Piccola letteratura greca

Esiodo: in principio fu il caos

Quinto appuntamento con la rubrica Piccola letteratura greca realizzata in collaborazione con Stilo editrice e che prende spunto dall’omonima collana curata da Giuseppe Micunco (autore anche dei volumi). Questo testo è estratto da Esiodo. Teogonia. Dal chàos al kòsmos (Stilo, 2005). Esiodo, vissuto tra l’VIII e il VII secolo avanti Cristo nel villaggio di Ascra (ai piedi del monte Elicona, nella regione greca della Beozia) è uno dei primi personaggi storici della cività greca antica La sua opera più importante è la Teogonia, dove ricostruisce in modo sistematico le origini degli dèi, proponendo un percorso che va dal chàos al kòsmos, dal ‘disordine’ all’ordine.

Nella Teogonia (che significa la ‘generazione degli dèi’), un’operetta di appena 1020 versi (una ‘miseria’ rispetto ai poemi omerici…), Esiodo nel ricostruire in modo sistematico le origini degli dèi propone un percorso che va dal chàos al kòsmos, dal ‘disordine’ all’ordine. Lo fa ancora nella lingua, nello stile e nell’esametro dell’epica (che in traduzione renderò sempre in settenari e ottonari liberamente disposti) e, in qualche modo, in continuità con i punti fermi messi dai poemi omerici, certamente dall’Iliade, che, dunque, Esiodo sembra presupporre, anche se non necessariamente conoscere (ma certo conosce i canti della tradizione epica utilizzati da Omero), tantomeno nella stesura definitiva. Esiodo va posto nello stesso solco nel quale si muovono i poemi omerici, alla ricerca di elementi saldi di civiltà. Un cammino dal disordine all’ordine, è, in fondo, un cammino dall’irrazionale al razionale, dall’‘ira’ disordinata, se così si può chiamare, degli elementi primordiali, alla ‘pietà’ ordinatrice di Zeus e all’umanità dell’uomo. C’è chi ha proposto, già dall’antichità (ad esempio, il poeta Accio, II sec. a.C.), una possibile priorità cronologica di Esiodo rispetto ad Omero, in quanto Omero sembrerebbe dare per note conoscenze su dèi ed eroi che solo con Esiodo si chiariscono, ma ha ragione Arrighetti a dire che «l’immagine del mondo fisico e divino da cui parte Esiodo è quella descritta e presupposta da Omero» ed è forse più giusto pensare che «sia Esiodo che Omero avevano a disposizione un vasto e vario patrimonio mitologico e nei confronti di questo ciascuno di loro assunse la sua propria posizione, sia nello scegliere o tralasciare fatti e personaggi, sia modificando ruoli e importanza di fatti e personaggi prescelti».

Quella proposta da Esiodo è anche una sistemazione cosmologica, oltre che teologica. Bisognerà, dunque, sempre tenere ben presente che le divinità via via indicate e definite (a volte con nomi da lui stesso coniati) sono anche, nel contempo e inseparabilmente, realtà cosmologiche, e talvolta antropologiche: Gea e Urano non sono soltanto gli dèi della terra e del cielo, ma sono anche la terra e il cielo; le Muse, le Grazie e le Ore non sono soltanto le divinità che ispirano e regolano le attività degli uomini, ma anche le capacità degli uomini stessi.

Dopo l’invocazione alle Muse, un lungo proemio di 113 versi (un decimo della breve opera!), si entra in argomento col presentare la generazione degli dèi dal ‘principio’, da Chàos, fino ad arrivare, dopo la lunga lotta contro i Titani e Tifèo, al regno incontrastato di Zeus e al suo nuovo ordinamento. «La Teogonia costituisce la testimonianza di uno sforzo di rappresentazione unitaria e coerente del mondo fisico e di quello divino, […] il risultato di uno sforzo poderoso di comprendere e sistemare tutta la realtà in un complesso che si regga nella maniera più coerente e senza che al di fuori di questo alcunché venga tralasciato» (Arrighetti). Esiodo «ha dato alla Grecia il primo e unico poema completo sulla genealogia degli dèi» (Colonna).

In principio fu il Chaos

Così comincia la ricostruzione che Esiodo fa della nascita degli dèi:

Questo cantatemi, o Muse, che abitate l’Olimpo
dal principio e dite chi fu primo tra loro.
In principio fu Chàos.
(Teog. 114-116)

Il termine ‘caos’ suona oggi per noi come sinonimo di confusione e disordine, una parola che spesso sostituiamo all’ultimo momento ad un’altra che ci viene alle labbra e che comincia sempre per c…: un valore del genere si avrà molto più tardi, con certezza in Ovidio, che definiva il chàos primordiale rudis indigestaque moles, «una massa amorfa e indistinta» (Metamorfosi I, 7).

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Bertel Thorvaldsen, La danza delle Muse sul monte Elicona, 1807 – Wikimedia

Per Esiodo (come indica il valore dei verbi chàino/ chàsco, ‘essere aperto’, cfr. lat. hiare/hiatus) è, invece, l’apertura abissale, la voragine, il vuoto infinito e tenebroso («yawning space», lo definisce West): non lo spazio, non il vuoto, non l’infinito, concetti proposti poi dalla filosofia classica, ma la voragine abissale primordiale, il vuoto cosmico, la notte tenebrosa dell’universo, e, non a caso, i suoi figli sono per Esiodo Erebo (‘oscurità’) e Notte nera (cfr. Teog. 123). Ma Chàos non è soltanto un vuoto cosmico: è anche un vuoto logico, un ‘cosmico irrazionale’ («ein kosmisches Irrationale », come bene intende J. Ternus), «la natura incomprensibile dell’intelligibile» (Damascio, filosofo neoplatonico del V-VI sec. d.C.). È il vuoto del pensiero all’inizio, quando ci sforziamo di immaginare con la nostra mente di dove è partito il mondo.

Una idea del genere del caos, ma solo fisica, non filosofica, era anche nelle letterature orientali: è facile ritrovarla, ad esempio, nella Tiamat babilonese, la divinità primordiale, l’oceano d’acqua salata da cui tutto ha avuto origine, «la generatrice di tutti gli dèi», «quando di sopra non era nominato il cielo e di sotto la terra ferma non aveva ancora un nome […], quando nessuno degli dèi era stato creato ed essi non portavano ancora un nome e i destini non erano stati destinati» (come canta l’Enûma elis, il poema babilonese della creazione). E si ritrova anche nel racconto biblico della creazione, dove si dice, al principio della Genesi, che la terra creata da Elohim era «deserta e disadorna», in ebraico tohû wabohû, dove tohû significa propriamente «deserta a causa della tehôm», e tehôm è lo stesso che la babilonese Tiamat (cioè l’oceano d’acqua salata), nel testo biblico smitizzata, in quanto la terra ‘caotica’ è stata essa stessa creata quando «in principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1, 1). Si può per questa via risolvere anche la diversa notizia di Omero che definisce «Oceano, padre di tutti gli dèi» (Il. XIV, 201).

La domanda posta da Esiodo «chi fu in principio? » è una domanda teologica più che filosofica: sappiamo come i filosofi ionici dell’archè si porranno invece la domanda: «quale fu il principio?», trovandolo di volta in volta nell’acqua, nel fuoco, e così via. Tremendi questi greci che non dormivano la notte per il desiderio di saperne di più (e con la loro logica, non grazie a una divina rivelazione) sull’origine dell’uomo e del mondo e degli dèi. La risposta data da Esiodo lasciava insoddisfatti, anche perché – gli obiettò Epicarmo (V sec. a.C.) – come era possibile che Chàos «fu» (cioè nacque) in principio «se non aveva nessuno da cui discendere»? Secondo Epicarmo e altri avrebbe dovuto dire «in principio era Chàos», non «fu». Il Vangelo di Giovanni comincerà dicendo: «In principio era il Lògos», contrapponendo al ‘cosmico irrazionale’ del chàos esiodeo il Lògos, il Verbo, la Parola-Pensiero, e all’inizio nel tempo di Chàos l’esistenza ab aeterno del Lògos.

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