Socialismo

Il carteggio Patrono-Salvemini, tra europeismo e meridionalismo

Sabato 18 marzo si terrà a Brindisi un convegno su Beppe Patrono (1918-2006), politico e intellettuale che partecipò attivamente alla Resistenza e fu in seguito per diversi anni consigliere comunale a Brindisi. Il fondo Beppe Patrono è conservato nell’archivio della Fondazione Di Vagno a Conversano. Tra i documenti presenti ci sono anche le lettere che Patrono scambiò con Salvemini nel primo Dopoguerra. Pubblichiamo l’introduzione di Cesare Preti, coordinatore del Comitato scientifico della Fondazione Di Vagno, che ha curato il volume Europeismo e meridionalismo – Lettere 1948-1955 (Cacucci 2015), che raccoglie il carteggio tra Patrono e Salvemini.

1. Pur se formato da un numero non particolarmente alto di missive e certamente non completo, il carteggio Salvemini-Patrono che qui si pubblica è ricco, unitario e in più punti assai bello. Ricco di spunti e di tematiche, affrontate con la ben nota concretezza e franchezza che caratterizzava il ragionare di Salvemini e con un piglio intellettuale altrettanto spregiudicato da parte del più giovane e assai meno noto (ma non per questo in preda a timori reverenziali) interlocutore. Unitario perché tutto gira intorno alla questione, censurata dalla propaganda fascista del Ventennio, del divario tra le due Italie, questione che il più giovane interlocutore si sforza costantemente di inquadrare nell’ambito delle tematiche del federalismo europeo. Bello per quell’ansia di futuro che aleggia tra le sue pagine e per quella non meno significativa sottesa fiducia di poter incidere su di esso, ed anche per quella conclamata volontà di partecipare alla sua costruzione e quindi per quella energia democratica che manifesta e a cui la liquidazione del regime mussoliniano aveva dato una felice stura. Però, malgrado tutto ciò, un carteggio non particolarmente nutrito nel numero di testimoni.

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La corrispondenza Salvemini-Patrono conservata nel fondo Patrono della Fondazione Di Vagno

Si tratta, infatti, di sole ventidue tra lettere e cartoline postali risalenti al periodo 1948-1955, di cui cinque per altro non direttamente scambiate tra i due corrispondenti. Eppure già ad una prima superficiale lettura, quando queste carte con tutte le altre dell’archivio personale di Giuseppe Patrono giunsero a Conversano presso l’archivio della Fondazione Giuseppe Di Vagno[1], fu evidente a chi scrive il loro valore come documenti per la storia della rinascita della riflessione meridionalistica nel primo decennio repubblicano. Tanto più che molte di esse, come emerse dal procedere dell’esame del materiale giunto, si intrecciano e dialogano con tutta un’altra serie di documenti, qui pubblicati nella corposa appendice al carteggio, che portano la firma di gran parte dei più prestigiosi esponenti dell’allora nuovo (post conflitto) e vecchio (antecedente al conflitto) meridionalismo italiano. Documenti, questi ultimi, che raccontano la storia di quella che, dopo il Convegno di studi meridionalisti convocato a Bari nel dicembre 1944[2], fu una tra le prime occasioni in Puglia di ripresa di un dibattito pubblico, non solo affidato alle colonne dei giornali, intorno ad una problematica cruciale per il Mezzogiorno, quale quella del suo sviluppo: ossia la commemorazione, tenuta a Bari nel settembre del 1948, dell’economista e meridionalista salentino Antonio De Viti De Marco, venuto a mancare cinque anni prima, il primo dicembre 1943, in pieno conflitto mondiale.

Insomma, apparve chiaro che si tratta di uno spaccato, quello rappresentato dal carteggio e dall’appendice, di quello che fu il compito più elevato che gli intellettuali meridionali (e non solo) di matrice democratica e di sinistra si diedero negli anni di nascita e di avvio della vita politica della nostra Repubblica, sviluppare con forza la riflessione sui grandi temi della vita economica e sociale del Sud, al fine di ricollocare l’antica ma non ancora risolta questione meridionale al centro del dibattito politico nazionale. Ma uno spaccato particolarmente vivo perché non ingabbiato in una astratta unitarietà di punti di vista, ed anzi in grado di registrare passioni, conflitti, asperità che, malgrado il fine comune, erano presenti tra le fila di quegli uomini e che alimentavano la ricerca in corso di progetti e di proposte, oltre che dotarli (questi progetti e proposte) di una lucidità, profondità intellettuale e visione prospettica a cui forse ormai ci siamo disabituati.

2. Ma andiamo con ordine. Dei due interlocutori del carteggio, Gaetano Salvemini non necessita certo di una presentazione, trattandosi di una delle personalità più note della storia italiana della prima metà del XX secolo. Diverso è il caso di Giuseppe Patrono, del quale è forse utile fornire qualche notizia biografica[3]. Patrono (1918-2006), pugliese di Brindisi, dopo gli anni liceali – frequentò il Ginnasio-Liceo «Marzolla» nella città natale – fu ammesso, nel 1938, alla classe di Lettere e Filosofia della Scuola Normale Superiore di Pisa. Qui, a contatto con l’insegnamento di Giorgio Pasquali e, soprattutto, di Luigi Russo e Guido Calogero[4], i due suoi maestri, quel disagio già manifestato negli anni liceali nei confronti del conformismo del regime e alimentato da una lettura attenta delle opere di Benedetto Croce, giunse a maturazione trasformandosi in vero e proprio antifascismo, posizione quest’ultima assunta anche in seguito alle discussioni condotte con altri normalisti suoi compagni di corso ed amici, quali Alessandro Natta, Armando Saitta, Antonio Russi, Mario Spinella e Carlo Ferdinando Russo. Le esperienze della guerra e del servizio militare (fu arruolato nel 1941) non fecero che rafforzare in lui la scelta politica fatta, che lo indusse, dopo l’otto settembre 1943, ad abbandonare l’esercito ed entrare in clandestinità a Roma, nelle file del Partito d’Azione. Le vicende della resistenza romana, in particolare la tragica sorte dell’amico Pilo Albertelli, lo segnarono profondamente. Due lettere di questi mesi, fatte pervenire fortunosamente alla madre in Puglia, sono a questo proposito molto esplicite. Nella prima, del 7 giugno 1944, Patrono scrive:

Ormai ci sentiamo legati per tutta la vita ad un lavoro politico ch’era già il nostro, ma che ha ricevuto ora una tragica consacrazione con la morte di tanti migliori di noi[5].

E nell’altra, scritta a Roma il 27 giugno di quello stesso anno:

Siamo nel pieno di una battaglia che abbiamo combattuto da anni, che è ancora molto lunga e piena di ostacoli di ogni sorta e dalla quale dobbiamo uscire vittoriosi. Il senso della nostra vita futura, del lavoro che dovremo compiere come del pane che mangeremo, è legato a questa battaglia. Se c’è ancora qualche cretino che non lo capisce, che non lo sente, vuol dire che è destinato a rimanere cretino per tutta la vita[6].

Patrono, infatti, nel dopoguerra oltre alla militanza del Partito d’Azione (fu candidato da questo alla Costituente e ricoprì incarichi a livello locale e nazionale)[7] e all’attivo impegno nel Movimento Federalista Europeo, manifestò il suo sentire civile anche attraverso una collaborazione costante a diversi periodici, i più importanti dei quali furono il Mondo di Mario Pannunzio e il Ponte di Piero Calamandrei. Dopo lo scioglimento del Partito d’Azione aderì al Partito Socialista Italiano, della cui direzione nazionale fece parte negli anni Sessanta.

beppe patrono a sinistra con ferruccio parri a destra

Beppe Patrono (a destra) con Ferruccio Parri

Questo giovane uomo (allora non aveva ancora trent’anni) conobbe l’illustre esule a Roma nell’ottobre del 1947, una delle ultime città visitate da Salvemini durante il viaggio in Italia che precedette di circa un anno e mezzo il suo rientro definitivo in patria[8] e dove il primo si recò in compagnia di Vincenzo Calace[9] per essere presentato all’intellettuale molfettano, come scrisse lo stesso Patrono nella righe d’apertura della lettera dell’agosto del 1948, la prima del nostro carteggio:

Forse lei ricorda un giovane pugliese alto quasi due metri che accompagnava Calace quando questi venne a farle visita a Roma, e che le chiese di scrivere qualcosa di suo pugno su un volume di Antonio De Viti De Marco[10].

Ciò che spinse il giovane brindisino a cercare un contatto con Salvemini fu quindi un progetto che evidentemente coltivava già da qualche tempo, anche se in quel momento non aveva ancora assunto quella forma in cui fu poi realizzato ma piuttosto si configurava nella vesti più tradizionali di un volume celebrativo: ricordare la figura e soprattutto l’opera dell’economista e meridionalista salentino Antonio De Viti De Marco, fiero oppositore del fascismo, deceduto nel corso del recente conflitto (il primo dicembre 1943). Tutto ciò al fine di «richiamare l’attenzione dei nostri poveri conterranei su di una tradizione di lotta politica a cui essi hanno il torto di non aver concesso in passato la forza sufficiente per affermarsi, subendo tutti i danni dell’insuccesso»[11], e questo perché, come Patrono affermò qualche mese più tardi,

purtroppo non c’è da stare allegri. Come era facilmente prevedibile, alle elezioni del 18 aprile han fatto seguito in Italia il collasso e la confusione politica. Mentre i comunisti perdono terreno e la Democrazia Cristiana intesse la rete delle sue innumerevoli clientele, gli altri partiti si spappolano e perdono ogni giorno di significato e di peso nell’opinione pubblica, la quale si distacca sempre più dalla lotta politica e chiede solamente di essere lasciata in pace, poiché pensa di avere elevato un valido argine contro il comunismo e di avere messo al timone del governo un uomo abile e pieno di risorse. Se non ci fosse la situazione internazionale a tenere desti in qualche modo gli spiriti, noi saremmo già ricaduti in un abbandono peggiore di quello dei tempi del fascismo, poiché mascherato dalla parvenza della democrazia[12].

Parole esplicite, queste ultime, che manifestano delusione e pessimismo e che leggono nell’esito non certo atteso delle elezioni generali dell’aprile del 1948 l’avvio di una pericolosa deriva politica. Ma esito che però, pur nella sua negatività, faceva chiarezza intorno ad una questione essenziale per cogliere tutta la portata del lavoro che doveva esser fatto al fine di fondare in direzione democratica la nascente nuova vita pubblica italiana. Ossia, obbligava a prendere atto che la sconfitta militare subita dal fascismo non significava cancellazione del fascismo dal teatro politico nazionale, e purtroppo neanche di tutte quelle storiche ‘tare’ del carattere nazionale che avevano favorito l’affermarsi del regime ed in buona misura gli avevano assicurato il quasi ventennale consenso di cui aveva goduto. E che, pertanto, il risorgimentale «fare gli italiani», declinato nell’accezione di «educare alla democrazia», era tornato (o, forse, era rimasto) di scottante attualità. Tanto più che con estrema amarezza ma con necessario realismo politico, gli uomini di buon senso dovevano ammettere che «la Democrazia Cristiana è l’armatura di gesso che mantiene in piedi la democrazia italiana, la quale non sa reggersi da sé»[13].

Parole che dunque implicitamente richiamavano le necessità di tornare a riflettere su quelle (e di far conoscere quelle) esperienze di lotta e proposta politica dell’Italia liberale che potevano fungere da riserve di idee e di buone pratiche in cui trovare spunti per affrontare i problemi del presente. Tra queste, in particolare, quelle che si erano rivelate capaci di tenere intrecciati tra loro tre fili di primaria importanza per il progresso civile, politico ed economico della società italiana: la necessità, per la crescita della comunità nazionale, di una soluzione della questione meridionale; la necessità di una sempre più vasta democratizzazione della vita del Paese; la necessità del superamento della concezione sacrale dei confini nazionali al fine di avviare un processo di costruzione di una identità comune europea, alveo nel quale far confluire le due precedenti tematiche. Proposte ed esperienze che, quindi, ampliavano i connotati tradizionali della visione dei problemi meridionali facendone, così com’erano, la cartina tornasole di tutte le arretratezze nazionali, a proposito della cui soluzione si giocava tanto del destino della Repubblica. Come furono, scriveva Patrono ad Altiero Spinelli nell’agosto del 1948,

il pensiero e l’opera di Antonio De Viti De Marco che, oltre ad essere un Maestro degli studi economici, fu un tenace e pratico lottatore per la difesa degli interessi lesi dalla politica doganale dello Stato italiano; (…) una tradizione di lotta politica che fa appello agli interessi più sani e più vivi della produzione e che, logicamente sviluppata alle sue conseguenze attuali, si conclude nella battaglia per la Federazione Europea, per gli Stati Uniti d’Europa[14].

Ancora una volta il nodo consisteva in una visione, ben esemplificata dalle conseguenze sull’economia e la società meridionale della tariffa doganale del 1887, che rinchiudendo i territori meridionali nei confini della penisola li relegava in un ruolo subordinato agli interessi della produzione settentrionale, ma di quella produzione più parassitaria e meno capace di innovazione, anche sociale, foriera perlomeno di paternalismi in campo politico e i cui effetti erano in grado di intorpidire tutta la vita nazionale.

Tale punto di vista era singolarmente vicino a quello che aveva animato la lunga battaglia politica, meridionalista e non solo, di Gaetano Salvemini, che pertanto anche assecondando un nobilissimo dovere di memoria verso l’antico amico e sodale di tante battaglie politico-giornalistiche (De Viti De Marco), rispose positivamente alla sollecitazione di Patrono, inviando un testo[15] che, pur se d’occasione e pur se approntato in breve tempo («La ristrettezza del tempo non mi consente di scrivere su De Viti qualcosa che sia degno di lui. Ho buttato giù alla svelta alcuni ricordi su di lui»[16]), non è trascurabile, non fosse altro che per le notizie che fornisce intorno al modo utilizzato dai due intellettuali per condividere la scrittura di molti articoli «sulla questione dell’Adriatico e sugli errori della politica dalmatomane e slavofila di Sonnino»[17], apparsi con la firma «L’Unità» sull’omonimo settimanale[18] negli anni compresi tra il 1915 ed il 1919.

D’altronde, alla data della risposta di Salvemini, il progetto iniziale era ormai tramontato ed era già emersa l’idea di tenere una maggiormente ambiziosa manifestazione pubblica, che fosse capace di giungere ad un pubblico più vasto di quello rappresentato dai lettori di libri di argomento meridionalistico. Già nel luglio del 1948, Manlio Rossi-Doria aveva, in una sua lettera, suggerito a Patrono di percorrere la strada della commemorazione («Approvo in pieno la tua iniziativa di rievocare Antonio De Viti de Marco. Come riuscire nel modo migliore? Una manifestazione pubblica a Brindisi e a Lecce sarebbe certamente opportuna e – se lo ritieni necessario e se ci fosse il tempo di prepararsi – volentieri vi parteciperei»[19]), pur se non disgiunta da quella della stampa di un volume di scritti suoi o su di lui. Ma è circa un mese dopo, nell’agosto, che il progetto di manifestazione pubblica aveva preso corpo ed era già stato definito in larga misura, mentre quello del libro era ormai divenuto secondario. È infatti in quel mese che il brindisino, rispondendo a Rossi-Doria, espose brevemente il suo piano di lavoro:

Per suggerimento di Rossi, il quale ritiene che sia molto utile che tu esponga la tua relazione nel Convegno che avrà luogo l’11 e il 12 settembre alla Fiera del Levante di Bari, ti abbiamo incluso, senza consultarti precedentemente per mancanza di tempo ma sicuri che il tuo amore per le cose meridionali ti impedirà di rifiutare, tra i relatori del Convegno. Rossi ricorderà la figura di Antonio De Viti De Marco e, per accordi presi con la Presidenza della Repubblica, Luigi Einaudi interverrà alla manifestazione. Noi a Bari prepareremo il terreno perché la cosa abbia la massima risonanza. In quell’occasione credo che potremo usufruire della larga ospitalità della «Gazzetta del Mezzogiorno» che dovrà aprire le sue colonne alla divulgazione del pensiero di Antonio De Viti De Marco e delle altre questioni connesse.[20]

Il programma era stato dunque definito con Ernesto Rossi, alla presenza di Altiero Spinelli, ed era stato sicuramente il primo a chiedere al Presidente della Repubblica di intervenire alla manifestazione, data l’antica amicizia che lo legava, almeno dal 1925, a Luigi Einaudi[21]. E probabilmente era stato sempre il Rossi a suggerire il coinvolgimento dei mass-media locali, segnatamente la «Gazzetta del Mezzogiorno», il quotidiano di Bari, per maggiormente farsi ascoltare da quelli che Patrono, in una lettera a Spinelli, indicava come «i produttori e i commercianti convenuti in quell’occasione (scil. alla Fiera del Levante)»[22]. Certo, rispetto a questa prima intenzione, il piano di lavoro fu sensibilmente modificato alcuni giorni dopo, il 18 agosto, quando Rossi-Doria ritenne opportuno non essere più della partita, scrivendo a Patrono:

Sono molto contento che Ernesto Rossi abbia accettato di commemorar lui Antonio De Viti De Marco. Ne sono contento perché può farlo assai meglio di me, che, se avevo accettato, lo avevo fatto unicamente per non sottrarmi a quello che consideravo un dovere e avrei cercato di fare del mio meglio. Ma ne sono contento anche perché mi libera da un compito che mi cadeva e mi cadrebbe molto gravoso in questo momento in cui sono impegnato fino ai capelli con la conclusione del mio piano per la trasformazione fondiaria di Metaponto, cosa di molto impegno che deve essere pronto a settembre. Va da sé, quindi, che non posso accettare di tenere l’altra relazione: non sono queste cose che si improvvisano. Con Ernesto Rossi ho detto che forse avrei accettato di fare un intervento sui problemi dell’agricoltura europea in relazione alla federazione, al Congresso federalista che egli mi ha detto si sarebbe tenuto in novembre. È cosa ben diversa da quella che ora mi si propone senza tempo per la preparazione. Sarei quindi disonesto se accettassi.[23]

Il vuoto lasciato dalla defezione fu, però, immediatamente colmato coinvolgendo nel progetto Gino Luzzatto, il «vecchio amico di Salvemini e De Viti De Marco, colui che vide le elezioni di Molfetta del 1913» a cui fu chiesto di «presiedere alla manifestazione, partecipando inoltre al comitato d’onore»[24]. Insomma, di affiancare Ernesto Rossi in quella che ormai, nelle intenzioni degli organizzatori, doveva configurarsi non solo come la commemorazione di un illustre intellettuale del Sud (Antonio De Viti De Marco) e non solo come la celebrazione di quello che era stato il meridionalismo storico, con le sue ombre ma anche con le sue tante luci, ma doveva assumere anche, o forse soprattutto, un profilo d’attualità, sancito e rafforzato dalla presenza del Presidente della Repubblica, profilo che potesse fare di essa uno strumento per una battaglia che, a differenza del meridionalismo classico dei maestri, non fosse portata a porre il problema della questione meridionale solo come problema economico-sociale ma fondamentalmente come problema politico. Da qui la costante preoccupazione, che ricorre in particolar modo nelle lettere del Rossi, nel sottolineare che il De Viti De Marco da commemorare era da intendersi «come uomo politico, non come uomo di scienza», e che si doveva trattare di «quello che è stato il suo pensiero sul problema meridionale, sulla riforma dello stato e sulla organizzazione internazionale, facendo riferimento a quanto avviene oggi»[25], ossia parlare di lui «non come scienziato, ma come italiano di tendenze progressiste che ha preso particolarmente a cuore i problemi del Mezzogiorno»[26]. E da qui, inoltre, la ferma volontà di contrastare l’intenzione ben poco innocente, che emerge dalle notizie che Rossi non mancò di comunicare a Patrono da Roma, delle autorità baresi di spostare in sede accademica, presso l’Università, la manifestazione programmata, per così sterilizzarne la valenza politica («L’avvocato Carbone stamane mi ha detto che quando è venuta la delegazione di Bari – prefetto, presidente della deputazione provinciale, presidente della Fiera – a invitare il professor Einaudi, sono stati tutti d’accordo che la sede più adatta per la manifestazione sarebbe stata l’aula magna dell’Università»[27]). Intenzione alla cui origine sembrerebbe esserci stato il rettore dell’Università, Raffaele Resta, deputato e sottosegretario democristiano, consigliere politico del capo del governo Alcide De Gasperi, colui il quale, venuto a conoscenza della richiesta, fu individuato da Rossi come suo interlocutore al proposito («Subito dopo aver parlato con Carbone ho telefonato al professor Resta domandandogli come stavano le cose. […] il professor Resta aveva pensato che era meglio provvedesse a tutto l’Università. D’altra parte l’Università gli sembrava il luogo più adatto, perché si doveva commemorare uno scienziato ecc., ecc.»[28]). Una ferma volontà, quella indicata, che per altro e forse sorprendentemente trovò una autorevole sponda nell’atteggiamento neutrale assunto al proposito dal Presidente della Repubblica («Ma per il professor Einaudi era indifferente che la commemorazione si facesse in una sede o in un’altra»[29]), atteggiamento che così assunse il valore di una sconfessione del tentativo messo in atto e di una apertura di credito ad una progressiva messa a punto di un nuovo disegno meridionalistico.

Certo, tutto ciò non tacitò chi su binari più tradizionali e politicamente meno pericolosi voleva ricondurre un dibattito che era stato soffocato per tutta l’età fascista e che era riesploso in un momento in cui molti nodi erano giunti al pettine. La mattina stessa in cui si tenne la manifestazione, il 12 settembre 1948, la «Gazzetta del Mezzogiorno» pubblicò infatti un lungo articolo del direttore, Luigi De Secly, dal significativo titolo di Lettera a Luigi Einaudi[30], con il quale il giornale dava voce a tutti costoro e indicava i limiti entro i quali doveva essere ricondotta la domanda meridionalista:

La Puglia ha bisogno anch’essa di essere aiutata, perché se molto è il lavoro compiuto molto altro resta da farne. Se immense sono le plaghe nelle quali regna la pace sociale, dove la terra è equamente divisa e la pressione demografica non suscita contrasti, ve ne sono altre che hanno bisogno dell’aiuto dello Stato: punti nevralgici nei quali si riassume maggiormente il cosiddetto «problema del Mezzogiorno», che è anche «problema italiano». E tutta la Puglia, delle città, delle campagne e dei borghi, ha bisogno di nuove strade, specialmente comunali e rurali, di più energia elettrica, di altre ferrovie, di più acqua potabile, di case coloniche, di assistenza sanitaria, cioè di un minimo di conforto civile specie nelle campagne, di nuove scuole per combattere l’analfabetismo, di nuovi mezzi per combattere la tubercolosi incalzante, di capitali e di macchine, di una sensata riforma agraria per dar pace alla terra e sanare evidenti ingiustizie; infine ha bisogno di risolvere il suo maggior problema, che ne raddoppierebbe la ricchezza: quello dell’irrigazione, sul quale è tornato a gravare il silenzio. (…). L’iniziativa privata se non può avere in Puglia lo sviluppo che ha in Lombardia, non si può negare che abbia fatto e faccia qualche cosa, specialmente a Bari. E d’altronde è stato il vice Presidente del Consiglio Einaudi che ha denunziato le ingiustizie che il Governo – premuto drammaticamente dalle masse e dagli industriali del Nord in commovente accordo – ha dovuto compiere; ed è stato per riparare a codeste ingiustizie che si sono stanziati i miliardi per il Mezzogiorno. Non sono tuttavia sufficienti i miliardi per placare la nostra ansia di ascesa. Desideriamo anche una maggiore considerazione da parte dello Stato. Il Mezzogiorno non può  continuare ad essere la Cenerentola. Quel che esso chiede è un diritto, non è un elemosina, perché anche il Mezzogiorno paga le tasse. Vi è qui un problema morale forse più importante dell’altro. Non è sempre equa l’opera distributiva che lo stato compie a Roma, nonostante gli sforzi dei funzionari locali: così, per esempio, nelle Ferrovie e nelle Poste e Telegrafi. È difficile entrare in una stazione, difficilissimo in un vagone ferroviario, egualmente difficile in un ufficio postale.

Limiti precisi, come si vede, tesi a riportare la vecchia «questione» a un problema di ammodernamento e di creazione di infrastrutture: riforma agraria si, perché ormai inevitabile, ma «sensata», ovvero non estesa negli interventi, «per dar pace alla terra» prima che per «sanare evidenti ingiustizie»; interventi dello Stato per dotare il territorio di infrastrutture perché «non è sempre equa l’opera distributiva che lo stato compie a Roma» e il «Mezzogiorno non può continuare ad essere la Cenerentola»; interventi sociali per lenire le piaghe tradizionali dei territori meridionali, ossia «nuove scuole per combattere l’analfabetismo» e «nuovi mezzi per combattere la tubercolosi incalzante». Ma nessuna analisi di natura politica e nessuna richiesta di intervento incisivo di quella stessa natura, quasi che la politica dovesse restare al di fuori dei confini entro i quali era possibile porre legittimamente la tematica meridionalistica.

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Gaetano Salvemini (1873-1957)

E se nelle pagine interne dello stesso numero del quotidiano era pubblicato il lungo testo scritto da Salvemini su De Viti De Marco, fatto avere al giornale da Patrono («Il suo scritto di ricordi apparve contemporaneamente – il 12 mattina – sull’«Italia Socialista» e sulla «Gazzetta del Mezzogiorno», che per l’occasione dovette aprire le sue colonne a così insoliti argomenti e compromettenti collaboratori; e molti amici credono ancora che io, per introdurre un articolo di Salvemini nel giornale diretto da De Seclj, abbia fatto i patti col diavolo»[31]), nel quale non si tacevano le prese di posizione politiche dell’economista salentino e si ricordava che «quando, nel 1931, gli insegnanti universitari furono invitati a prestar giuramento di educare alunni fedeli agli ideali fascisti, lui [scil. De Viti De Marco] inviò le dimissioni con una lettera di cui io a Londra ebbi allora il testo»[32], nelle colonne al suo fianco trovò spazio un articolo dell’allora settantacinquenne economista e meridionalista di Gioia del Colle, Giovanni Carano Donvito, nel quale attraverso il ricordo di Salvatore Cognetti De Martiis, era posto l’accento sulla presunta scarsa efficacia, se non addirittura inutilità, dell’intervento della politica nelle questioni economiche, quasi un monito finalizzato a ricordare ad Einaudi le parole di uno dei suoi maestri:

Nessuno forma di socialismo e di comunismo, soggiunge il Cognetti, ha risolto mai, né risolverà il problema della perfetta uguaglianza. Le differenze sociali non sono state mai eliminate, «sempre è esistita la lotta fra egoismo ed altruismo, fra l’amore di sé e la carità predicata da Cristo, fra il ricco e il povero. Certe forme sociali si possono superare solo con lente, continue evoluzioni». Nell’ordine economico non si fanno miracoli, né vi è forza di governi, o di tribuni, che possa ribellarsi alla natura delle cose[33].

Una nota stonata, forse, rispetto alla partitura concertata da costoro fu quindi la cronaca non firmata della manifestazione, pubblicata dallo stesso quotidiano un paio di giorni dopo, nella quale, pur se senza particolare enfasi, non furono fatti passare sotto silenzio almeno un paio di passaggi eminentemente politici del discorso del Rossi, per di più di matrice prettamente azionista. Quelli cioè che, richiamando alcuni elementi fondamentali di questa tradizione, quali la critica dello Stato centralista e la conseguente soluzione federalista e la critica alla funzione politica della piccola borghesia degenerata, avevano fatto affermare al Rossi che

Il problema del Mezzogiorno per De Viti De Marco era essenzialmente un problema di giustizia sociale, non altro che un particolare aspetto della lotta contro gli sperperi, contro le camorre, contro i privilegi che nascono dalla politica protezionistica.

E d’altra parte gli avevano fatto sostenere che

Il problema del Mezzogiorno è un problema di uomini, è il problema della formazione di una classe dirigente veramente degna di questo nome. Ma molto spesso i rappresentanti politici del Mezzogiorno il cui orizzonte politico non va al di là delle lotte per il Municipio, finiscono per sostenere gli interessi del Nord piuttosto che quelli del Mezzogiorno». A questo punto il professor Rossi accenna alla lotta che il De Viti condusse contro «la quadruplice interna», l’oligarchia burocratica, l’oligarchia militare, l’oligarchia industriale e l’oligarchia proletaria, mostrando come ancora oggi una lotta aperta ed onesta contro le contraddizioni della vita politica italiana sia una lotta impopolare, come anche i partiti proletari finiscano per muoversi nello stesso vecchio clima storico-politico non avendo impostato, in vista di vantaggi particolari e limitati, le grandi battaglie a favore dell’intera classe lavoratrice.[34]

Frasi categoriche che per altro erano tutt’altro che isolate nel ‘pezzo’ in questione, e fornivano ad esso un sapore molto definito. Infatti, l’anonimo estensore non mancò di sottolineare come, in entrambi gli interventi della manifestazione, nel discorso del Rossi e nelle parole dette dal Luzzatto, di cui la breve sintesi che compare nell’articolo è l’unica testimonianza a noi giunta, i due relatori si sforzarono di fornire una nuova prospettiva nella quale situare sia la questione meridionale che la ricerca della sua soluzione, che poi era quella della federazione europea, prospettiva di natura eminentemente politica, come facilmente si evince e dalle parole pronunciate dal Luzzatto («Il nome di De Viti e quello di Gaetano Salvemini, si son trovati strettamente uniti nella campagna contro il protezionismo doganale, campagna che oggi viene ripresa da quel movimento della società europea che collocherà l’economia meridionale in un ambiente più vasto. Questo movimento, che ebbe a pionieri Ernesto Rossi ed Atiero Spinelli sin dal tempo della loro permanenza a Ventotene, specialmente qui nel Mezzogiorno può trovare vasti consensi perché qui si può realizzare un largo accordo di interessi per la comune difesa degli interessi meridionali»), nonché da quelle del Rossi («Ma è evidente che un fine di questo genere, ha detto il professor Rossi, non avrebbe potuto essere raggiunto altro che limitando le sovranità nazionali, come, con la consueta chiarezza aveva già spiegato durante guerra Luigi Einaudi, sul «Corriere della Sera» in due articoli divenuti ormai classici della nostra letteratura federalistica»[35]).

Prospettiva che, invece, appariva come del tutto marginale e intesa come sostanzialmente scollegata dal possibile quadro entro cui affrontare le tematiche meridionali («Dopo di che non restava che la politica estera, che ha [scil. Rossi] esposto da corifero del federalismo […]. Ad onor del vero bisogna aggiungere che, nel suo federalismo, il Rossi ha saputo salvare l’unità europea, parlando di civiltà e non di civiltà occidentale, nel senso che tutta l’Europa deve assurgere alla civiltà»[36]) nella non lunga cronaca dell’evento scritta da Tommaso Fiore per l’«Avanti!» di quello stesso giorno. Da essa emergono tutte le diffidenze di chi, come Fiore, nelle vecchie lettere a Gobetti[37] aveva descritto un mondo contadino, quello meridionale degli anni Venti del XX secolo, come un mondo si «chiuso» ma comunque depositario di valori diffusi non antistorici, nonché come una fonte di libertà e giustizia da far valere contro i vecchi ceti oppressori e parassitari; anche come una realtà sociale che sentiva lo Stato moderno estraneo ed ostile ma che nel fondo della propria anima era portatore di valori morali (il lavoro, la costanza, la solidarietà) assimilabili a quelli da cui è nata la società moderna. E di chi aveva affermato, nel lontano 1925, l’«esaurirsi» del liberalismo nel socialismo e nel marxismo, quadri politici questi i quali soli, come eredi delle istanze di libertà, di emancipazione, di antistatalismo, proprie del vero liberalismo, potevano divenire le prospettive entro le quali ricercare la soluzione della questione meridionale[38]. Che quindi non poteva che giudicare chi, come Rossi, riteneva la passività contadina come il più valido supporto all’immobilismo del Mezzogiorno («Se il problema del Mezzogiorno è ancora un problema insoluto la colpa maggiore è dei meridionali. Devono essere i meridionali ad organizzarsi per la difesa dei loro comuni interessi, a impostare bene i loro problemi, ad agire con intelligenza, con tenacia, con onestà, per realizzare le migliori soluzioni»[39]), come un attardato erede di coloro che, coltivando illusioni di stampo illuministico, avevano fallito nel loro pur lodevole intento («Da ultimo, anzi da principio, il Rossi ha voluto farci sapere che De Viti De Marco era un signore, ma un democratico, proprio come nella novellina, figlio di poveri ma onesti genitori; giacché «democratico non è scamiciato». Evidentemente il professore ha dimenticato i sans culottes. Anche da noi, in Italia, c’è gente senza brache e senza camicia; ma questo l’oratore lo ignora»[40]) e la manifestazione, così com’era stata organizzata, nient’altro che una rimpatriata tra anziani reduci («Festa in famiglia ieri, a Bari, per la venuta del Presidente della Repubblica, che ha raccolti intorno a sé, come in una scuola, i suoi vecchi amici e ammiratori, Carano Donvito, Gino Luzzatto e il prof. Lucarelli, nonché i giovani ammiratori delle nuove generazioni, i figli dei figli. Si commemorava De Viti De Marco e l’oratore non poteva essere che Ernesto Rossi. Convegno dunque della vecchia cultura liberale e antifascista con arrivo di vecchi professori, di vecchi amici»[41]), volenterosi ma sostanzialmente innocui, al più ambigui perché le loro iniziative si potevano prestare alla strumentalizzazione di chi, i ceti oppressori e parassitari, volevano che tutto cambiasse per non cambiare niente.

Non si comprenderebbe l’ostilità con la quale Fiore accolse l’iniziativa e il discorso del Rossi se la si isolasse rispetto a questo sfondo, come d’altronde non si può tacere che, con tutta probabilità, al Rossi i rilievi di Fiore saranno apparsi come i residui di una mentalità non più rispondente ai tempi. La secolare immobilità del Mezzogiorno, già in quello scorcio di 1948, appariva sempre più scossa dall’avvio di processi che, da lì a poco, avrebbero prodotto lo spappolamento di quel mondo contadino studiato da Fiore più di vent’anni prima, ed alcuni iniziavano ad avvertire che quanto stava accadendo non era la conseguenza del passato ma l’anticipazione, ancora blanda e contraddittoria eppure percepibile, del futuro. Di quale futuro non era certo dato saperlo in quel momento, ma proprio per questo a costoro appariva urgente approntare nuove analisi e nuovi strumenti che permettessero di governare ed orientare quei processi. Analisi e strumenti che, non si può fare a meno di osservare, proprio da quei dibattiti e da quelle contrapposizioni, anche da quelle orgogliose rivendicazioni e da quegli sferzati giudizi, dovevano sorgere, una volta cadute tutte le illusioni di palingenesi epocale.

Jpeg

Lettera di Gaetano Salvemini a Beppe Patrono, conservata nel fondo Patrono della Fondazione Di Vagno

3. Se il 1948 è l’anno a cui risalgono le prime lettere del carteggio, è al 1955 che bisogna ascrivere la fine della corrispondenza tra i due amici. Salvemini si era ormai ritirato a Sorrento, città nella quale venne a mancare il sei settembre 1957, e dall’autunno del 1955, periodo al quale risale l’ultima lettera del carteggio con Giuseppe Patrono, diradò sempre di più i contatti con la maggior parte dei suoi vecchi amici, poiché essendo lui dominato dall’idea fissa della prossima morte, non riusciva quasi più a scrivere[42]. Eppure, anche in quei mesi, il vecchio leone non mancava di tornare con la mente ad alcune di quelle tematiche a cui aveva dedicato gran parte della sua vita intellettuale, tra le quali un posto centrale ebbe certamente quella della scuola come strumento per la crescita e l’emancipazione civile della società italiana e di quella meridionale in particolare. D’altra parte, in quel primo lustro degli anni Cinquanta si erano manifestati in maniera chiara, nel Paese che si avviava ad uscire definitivamente dal dopoguerra, mutamenti decisivi. Nel Mezzogiorno si facevano sentire ormai gli effetti dell’intervento della Cassa ideata da Pasquale Saraceno nonché quelli della riforma agraria ma anche quelli dell’incipiente sviluppo economico che risucchiavano verso Nord le forze più vive del Meridione (evento questo, comunque, foriero di un riequilibrio tra risorse e popolazione). Le regioni meridionali, o almeno gran parte di esse, apparivano come delle realtà in profondo movimento. La necessità di orientare in direzione democratica ed emancipatoria tutto ciò appariva quindi sempre più come un dovere non rinviabile, pena la perdita dell’ulteriore occasione storica. La scuola, era chiaro a molti, poteva essere lo strumento per cogliere tale occasione. Da qui quella nuova centralità[43], nonché la capacità che ebbe la tematica di mobilitare le residue energie interiori di Salvemini in quello scorcio della sua vita, tematica che poi è, in misura quasi esclusiva, quella di quasi tutte (sei su sette) le lettere di quell’anno scambiate con Patrono. Lettere che trattano di due provvedimenti assunti da Gaetano Martino[44] negli otto mesi (febbraio – settembre 1954) nei quali fu Ministro della Pubblica Istruzione del governo Scelba e che riguardavano da una parte il piano per la valorizzazione e lo sviluppo dell’edilizia scolastica statale, patrimonio quest’ultimo che si era rivelato insufficiente rispetto ai nuovi bisogni nati dalla trasformazione profonda che la scuola aveva conosciuto nel dopoguerra e che era, negli edifici esistenti, malconcio a causa del danni e degli usi impropri degli anni di guerra, dall’altra la legge 9 agosto 1954, n. 645, con cui si conferivano un certo numero di borse di studio ad alunni meritevoli di scuole ed istituti di istruzione secondaria ma teso a privilegiare soprattutto la diffusione di una cultura tecnica. Provvedimenti tutt’altro che secondari al fine di creare quel quadro entro il quale programmare gli ulteriori interventi per la crescita e lo sviluppo economico, civile e politico del Paese e dai quali il Meridione correva il rischio di essere penalizzato a causa del modo in cui erano stati scritti i decreti attuativi. Certo, non bisognava cadere nei vecchi errori, quelli di tanto meridionalismo di seconda fila:

per l’edilizia scolastica, la linea, che secondo me si deve seguire, non è quella della lamentela perché il Sud è povero e il Sud è trascurato dallo «Stato»; ma si deve dimostrare che il Sud paga più di quello che deve e quel che paga di più va a beneficio del Nord.[45]

E neanche nelle generiche astrattezze, o nelle «idee poco chiare»[46], che in questi anni con giudizi aspri e in buona misura ingenerosi, Salvemini era solito attribuire a Croce ma anzi corredare di dati ed elementi concreti qualsivoglia analisi con cui argomentare il proprio punto di vista, al fine di fondarlo positivamente ed invincibilmente:

 forse il senatore Umberto Zanotti Bianco, a cui puoi scrivere a nome mio, potrà procurarti dall’amministrazione le liste dei prestiti  per edifico scolastico elementare, fatti ai diversi comuni d’Italia in questi ultimi anni. Questi dati riuscirebbero più istruttivi.[47]

Rigore ed analisi puntuali. Ma con durezza e rivendicando la propria pari dignità nelle scelte dello Stato, da troppo tempo oggettivamente sbilanciate. Si correva forse così il rischio, se fraintesi, di ingenerare l’idea che si dovesse assumere il Sud Italia come territorio a parte rispetto al resto del Paese, quasi un’entità politica alternativa, vedendosi così piovere addosso le critiche dei gramsciani ortodossi e di quelli tra costoro più politicante opportunisti («i comunisti oggi, come i socialisti ieri, non toccano mai questo torto, perché non vogliono diminuire i vantaggi che gli operai del Nord ricavano dallo sfruttamento dei contadini del Sud»[48]). Ma, pur consapevoli di ciò, si doveva andare avanti, anche facendo proprio, se era il caso, materiale elaborato dalla rivista diretta da Francesco Compagna, che raccoglieva il meglio dell’intelligenza crociana meridionale («Caro Patrono, in «Nord e Sud», p. 46 e seguenti, p. 67 e seguenti, vi è un articolo che ti interesserà»[49]), non deflettendo però dalla propria linea e dal proprio metodo di lavoro, così enunciati dallo stesso Salvemini in un’altra lettera al giovane amico:

Bisognerebbe cominciare col dire la storia dei provvedimenti per quelle costruzioni, incominciando dall’anno in cui io ne dimostrai la iniquità (in Problemi sociali ed educativi dell’Italia odierna, 1911, credo). Poi esaminare la nuova legge Martino, calcolando il contributo che le diverse provincie d’Italia daranno alla nuova tassa, osservando le differenze fra i diversi gruppi di scolaresche che pagano tasse diverse. Finalmente richiamarsi alla lunga esperienza la quale dimostra che gli edifici scolastici li costruiscono coll’aiuto del governo tanto i comuni ricchi che i comuni poveri: cioè la Sardegna, la Puglia e la Basilicata costruiscono a proprie spese le scuole elementari di Milano, Torino e Bologna.[50]

Linea e metodo adatti anche al vaglio degli effetti immediati del decreto attuativo della legge 9 agosto 1954, che doveva essere teso a far emergere le ragioni strutturali di come provvedimenti apparentemente non pensati per favorire solo una parte del Paese ed anzi finalizzati ad una crescita ed ad una modernizzazione equilibrata complessiva, si ritorcevano contro quella parte che maggiormente ne necessitava, aggiungendo al danno la beffa:

Quante borse di studio sono state assegnate a ciascuna provincia col frutto della tassa recentemente introdotta da Martino? Vi è proporzione fra la popolazione e la ricchezza di ciascuna provincia e il numero delle borse di studio assegnate a ciascuna provincia? Le borse di studio non dovrebbero essere più numerose nelle regioni più povere? Dato – come io sospetto – che gli alunni del Mezzogiorno, in cui prevalgono le scuole classiche, contribuiscono al mucchio più che quelli del Nord, quel mucchio come è poi redistribuito? Ora tocca a te.[51]

Utopismo? Forse. Semplice rivendicazionismo protestatario? No di certo. Anzi, stimolo e suggerimento per una progettualità più attenta ai reali bisogni meridionali, proprio quella che era mancata in tutti i lunghi decenni precedenti alla rinascita repubblicana.


[1] L’archivio di Giuseppe Patrono è stato depositato presso l’archivio della Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)” di Conversano nel settembre del 2012 per volontà della vedova, signora Maria Carmela Stridi Patrono.

[2] Cfr. Dati storici e prospettive attuali della questione meridionale. Atti del convegno di studi meridionalisti Bari 1944, a cura di V.A. Leuzzi, Modugno, Edizioni dal Sud, 1995; Dal congresso di Bari del CLN al primo convegno meridionalista: la questione meridionale nel secondo dopoguerra, a cura di V.A. Leuzzi e M. Pansini, Bari, Edizioni dal Sud, 2006.

[3] Le notizie biografiche su Patrono si ricavano da una prima analisi dei documenti, segnatamente dal carteggio, costituenti il fondo Giuseppe Patrono dell’archivio storico della  Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)” di Conversano, nonché da una testimonianza dattiloscritta, rilasciata e sottoscritta dalla vedova di Patrono, signora Maria Carmela Stridi Patrono, conservata nello stesso archivio.

[4] Dei tre autorevoli studiosi, Giorgio Pasquali fu quello a cui Patrono fu meno legato. Vi è però, nel fondo Patrono, una lettera molto intensa scritta da Pasquali il 5 marzo 1940, in seguito alla improvvisa scomparsa del padre del brindisino, deceduto per un ictus: «Caro Patrono, seppi l’altra volta qui a Pisa della tua disgrazia. Tornato a Firenze, volevo subito scriverti, ma quest’ultima è stata per me una settimana di bestia adirata, da un obbligo sociale all’altro, e solo oggi, qui a Pisa, trovo tempo e modo di dirti che ho molta pietà e simpatia per te. Ho perduto anch’io il babbo molto presto, non avevo quindici anni, e son cresciuto sotto l’impero di una donna, mia madre, affettuosa e pronta a qualsiasi sacrificio per me, ma donna che mi capiva poco. A te il padre è mancato quasi all’improvviso; io me lo sono sentito venir meno a poco a poco; combattere per anni contro una malattia che a men di quaranta anni lo rendeva vecchio per ogni rispetto. E sentivo già allora che una nobile vita per questa malattia, per la morte che doveva venire e presto, non dava quei frutti che avrebbe dovuto. Questa morte ha contristato la mia vita di ragazzo, e ha impedito per anni che io raggiungessi la serenità. A te auguro che la perdita di tuo padre non faccia lo stesso effetto. Sei più uomo che non fossi io allora. Ma intendo che il colpo sia terribile. E indovino che ti vorrai mettere tu, figlio unico, a capo della famiglia, sistemare tu tutto, reggere tu la tua mamma. Consolazioni non te le posso dare. L’uomo nel suo intimo è sempre solo, anche di fronte ai genitori; anche di fronte alla moglie, che pure si è scelto lui per comunanza d’animo. Ma, se c’è qualcosa da fare di positivo (io non so immaginarmi che), scrivi pure liberamente. Il tuo Giorgio Pasquali». Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Pasquali Giorgio, Pisa 5 marzo 1940, lettera.

[5] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Guadalupi Francesca, Roma 7 giugno 1944, lettera.

[6] Idem, Roma 27 giugno 1944, lettera.

[7] Del ruolo ricoperto da Patrono nel Partito d’Azione è testimonianza una significativa lettera, a lui inviata da Aldo Garosci nel settembre 1947, in un momento cruciale per la storia di quel partito, ovvero in occasione della riunione del Comitato Nazionale che decretò lo scioglimento del sodalizio politico: «Caro Peppe, penso che come tutti i compagni pugliesi, sarai ormai deciso a seguire l’Esecutivo nella sua evoluzione per il P.S.I.. Probabilmente, fatti locali e provinciali, vi hanno orientati in questo senso. Comunque se hai seguito l’Italia Socialista non avrai mancato di vedere quale sia la mia opinione. Io penso che con l’azione intempestiva che si è compiuta si sia semplicemente soppressa in Italia la posizione di sinistra complementare al comunismo. E quand’anche non si avessero altre obiezioni contro quest’ultima posizione, essa non può influire nella attuale condizione nazionale e internazionale. In altre parole la posizione apparentemente di sinistra della “maggioranza” è in realtà una posizione di viltà. Sono stato molto preso in quest’ultimo periodo e non ho potuto scriverti, ma non vorrei che tu un giorno mi rimproverassi di non aver informato i miei amici (e in questo momento la parola adoperata da me significa più che compagni), di quelle che sono le mie intenzioni. Ti accludo quello che è il mio piano di azione (e del resto anche di Codignola e Lombardi), per il prossimo Comitato Nazionale. Comunque questo decida, in ogni caso, io non andrò nel P.S.I.. Il risultato, credo, di tutta questa bella manovra politica, sarà stato di allontanare dalla lotta della libertà, qualche energia non trascurabile. Comunque non mancare di intervenire a Roma: si decideranno cose troppo gravi perché tu sia assente. Se hai qualche difficoltà di carattere logistico, fammelo sapere che cercheremo di provvedere. Abbiti intanto i miei più fraterni saluti, Aldo Garosci». Conversano, Archivio Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”,  fondo Giuseppe Patrono, fasc. Garosci Aldo, Roma, 12 settembre 1947, lettera dattiloscritta con firma autografa, su carta intestata «Italia Socialista». L’Italia Socialista era il quotidiano di cui Garosci era il direttore ed a cui Patrono collaborò con diversi articoli pubblicati tra il 1946 ed il 1947.

[8] Su questo viaggio, luglio-novembre 1947, cfr. E. Rossi e G. Salvemini, Dall’esilio alla Repubblica. Lettere 1944-1957, Torino, Bollati Boringhieri editore, 2004, pp. 225-286.

[9] Quasi certamente, colui che fece da tramite tra Calace e Patrono da una parte, e Salvemini dall’altra, fu Ernesto Rossi. Come è noto, Rossi e Calace si conoscevano e frequentavano fin dalla fine degli anni Venti, e nel 1930 furono entrambi arrestati, insieme con altri giellisti, e sottoposti dal tribunale speciale fascista al cosiddetto ‘processo degli intellettuali’, a cui seguì una lunga detenzione per entrambi.

[10] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Salvemini Gaetano, Brindisi 19 agosto 1948, lettera dattiloscritta con firma autografa.

[11] Ibidem.

[12] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Salvemini Gaetano, Brindisi 10 dicembre 1948, lettera dattiloscritta con firma autografa. L’«uomo abile e pieno di risorse» qui menzionato è Alcide De Gasperi.

[13] Ibidem.

[14] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Spinelli Altiero, Brindisi 7 agosto 1948, copia di lettera dattiloscritta.

[15] G. Salvemini, Ricordando De Viti, Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Salvemini Gaetano, dattiloscritto con correzioni autografe e firma e data autografe. L’articolo fu pubblicato con il titolo di Antonio De Viti De Marco sull’Italia Socialista e sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 12 settembre 1948.

[16] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Salvemini Gaetano, Cambridge, Massachusetts, 29 agosto 1948, lettera.

[17] G. Salvemini, Ricordando De Viti, cit.

[18] «L’Unità. Problemi della vita italiana» fu il periodico diretto da Salvemini pubblicato dal 16 dicembre 1911 al 30 dicembre 1920. Dal 1916 Salvemini fu affiancato nella direzione del settimanale da De Viti De Marco.

[19] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Rossi-Doria Manlio, Portici 11 luglio 1948, lettera dattiloscritta con firma autografa. Su carta intestata Dott. Manlio Rossi-Doria.

[20] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Rossi-Doria Manlio, S.l. (ma Roma) 14 agosto 1948, copia di lettera dattiloscritta. Già il giorno prima, il 13 agosto, da Roma dove Patrono si trovava, ed in particolare dalla segreteria nazionale del Movimento Federalista Europeo, era stata inviata una lettera alla segreteria generale della Fiera del Levante di Bari, con la richiesta di inserire per il 12 settembre nel calendario dei convegni della XII Fiera del Levante, la Commemorazione di De Viti De Marco, da tenersi alla presenza del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, con un programma articolato in due relazioni, una di Ernesto Rossi, in quella lettera indicata col titolo di Antonio De Viti De Marco e la questione meridionale, e una di Manlio Rossi-Dori, lì indicata col titolo di I problemi dell’agricoltura meridionale nel quadro della Federazione Europea. Cfr. Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Spinelli Altiero, Roma 13 agosto 1948, lettera dattiloscritta non firmata. Su carta intestata Movimento Federalista Europeo – Segreteria Nazionale.

[21]  Cfr. L. Einaudi e E. Rossi, Carteggio 1925-1961, a cura di Giovanni Busino e Stefania Martinotti Dorigo, Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1988.

[22] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Spinelli Altiero, Brindisi 7 agosto 1948, copia di lettera dattiloscritta.

[23] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Rossi-Doria Manlio, Portici 18 agosto 1848, lettera dattiloscritta con firma autografa. Su carta intestata Dott. Manlio Rossi-Doria.

[24] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Luzzatto Gino, Brindisi 19 agosto 1948, copia di lettera dattiloscritta. Le «elezioni di Molfetta del 1913» sono quelle che furono oggetto del famoso diario pubblicato da Ugo Ojetti il 6 novembre 1913 sul «Corriere della Sera» con il titolo di Ricordi di una domenica di passione e poi riprodotto nel 1919 da Salvemini nella seconda edizione del Ministro della mala vita. In queste elezioni, nel collegio di Molfetta, si presentarono due candidati, Piero Pansini, deputato uscente, repubblicano, che ebbe la meglio risultando rieletto, e Gaetano Salvemini, «socialista molto dissidente», come lo definì Ojetti. Secondo l’articolo, che suscitò vive polemiche e indignazione, molteplici furono le illegalità commesse a favore del deputato uscente. Cfr. G. Salvemini, Il ministro della mala vita e altri scritti, a cura di Ennio Corvaglia, Bari, Palomar editore, 2006, pp. 217-233.

[25] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Rossi Ernesto, s. l. (ma Roma) 30 agosto 1948, lettera autografa. Su carta intestata A.R.A.R  Azienda Rilievo Alienazione Residuati – Il Presidente.

[26] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Rossi Ernesto, Roma 3 settembre 1948, lettera dattiloscritta con firma autografa. Su carta intestata A.R.A.R  Azienda Rilievo Alienazione Residuati – Il Presidente.

[27] Ibidem.

[28] Ibidem. Ferdinando Carbone fu il segretario generale della presidenza della Repubblica durante il settennato di Luigi Einaudi.

[29] Ibidem. Ferdinando Carbone fu il segretario generale della presidenza della Repubblica durante il settennato di Luigi Einaudi.

[30] «La Gazzetta Del Mezzogiorno», anno LXI, n. 215, domenica 12 settembre 1948, p. 1.

[31] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Salvemini Gaetano, Brindisi 10 dicembre 1948, lettera dattiloscritta con firma autografa.

[32] Si veda la nota 15.

[33] G. Carano Donvito, Salvatore Cognetti De Martiis, «La Gazzetta Del Mezzogiorno», anno LXI, n. 215, domenica 12 settembre 1948, p. 3.

[34] «La Gazzetta Del Mezzogiorno», anno LXI, n. 216, martedì 14 settembre 1948, p. 3.

[35] Ibidem.

[36] «Avanti!», anno LII, n. 217, martedì 14 settembre 1948, pp. 1-2.

[37] T. Fiore, Un popolo di formiche, prefazione di G. Pepe, Bari, Giuseppe Laterza & Figli, 1951. Delle sei lettere che compongono il volume, le prime quattro vennero dapprima pubblicate sul periodico di Piero Gobetti, «Rivoluzione Liberale», nel 1925; le ultime due, dopo la soppressione della rivista di Gobetti voluta dal fascismo, su «Coscientia» di Giuseppe Gangale nel 1926.

[38] T. Fiore, Un popolo di formiche, cit. pp. 109-110: «Comunque sia, per me come per molti altri, se il socialismo ha adempiuto sin ora in Italia alla maggiore e più effettiva funzione del liberalismo, […] se della vecchia democrazia, finita nel giolittismo, non c’è più nulla da fare, ed ogni nuovo tentativo in tal senso riporrebbe pienamente il Mezzogiorno nell’antico quadro di servitù e sfruttamento, se l’essenza del socialismo consiste nell’abolizione di ogni privilegio, nella libertà per tutti, nella capacità autonoma dei lavoratori di realizzare il trionfo del lavoro all’infuori di ogni paternalismo e di ogni non necessaria statizzazione, […] se insomma nel socialismo, nel marxismo stesso come lotta di classe si esaurisce il liberalismo, se la redenzione del Mezzogiorno non può essere voluta ed operata che dagli interessati, agricoltori e contadini, con iniziativa propria, […] è ad esso che tocca […] dirigere una veemente azione libertaria contro le consorterie economico-politiche che soffocano il paese».

[39] «La Gazzetta Del Mezzogiorno», anno LXI, n. 216, martedì 14 settembre 1948, p. 3.

[40] «Avanti!», anno LII, n. 217, martedì 14 settembre 1948, p. 2.

[41] Ibidem, p. 1.

[42] Scrisse, infatti, Ernesto Rossi ad Umberto Morra, per informarlo dello stato di salute del comune amico, il 17 novembre di quell’anno: «Ormai può lavorare poco e ogni giorno gli diminuiscono le forze. Mi ha scritto ora che sente prossima la fine… Uomini come Salvemini non dovrebbero invecchiare». Cfr. G. Salvemini e E. Rossi, Dall’esilio alla Repubblica. Lettere 1944-1957, Torino, Bollati Boringhieri editore, 2004, p. 854.

[43] Si veda l’appena citato carteggio Salvemini – Rossi, ed in particolare le lettere degli anni 1955 e 1956 per constatare come in questo ultimo scorcio di vita del Salvemini le tematiche scolastiche fossero al centro dei suoi pensieri.

[44] Su Gaetano Martino si veda la «voce» di G. Nicolosi e I. Farnetani del Dizionario Biografico degli Italiani, vol. LXXI, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2008, pp. 327-332. Contro di lui Salvemini scrisse Il liberale e i gesuiti, «Il Ponte», marzo 1954, pp. 531-532.

[45] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Salvemini Gaetano, Sorrento 9 marzo 1955, lettera.

[46] Si veda, ad esempio, G. Salvemini e E. Rossi, Dall’esilio alla Repubblica. Lettere 1944-1957, cit., pp. 34-35, dove Salvemini giunge a scrivere: «Io sono arrivato a odiare Croce anche più di te. La sua filosofia è filosofia da gente dalle idee poco chiare e da mascalzoni. Quel che quell’uomo ha fatto in Italia nell’ultimo anno per salvarsi le rendite di gran proprietario è orribile. E con lui non c’è nulla da fare».

[47]Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Salvemini Gaetano, Sorrento 17 marzo 1955, lettera su carta intestata: «Ordine della Penna d’Oca. Università di Firenze».

[48] Ibidem.

[49] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Salvemini Gaetano, Sorrento 1 maggio 1955, cartolina postale. L’anno di spedizione lo si ricava dal timbro postale.

[50]Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Salvemini Gaetano, Sorrento 7 luglio 1955, lettera.

[51] Conversano, Fondazione “Giuseppe Di Vagno (1889-1921)”, fondo Giuseppe Patrono, fasc. Salvemini Gaetano, Sorrento 4 marzo 1955, lettera.

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