile” Donald Trump. Come ci cambierà la vita?
«Il nostro limite è di guardare alle cose americane con l’occhio italiano. Cioè siamo convinti che la struttura organica conti meno della volontà degli uomini. Spesso i presidenti americani sono stati scelti come uomini di sinistra e si sono rivelati di destra e viceversa uomini di destra hanno assunto sembianze di sinistra. La società americana è molto organica e riesce quasi sempre a imporre una linea di convenienza media. Il personaggio è di destra ma, come tutti i ricchi d’America, è profondamente pragmatico».

Gli equilibri mondiali si stanno ridefinendo.
«La Russia oggi è una potenza primaria e ha tolto agli americani la supremazia nel Mediterraneo. In politica interna, Trump ha promesso una politica di tutela dei prodotti nazionali. In pratica intende scatenare una guerra commerciale. Ma una guerra commerciale si porta dietro una guerra delle valute. Si incammineranno sulla strada delle svalutazioni competitive? E quanto può durare? Non credo a lungo in un mondo globalizzato perché poi i mercati reagiscono. Mi chiedo: rimarrebbe passiva la Cina di fronte a svalutazioni competitive che mettono a rischio i suoi interessi? Il 2017 è un anno cruciale che sconsiglia l’assunzione di posizioni definitive. Ecco perché eviterei scorciatoie elettorali. Molto meglio aprire le urne dopo aver testato per un anno la presidenza Trump e aver fatto svolgere le consultazioni in Francia e Germania, dopo aver visto come si muove il quadro medio-orientale e come procede la crisi del governo turco che mostra segni di indebolimento».

Le elezioni anticipate, insomma, sarebbero funzionali all’interesse di qualche partito ma non del Paese…
«Sarebbero funzionali al regolamento di conti interno al Pd».

Qual è il destino di Renzi?
«Non mi sembra che abbia avuto al momento dell’uscita di scena un grande sostegno interno e internazionale. Renzi ha avviato questa operazione perché è stato vittima di un’illusione: ha scambiato la sua capacità motoria con il vento dell’innovazione e della creatività. Non si è accorto che in realtà il suo vento era alimentato non da lui ma da chi aveva interesse a destabilizzare il modello di coesione della società italiana, a chi voleva far saltare gli equilibri nel mercato del lavoro, a chi voleva riorganizzare la scuola in funzione della produzione, a chi voleva creare le condizioni per limitare la partecipazione».

Pensava di essere il burattinaio e invece era il burattino…
«Un burattino che per giunta non sapeva nemmeno dove gli avessero attaccato i fili».

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...