opera

Manon Lescaut: la musica e la redenzione

Replica fino al 13 marzo al teatro Petruzzelli di Bari la Manon Lescaut di Giacomo Puccini, secondo titolo della stagione d’opera della Fondazione Petruzzelli, con la regia di Stephen Medcalf e la direzione d’orchestra di Giuseppe La Malfa. Pubblichiamo la recensione della rappresentazione con il primo cast.

La musica? cosa inutile. Non avendo libretto come faccio della musica? Ho quel gran difetto di scriverla solamente quando i miei carnefici burattini si muovono sulla scena. Potessi essere un sinfonico puro?. Ingannerei il mio tempo e il mio pubblico. Ma io? Nacqui tanti anni fa, tanti, troppi, quasi un secolo… e il Dio santo mi toccò col dito mignolo e mi disse: “Scrivi per il teatro: bada bene, solo per il teatro” e ho seguito il supremo consiglio.

(Giacomo Puccini)

Per Giacomo Puccini il rapporto fra musica e teatro è costitutivo della sua concezione della creazione artistica. Si sa che nell’opera la musica non è mai un semplice accompagnamento al dramma che si svolge in scena: ha da sé un ruolo drammatico. Ma nel compositore lucchese, più che in altri autori, intuizioni, presagi, turbamenti, ricorrenze emozionali trovano nella musica, come e più che nella parola recitata o cantata, il luogo naturale per esprimersi. È questo è sicuramente un portato della lezione di Richard Wagner dell’«arte totale», che Puccini assume senza estremizzare, e che in Manon ha la prima compiuta esibizione. Eppure: stenteremmo a dar ragione al Maestro a proposito della sua confessione di inabilità al sinfonismo puro. La musica di Puccini, in Manon e poi nelle successive Bohème, Tosca, e, ancor di più, in Butterfly, diventa un tappeto fluido e denso (come in Wagner, appunto, e soprattutto nel suo Tristano, vero punto di svolta della musica moderna): potremmo ascoltarla quasi come una sinfonia indipendente dal testo cantato, tanto grande appare il suo potere evocativo. Anche nell’ultimo Verdi la rigida scansione recitativo-aria viene ovviamente abbandonata, in favore di una musicalità totale dell’opera, ma in Puccini si va oltre: un’opera come la Manon manca di Ouverture, ma la sinfonia è nell’opera stessa: alcuni musicologi hanno addirittura rintracciato nel primo atto una struttura sinfonica compiuta in quattro movimenti, in forma sonata, con scherzo e ricapitolazione finale. Per non parlare dell’Intermezzo all’inizio del terzo atto, pagina sinfonica sublime. Puccini semplice epigono di Wagner? Assolutamente no. Quanto l’italiano appare antesignano della “globalizzazione” musicale, con le sue ambientazioni in Cina (Turandot), in Giappone (Butterfly), in America (La fanciulla del West), nella Parigi di fine secolo (Bohème e Manon), nella Roma papalina (Tosca)…tanto il tedesco è profondamente legato alla tradizione mitologica germanica.

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Manon Lescaut – allestimento scenico Fondazione Teatro Regio di Parma

Manon è un’opera strana e fascinosa. Che ci sia qualcosa di irrisolto nel libretto, a cui pose mano uno stuolo di librettisti, dal giovane Leoncavallo a Illica e Giacosa (che firmarono poi i successi mondiali del compositore), è probabilmente vero: ad esempio, nell’ultimo atto, quello dell’agonia di Manon, non si capisce bene come sia successo che gli amanti si ritrovino sperduti in un deserto dopo l’esilio forzato in America. Si aggiunga che per Puccini la vicenda, tratta da un racconto dell’abate Prévost più volte utilizzata nell’opera (Auber, Massenet) e nel balletto, rappresentava una doppia, insidiosa sfida: già la Manon di Massenet aveva raccolto onori; inoltre, la storia di Prévost narrava di una giovane (Manon Lescaut) divisa fra l’amore appassionato per uno studente squattrinato (De Grieux), e l’attrazione per la vita agiata con un ricco e anziano pretendente (Geronte). Dal punto di vista musicale, occorreva contrastare sul campo il confronto con l’esperto francese; dal punto di vista drammatico, trasformare una persona volubile, anche avida, in un’eroina per la quale piangere e soffrire in un crescendo di emozioni. Puccini avvertì che questa sfida costituiva un bivio fondamentale per la sua carriera, e vincerla poteva significare la consacrazione internazionale. Egli l’accolse dunque nonostante qualche remora di Giulio Ricordi, che il musicista considerava come un padre. E come avverrà con l’ultima sua opera, Turandot, non arretrò (pur fra infinite discussioni con i suoi librettisti) di fronte alla complessità del personaggio, sottolineandone addirittura le caratteristiche meno accomodanti. Manon appare non solo indecisa, ma anche vacua e priva di carattere, se non opportunista. È una donna che appare spesso in balia degli eventi: è suo fratello che ordisce la trama per il fallito rapimento da parte di Geronte nel primo atto, consapevole del desiderio di ricchezza di lei; è sempre suo fratello (percependo l’insoddisfazione nella sua vita coniugale con Geronte) che organizza il rincontro di Manon con De Grieux, dopo che ella lo aveva abbandonato improvvisamente e senza spiegazioni. È una donna anche avida: proprio nel corso dell’incontro con l’amante tanto desiderato, ella indugia pensando alle ricchezze che dovrà abbandonare; ancora: nella scena del tentativo di fuga dalla casa di Geronte Manon pensa ad appropriarsi indebitamente di gioielli preziosi, ritardando la partenza e favorendo la cattura da parte della polizia. Davvero appare difficile che il pubblico possa accostarsi con emozione profonda al dramma di Manon, e piangerne la morte disperata nel deserto americano.

Se dovessero chiedermi di spiegare con poche parole in cosa risieda la magia dell’opera, forse citerei proprio la Manon Lescaut. Un’opera forse inferiore per compattezza strutturale ai capolavori successivi di Puccini. Eppure un’opera straordinaria. Naturalmente, è la musica che fa il miracolo: all’inizio del terzo atto, l’Intermezzo sinfonico compie la svolta: Manon Lescaut non ci è più estranea, e il suo dolore diventa, in qualche modo misterioso, il nostro dolore. E’ così l’amore di uno studente squattrinato per una donna insicura, infedele, volubile e tormentata diviene l’amore di sempre e per sempre: l’unico amore che esista.

 

Manon Lescaut viene rappresentata al Petruzzelli con la regia dell’inglese Stephen Medcalf e la direzione dell’Orchestra del Petruzzelli di Giuseppe La Malfa, in una edizione curata dal Teatro Regio di Parma. Le scene e scene ed i costumi sono di Jamie Vartan, le luci di Simon Corder. Mi è sembrata un’edizione equilibrata e rispettosa, anche se senza particolari guizzi registici o interpretativi. Alcuni  momenti mi sono sembrati significativamente coinvolgenti: su tutti la scena dell’imbarco, giustamente lenta e struggente, con le variegate reazioni delle sventurate condannate all’esilio; poi: il bellissimo madrigale all’inizio del secondo atto. La scena è apparsa evocativa soprattutto nel caso della presenza ingombrante e minacciosa degli specchi che circondano Manon, e ai quali la protagonista si aggrappa come alle sbarre di una prigione. Buona la direzione, in gran risalto ovviamente nell’Intermezzo del terzo atto. Un plauso ai cantanti, via via più convincenti da un atto all’altro: Maria Pia Piscitelli (Manon), Francesco Anile (De Grieux), Sung Kyu Park (fratello di Manon), Domenico Colaianni (Geronte).

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