Europa/Socialismo

La via dell’Europa

In occasione del 60esimo anniversario della firma dei Trattati di Roma che istituirono la Comunità economica europea e la Comunità europea dell’energia atomica, vi proponiamo un commento pubblicato la domenica successiva, il 31 marzo 1957, sulla rivista Nuova Repubblica. Lo firmò Paolo Vittorelli (1915-2003), giornalista e politico, aderente al Partito d’Azione, poi deputato e senatore per il Psi. Nuova Repubblica fu pubblicato a Firenze dal 1953 al 1957 (prima quindicinale, poi settimanale) ed espresse posizioni socialdemocratiche e repubblicane. I numeri di Nuova Repubblica sono conservati nella Biblioteca della Fondazione Di Vagno

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La copertina di Nuova Repubblica del 31 marzo 1957 – foto Biblioteca della Fondazione Di Vagno

I trattati firmati il 25 marzo scorso, a Roma, in Campidoglio, fra i rappresentanti del Benelux (Unione doganale fra il Belgio, il Lussemburgo e i Paesi Bassi), della Francia, della Germania occidentale e dell’Italia, per la creazione di un mercato comune europeo e di una Comunità atomica europea possono diventare un passo decisivo verso l’unificazione dell’Europa e costituire così una svolta radicale nella situazione politica del nostro continente e nei suoi rapporti con i due grandi blocchi di potenze.

« Possono » diventare uno strumento di questo genere, ma non lo diventeranno necessariamente, anche se creano condizioni favorevoli in questo senso. Possono diventare tali se, alla creazione delle nuove strutture europee, alla loro articolazione, all’elaborazione della loro politica, alla trasformazione dello spirito apparentemente apolitico e liberista che le impronta in partenza in uno spirito dì riforma politica e sociale e di intervento collettivo dei pubblici poteri nell’economia europea, parteciperanno attivamente il movimento operaio e le forze democratiche avanzate dei vari paesi aderenti.

Se il movimento operaio — una parte non indifferente del quale, specie in Francia e in Italia, ha già preso una posizione pregiudizialmente ostile ai trattati del Campidoglio, per ragioni connesse alla solidarietà con uno dei due blocchi di potenze, — dovesse rimanere estraneo, passivo, o, peggio, ostile, di fronte alla lenta e faticosa creazione di un’Europa unita, se il mercato comune dovesse rimanere quale è stato concepito dalla maggior parte dei suoi artefici, ossia un mercato il cui sviluppo si pretende affidare al libero giuoco delle forze economiche, allora sarebbe nata il 25 marzo una più forte Europa unita nel capitalismo. Ma il movimento operaio non dovrebbe ricercarne la responsabilità in altri che in se stesso.

Analogamente, un’Europa unita che si limitasse alla unificazione graduale del suo mercato e alla messa in comune del suoi sforzi per impadronirsi dell’energia atomica e per utilizzarla a fini pacifici, senza procedere rapidamente alla creazione di strutture Politiche comuni, non avrebbe lo strumento indispensabile, — ossia il potere politico comune — per svolgere una politica unitaria europea d’intervento pubblico, suscettibile di dominare il libero gioco dei grandi monopoli internazionali esi­stenti o suscitati dal mercato comune, e di procedere alla trasformazione dei rapporti sociali in Europa nel momento stesso in cui si accrescesse la prosperità del nostro continente.

Da queste due premesse nasce, per i socialisti e i democratici italiani, una conseguenza logica che impone loro di assumere senza tergiversare coscienza delle proprie responsabilità: non si può rimanere assenti dalla costruzione dell’Europa, sia pure sulla base monca e imperfetta dei due trattati firmati il 25 marzo; e si deve operare per determinare d’urgenza le condizioni necessarie alla creazione di organismi politici capaci di essere, in mano alle forze avanzate europee, lo strumento di conversione dell’unità liberista e capitalista dell’Europa in un’unità dirigista e socialista. La partecipazione attiva all’assemblea e alla commissione (munita di poteri esecutivi) del mercato comune e dell’Euratom può essere un’utile piattaforma di lancio per farne degli organismi politici o per dar vita a organismi interamente nuovi.

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Vignetta pubblicata su Nuova Repubblica il 25 marzo 1957 – foto Biblioteca della Fondazione Di Vagno

Una serie di obbiezioni si affacciano immediatamente contro una conclusione simile: i trattati del Campidoglio comprendono solo una parte limitata dell’Empia, possono perciò diventare uno strumento strategico nell’ambito di uno dei due blocchi contrastanti, legando ancor più fortemente i singoli paesi aderenti alla politica di questo blocco; essi sono stati concepiti in uno spirito che non ha nulla a che vedere con il socialismo, da forze politiche disposte a favorire il gioco dei grandi monopoli; possono, anzi, nell’ambito dello stesso movimento operaio europeo, favorire la sua divisione fra movimento operaio dei paesi ricchi e movimento operaio dei paesi poveri, come il nostro; in questo senso, vi è da temere lo schiacciamento delle aree depresse, come il nostro Mezzogiorno, a favore delle aree avanzate, che sarebbero favorite, a danno delle prime, dalla soppressione delle barriere doganali interne e da una politica doganale comune verso i paesi esteri; infine, l’estensione del mercato comune ai territori d’oltremare rischia di farci assumere le passività degli altrui colonialismi.

Tutte queste obbiezioni sono serie: ma crollano non appena si vada in cerca di un’alternativa alla creazione di istituzioni comuni europee. Il mercato comune e l’Euratom non sono la CED. Di fronte alla CED era perfettamente giustificato l’atteggiamento di chi affermava: meglio non cominciare a fare l’Europa che partire dall’aborto della CED, il quale ne vizierebbe interamente e in modo irreversibile lo spirito. Chi, pur volendo l’unità europea, si è opposto alla CED, trova oggi conforto in un’evoluzione della politica europea che non ha condotto alla guerra e che non ha chiuso — anzi, ha favorito —un’ulteriore evoluzione unitaria.

L’alternativa al mercato comune e all’Euratom non è dunque un’altra pausa nel processo di unificazione europea: è il mantenimento del caos economico, abbandonato ad un gioco ancor più sregolato dei monopoli privati internazionali, controllabile — laddove veramente lo sia — esclusivamente su scala nazionale, cioè inefficiente, e non su scala europea; ma è anche la debolezza economica e atomica permanente dei sei paesi aderenti, i quali sarebbero costretti a subire l’indirizzo imposto loro dalle potenze maggiori, che dirigono i blocchi e che sono le uniche che controllino i segreti atomici e i mezzi per sfruttarli politicamente ed economicamente.

Per sottrarsi al controllo dei blocchi, per ritrovare la loro autonomia di decisioni, sul piano politico come sa quello economico, le nazioni della « piccola Europa » debbono spezzare il circolo vizioso che le condanna all’asservimento e il cui capo parte dalla loro debolezza come « piccole » nazioni di fronte all’o strapotere delle grandi nazioni circondatesi di una fortezza fatta di piccole nazioni.

Solo spezzando questo circolo vizioso con un inizio di unità fra le piccole nazioni sarà possibile estendere questa « zona neutrale » (ci si consenta l’espressione, ancora arbitraria, che mira solo a distinguere una prospettiva europea indipendente dai due blocchi, qualora alla sua creazione il movimento operaio si decida a contribuire attivamente); solo facendo una « piccola Europa » gradualmente emancipata dalla dominazione dei grandi monopoli e delle forze reazionarie europee e mondiali sarà possibile creare la piattaforma sulla quale potranno convergere le altre nazioni europee, al fine di trasformare la « piccola » -Europa in grande Europa libera dagli attuali blocchi imperialistici.

Ma per fare una politica estera della « piccola Eu­ropa », la quale crei le premesse della « grande Europa », bisogna cominciare con l’accettare la sfida lanciata alle forze di progresso dalle forze conservatrici europee — le quali si pongono esse stesse su una posizione obbiet­tiva di progresso economico, anche se non necessariamente politico e sociale — e assumere immediatamente, nel quadro delle istituzioni europee create il 25 marzo, senza esaurire il potenziale di azione del movimento operaio in una sterile opposizione pregiudiziale ai trattati del Campidoglio, una posizione di lotta, per dare alle nuove strutture, alla nuova politica economica, alla traduzione in atto dei principi di libertà di circolazione delle merci, degli uomini e dei capitali, l’impronta di un movimento operaio vigoroso e attivo, di uno schieramento democratico pronto a partecipare alla costruzione dell’Europa, per farne un’Europa democratica e non un moderno bastione della reazione, edificato secondo una tecnica perfezionata e audace.

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La firma dei trattati di Roma il 25 marzo 1957, Wikimedia

Il movimento operaio italiano dovrà compiere un grande sforzo per non lasciarsi tagliare fuori dal grosso del movimento operaio europeo, il quale opera in condizioni economiche molto più favorevoli delle nostre, e per assicurare alle zone depresse del nostro paese un ritmo di sviluppo superiore alla media. Non è ammissibile, infatti, una politica d’investimenti nei paesi coloniali, il cui principale movente rischia di essere il perpetuarsi di situazioni coloniali sempre più passive, al costo di un ampliamento delle distanze fra le zone più avanzate e quelle più arretrate del continente europeo. Ma, anche per assicurare il successo di queste rivendicazioni, per non subire passivamente l’iniziativa delle forze economiche più audaci e più spregiudicate, il movimento operaio deve porsi in posizione di lotta, di rivendicazione, di partecipazione attiva alla costruzione delle strutture e all’elaborazione degl’indirizzi di politica economica, e non in posizione di sterile protesta. Con la protesta non si cava un ragno dal buco; con la lotta, forse inizialmente non molto, ma almeno qualche cosa, che, col tempo, può diventare moltissimo.

Si deve deplorare che i trattati del Campidoglio siano stati opera della diplomazia segreta, senza che i parlamenti e l’opinione potessero mai esercitare il loro controllo sulla loro elaborazione, ma le difficoltà e i pre­giudizi della diplomazia tradizionale che si dovevano superare erano notevolissimi. Ora, comunque, ci si trova davanti a testi che, pur non essendo immutabili, porranno quasi certamente i parlamenti di fronte a una sola alternativa: ratificare o non ratificare. La battaglia per gli emendamenti rischia quindi di avere una portata piuttosto limitata.

Quale che sia la posizione da assumere di fronte al problema della ratifica, che, contrariamente al caso della CED, appare abbastanza probabile in ognuno dei sei parlamenti interessati (compreso quello francese), si apre fin d’ora il problema della politica da seguire nelle istituzioni comuni. E’ un compito serio per la sinistra democratica italiana, al quale essa si dovrebbe accingere con senso di responsabilità, con spirito d’iniziativa, con prontezza e con audacia.

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