Terzapagina

Patrono, Calogero e l’antifascismo alla Normale

Sabato 18 marzo si è tenuto a Brindisi un incontro su Beppe Patrono (1918-2006), intellettuale e politico  pugliese, organizzato dalla Fondazione Di Vagno e della Biblioteca pubblica arcivescovile «A. De Leo». Pubblichiamo la traccia dell’intervento orale di Cesare Preti sul carteggio tra Patrono e il filosofo e politico Guido Calogero (1904-1986), che fu tra i fondatori nel 1942 del Partito d’Azione. Il fondo Patrono, composto di 35 faldoni contenenti lettere e documenti, è consultabile nell’Archivio della Fondazione Di Vagno a Conversano.

Il tema che tratterò nel mio intervento è quello del rapporto tra Giuseppe Patrono e Guido Calogero, tema vasto che cercherò di affrontare brevemente. Mi limiterò quindi a trattare degli anni di formazione di Patrono, diciamo gli anni che precedono la sua esperienza nella Resistenza romana. Un piccolo passo indietro nel tempo. Quando giunse a Conversano, ormai diverso tempo fa, l’archivio Patrono, scorrendo i documenti che lo costituiscono mi incuriosì la seguente lettera di Geno Pampaloni:

Ivrea, 20 Gennaio 1949. Caro Beppe, questa lettera finalmente mi decido a scriverla, per sentire il tuo umore a riguardo di una mia fantasia. C’è un antefatto: ed è che io sono qui, da due o tre mesi, a dirigere la Biblioteca Olivetti. E sono contento di essere qui, in un ambiente molto vivace e nuovo per me. Non ho il tempo di scrivertene a lungo. Ma immagina una bellissima fabbrica, un presidente (Adriano Olivetti) che unisce alla vena del filantropo una natura sinceramente democratica, una biblioteca da rimettere in sesto, e qualche buon amico con cui discorrere. Ora, qui alla Olivetti, si vuol fare un giornale di fabbrica, anzi del Consiglio di gestione; e cercano un redattore, giovane, aperto, che abbia pratica giornalistica. Tu vorresti venire a fare una cosa del genere? Per ora l’iniziativa è mia e io non ho fatto il tuo nome; ma se tu fossi disposto credo che riuscirei a farti venire. Certo, il paese è piccolo, e, al di fuori della fabbrica, smorto. Ma come esperienza sarebbe molto utile, e interessantissima.

La lettera mi rinviava due domande: in quale occasione Patrono e Pampaloni si erano conosciuti così a fondo da sviluppare un simile rapporto d’amicizia e stima? E, al di là delle scarne notizie che avevo allora, chi era stato davvero e di quali idee si era nutrito Giuseppe Patrono? Alla prima domanda trovai risposta semplicemente confrontando le biografie dei due uomini: entrambi avevano studiato presso la Scuola normale superiore di Pisa, entrambi lì erano stati molto vicini a Luigi Russo, entrambi vi entrarono superando l’esame d’ammissione nel 1938. Ma fu nel cercare risposta alla seconda domanda che mi trovai di fronte al secondo e più importate legame coltivato da Patrono negli anni pisani, quello con Guido Calogero.

Di questo legame vi è ampia traccia nel carteggio conservato nel nostro archivio, ed è attestato anche da una intervista autobiografica rilasciata da Patrono nel 1979 ad una laureanda dell’Università di Bari, Silvana Protino, per la sua tesi di laurea; ma soprattutto emerge da una non conosciutissimo articolo, scritto da Calogero nel 1945 e pubblicato dal «Nuovo Risorgimento» di Vittore Fiore nel numero del maggio di quell’anno, con il titolo di L’antifascismo della “Normale” di Pisa. In esso scrive Calogero:

Si costituì, presso la Normale di Pisa, uno dei centri più attivi del movimento liberal-socialista, il quale si mantenne saldo e proseguì la sua attività anche dopo gli arresti di Firenze del principio del 1942. Mi sia permesso di ricordare alcuni tra i giovani normalisti che più attivamente contribuirono a quell’opera di preparazione politica antifascista, in un periodo in cui la polizia aveva tutte le sue armi e non c’era alcuna prossima aspettativa di vittoria: Mario Casagrande, Armando Saitta, Cesare Grassi, Alessandro Natta, Mario Riani, Antonio Russi, Mario Spinella e Giuseppe Patrono. Molti di essi oggi sono nel Partito d’Azione, alcuni sono in altri partiti.

Dell’attività di questo gruppo, Calogero citava alcuni episodi, per sottolinearne la ferma coscienza antifascista in tempi in cui l’antifascismo era ancora questione di pochi. Tra essi il seguente:

All’annuncio della caduta di Parigi, il gruppo di normalisti, alla mensa della Scuola, intonò la Marsigliese, in presenza e con grave scandalo di uno studente tedesco, un tal Ruth, che si sospettava essere addirittura un informatore nazista.

normale pisa

Palazzo della Carovana, sede della Scuola Normale di Pisa – foto Wikimedia

Un gruppo, è questo il senso di quello che abbiamo letto, con profonde convinzioni liberalsocialiste. Tuttavia un gruppo formato da giovani diventati liberalsocialisti a Pisa, con alle spalle letture forse disordinate ma certamente di altro orientamento politico. Infatti, per restare a Patrono, nella già ricordata intervista autobiografica vi è un breve accenno alle sue idee negli anni in cui frequentò il Liceo Marzolla a Brindisi. Anni nei quali ebbe modo di sviluppare una prima coscienza antifascista, o almeno una profonda inquietudine politica così orientata. E questo leggendo Croce, Omodeo e De Ruggiero. Come dire, i più acuti rappresentati della cultura liberale dell’Italia prefascista, certamente non sempre in accordo fra loro e più tardi divisi nelle scelte politiche ma pur sempre di quel mondo. A Pisa, quindi, Patrono vi giunse con un armamentario intellettuale di quel tipo, per altro assai definito se ancora nel giugno del 1940 vagheggiava di esser ricevuto da Croce, così come risulta da un breve messaggio inviatogli da Walter Maturi in quell’anno:

Carissimo Patrono, mi rincresce che tu non mi abbia trovato sabato scorso: ho dovuto accompagnare mio padre a Salerno. Hai poi visto Omodeo a Napoli? E don Benedetto?

Ma fu alla Normale che il desiderio di libertà intellettuale, destato da quelle prime letture, lo spinse a staccarsi dalla filosofia politica di Croce e dalla dottrina politica liberale. Idee queste che, a causa dell’influenza di Calogero, gli apparvero irrimediabilmente superate. Restiamo alle date. Nell’anno accademico 1938-39 Calogero tenne per affidamento un corso di Pedagogia nell’Università di Pisa, le cui lezioni, seguite da Patrono, andarono a formare quella che è la sua massima bandiera filosofica della fine degli anni Trenta, La scuola dell’uomo. Nel libro, pubblicato nel 1939, l’intellettuale romano aveva rimarcato quello che andava scrivendo da più anni, almeno dal 1935, in vari saggi poi confluiti in quella che è l’altra sua opera significativa della fine degli anni Trenta, La conclusione della filosofia del conoscere, pubblicata nel 1938. Opera, quest’ultima, con la quale faceva i conti con una cultura, quella attualista, che era stata la sua cultura d’origine ma che era una cultura giunta al suo termine e nella quale egli stesso ormai avvertiva un elemento di arretratezza. E opera che quindi segna il definitivo distacco di Calogero dal suo primo maestro, Gentile.

Anni_40

Allievi della Normale negli anni ’40 – Raccolta fotografica SNS

Ma nel libro del 1939 c’è anche dell’altro. In esso, e se avrò modo di mettere per iscritto questo mio intervento, argomenterò adeguatamente quello che sto per affermare, in più punti viene rimarcato anche un distacco da Croce e dal suo storicismo, tanto che la vera novità del libro è il dissenso che Calogero manifesta con il punto di vista di costui su questioni che hanno una immediata ricaduta sul piano politico. Tale distacco fu indubbiamente un passo decisivo per lo svolgimento intellettuale del pensiero di Calogero, data la nota funzione di contrappeso che, fin dalla seconda metà degli anni Venti, la presenza di Croce, del Croce moralista e, per così dire, “libero pensatore”, ebbe nella cultura calogeriana rispetto all’influenza dell’attualismo gentiliano. Solo per indicare un punto, ma cruciale, indice di questo dissenso, si leggano le pagine della Scuola dell’uomo dedicate alla libertà. In esse Calogero insiste sulla necessità di sganciarsi dal concetto di libertà trascendentale, in quanto, afferma, «già c’è», per guadagnare il piano della liberà empirica, quello che dice «che può esserci e può non esserci», «per la cui instaurazione o difesa l’uomo è pronto a impegnarsi e combattere». Pagine, quindi, che trattano il problema della libertà non come un problema speculativo ma come un problema eminentemente politico. Ed un  problema politico che spinge all’azione per riconquistare i valori calpestati, spinge cioè ad un nuovo impegno non certo solo speculativo. Pagine che perciò fanno cogliere appieno come, in quel 1939, per Calogero la distanza da Gentile e da Croce era ormai enorme e come ciò che definiva semplicemente «idealismo italiano» era per lui una cultura del tutto abbandonata, troppo invischiata con le macerie del fascismo per poter essere, anche solo nella versione storicista, praticata e professata. Cosa che d’altra parte sosterrà esplicitamente in una conversazione tenuta a Radio Firenze nel marzo del 1945, il cui testo venne pubblicato sul solito «Nuovo Risorgimento» di Vittore Fiore nel numero di aprile di quell’anno, con il titolo di Il fascismo e la filosofia:

Se ci fu qualche responsabilità (da parte della filosofia nella genesi del fascismo), essa appartenne in generale alla filosofia dell’idealismo italiano, che pure aveva, nel primo ventennio del secolo, operato in modo capitale per il rinnovamento critico della cultura italiana. Ma allo stesso tempo, per il suo particolare nesso con la tradizione del neohegelismo meridionale, aveva anche accolto e importato in Italia taluni motivi teorici e polemici dello Hegel, favorevoli all’idea dello stato etico e della politica come forza, e ostili o ironici di fronte alle «idee dell’Ottantanove», agli ideali di giustizia, di libertà e di uguaglianza. Questi motivi, accolti e intesi più o meno unilateralmente, favorirono la resistenza delle menti di fronte agli ideali dell’Ottantanove; e così, più tardi, quando il fascismo sembrava vincere su tutti i fronti e il millennio hitleriano minacciava di diventare realtà, l’idea storicistica e provvidenzialistica, hegeliana e vichiana, della nazionalità e della storia era adoperata da più di un cattivo scolaro dell’idealismo, per giustificare l’accaduto ed esortare i pervicaci nell’opposizione a desistere dalla loro autentica follia.

Parole, quelle appena citate, con cui Calogero manifestava lo svolgimento teoretico del suo pensiero; di un intellettuale che aveva, in anni ancora bui, conquistato un diverso modo di filosofare, tutto intriso di una nuova considerazione dell’empirismo e del pensiero politico anglosassone, ed acquisito una nuova coscienza politica. E che nella Normale pisana, la scuola pensata dal regime come il luogo di formazione della futura classe dirigente fascista, partendo da questo diverso modo di filosofare aveva dato il suo contributo a minare alla base, giorno per giorno, la coscienza del fascismo, operando nel campo più delicato per preparare l’avvento di una nuova libertà, quello delle giovani generazioni.

Tra questi giovani formati al liberalsocialismo da Calogero vi fu anche Giuseppe Patrono. Colui che il 7 giugno del 1944, all’indomani della liberazione di Roma, parlando in una lettera alla madre dei motivi che lo avevano spinto a prender parte alla lotta contro il nazi-fascismo, scrisse queste parole, di schietta radice calogeriana:

Allora abbiamo sentito che tutto quello che avevamo imparato ad amare in tanti anni di oppressione, la libertà, una vita degna di uomini, riscattata dalla miseria e dalla schiavitù, era ciò che solamente poteva avere valore, fra tante cose che non ne avevano più alcuno.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...