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Punta Perotti e il senno del prima

Il 2 aprile 2006 fu abbattuto a Bari il primo palazzo del complesso edilizio di Punta Perotti, che fu definitivamente demolito il 23 e 24 aprile dello stesso anno. Pubblichiamo, a undici anni da quel giorno, un testo del 2004 del sociologo barese (e oggi deputato) Franco Cassano, tratto dal libro Homo civicus – La ragionevole follia dei beni comuni (Dedalo, 2004)  in cui raccontò la nascita di un nuovo movimento di opinione a Bari (l’associazione Città plurale) in seguito alla costruzione dello stesso complesso, che fu subito definito un «ecomostro». Riportiamo il brano con il permesso dell’editore.

A noi, che abbiamo avuto la ventura di abitare a Bari è accaduto, alcuni anni fa, di trovarsi di fronte ad un fatto inaspettato, ad una specie di colpo nel basso ventre. Una mattina, mentre passeggiavamo sul Lungomare, ci siamo accorti all’improvviso che ne stavano murando un lato. La maggior parte di noi ha avvertito un senso di soffocamento dello sguardo e del respiro: un bene di tutti era stato sequestrato da un palazzo fatto da pochi per pochi. Era Punta Perotti, una costruzione che prendeva il nome da quel tratto di Lungomare, dedicato ad uno scrittore che aveva protestato contro la costruzione del teatro Margherita perché ostruiva la vista del mare! Una sorta di sberleffo postumo (su Perotti si può vedere il saggio di F. Pappalardo sull’ultimo volume della Storia di Bari).

Ma dai giorni di quella sorpresa la storia della città è cambiata, perché contro quella costruzione, così insopportabile e oltraggiosa, è iniziato un movimento di protesta lento, ma diffuso, spesso al di là delle appartenenze ideologiche, anche se le sue avanguardie potevano apparire isolate. C’era già stato un sussulto in occasione dell’incendio del Petruzzelli, ma si era poi arenato, era precipitato nello scoramento e nell’impotenza, di fronte ad una tale disseminazione delle ragioni da far smarrire i cittadini. Qui invece bastava andare al Lungomare per tornare motivati, per capire dove erano i torti e dove le ragioni. Questo movimento ha dovuto lottare sin dall’inizio contro il senno del poi, di chi diceva: ormai non c’è più niente da fare, prendiamo atto. Questo movimento diffuso, carsico, non ha accettato di prendere atto, e ha continuato a chiedere che quelle costruzioni fossero demolite.

È da lì, da quest’enormità di cemento, dal rifiuto del senno del poi, dell’accomodamento ex-post, dell’ammiccamento al vertice, che è iniziata a nascere, goccia dopo goccia, un’opinione pubblica in questa città. Non è un atteggiamento giacobino, un residuo ideologico e astratto, ma una sana reazione difensiva, il semplice desiderio di non essere presi in giro, sedotti durante le campagne elettorali, e abbandonati subito dopo, nel momento delle negoziazioni consociative. Un’opinione pubblica è quella che discute prima, che non accetta di essere convocata a fatto compiuto, sotto il ricatto dell’urgenza, solo per dire sì o per rodersi nella frustrazione. L’opinione pubblica è il senno del prima, è l’orgoglio dei cittadini, il loro diritto di essere sentiti prima.

Ecco perché abbiamo a suo tempo deciso di iniziare con Punta Perotti. Un’associazione che mira alla costruzione della cittadinanza attiva non può iniziare che con questa inversione dei tempi: la città, i cittadini, le associazioni, i partiti devono esprimersi prima su tutte le questioni nelle quali è in gioco il destino di tutti. Punta Perotti è il segno della logica contraria: tutto è passato sì anche per sedi pubbliche, ma solo per avallare progetti in cui l’unica bussola era l’interesse privato. Ecco perché da Punta Perotti bisognava cominciare.

La linea dell’associazione è chiara e semplice: bisogna esperire tutte le strade legittime per demolire quei palazzi. Il sottoscritto si è già espresso su di essi quasi cinque anni fa in modo inezuivocabile: “Occorre che Bari reimmetta nel suo centro la preminenza dell’interesse collettivo su quello individuale, esattamente il contrario di quello che ancora oggi continua ad accadere con lo scempio di Punta Perotti, degno documento del degrado della città. È la stessa logica che ha che ha logorato Bari: il profitto tramite mercificazione dei beni pubblici, la città che mangia il proprio ambiente, si divora e si imbruttisce come in una malattia. Scompare il bello che le residua,e ci si abitua al brutto facendo esercizio di prosternazione ai grandi interessi, alla loro miopia e rozzezza”. Oggi avrei poco da aggiungere a quel giudizio. Certo, ai piedi di quei palazzi è stata costruita una spiaggia: i baresi, desiderosi di riscoprire il mare all’interno della città, l’hanno adottata con entusiasmo e l’hanno pure votata. Ma i palazzi sono sempre lì, incombono, e le relazioni che seguiranno ci faranno vedere che non incombono solo loro, che quella spiaggia, e non solo essa, è minacciata da progetti di cementificazione sfrenata.

Veniamo così alla specificità di questa occasione: Punta Perotti, è stato detto giustamente, n’est qu’un début, è solo la punta di un iceberg, apre una via di sviluppo del litorale sud sulla quale l’opinione pubblica deve essere informata e deve poter capire e discutere prima. Dobbiamo sapere e valutare che cosa si sta preparando, evitare altre Punte Perotti, fare in modo che quella zona del litorale corrisponda, invece, ad un’idea del rapporto tra la città e il mare al di là dell’alternativa tra degrado o cementificazione. Il mare è un simbolo complesso che sfugge a tutte le appropriazioni private, è un bene di tutti, è un verbo all’infinito che è impossibile ricondurre alla tirannia dei pronomi personali, è la memoria e il futuro di questa città, è il suo colore, è quella cosa che facciamo vedere a chi non conosce Bari, è un’idea di bellezza. Non può essere un affare di pochi, ma deve essere un affare di tutti.

Sul litorale sud, per nostra fortuna, non ci sono ancora colate di cemento, c’è ancora un vuoto (relativo, s’intende) che permette di leggerne il futuro in modo libero, con gli occhi dell’interesse generale della città, un vuoto che è un’occasione, che si può riempire attraverso un confronto libero e civile, ma che deve essere guidato dal rispetto dell’interesse generale della città. Se si arriva prima anziché dopo, il vuoto può essere riempito non dall’interesse di pochi, ma da quello di tutti. È quello che noi ci proponiamo qui di iniziare a fare. Ma, lo ripetiamo, nessun giacobinismo. Se questo è il criterio-guida, si deve anche ragionare sul ruolo che al suo interno possono e debbono avere gli interessi privati. Anche su questo tema proveremo a ragionare. Ma tutto deve avvenire alla luce del sole e nel primato dell’interesse di tutti. E questa discussione sulla città e il mare non si fermerà certo al litorale sud.

Oggi Bari vive un momento di novità e di fermento, gracile e precario, ma reale, esprime una vivacità che non attraversa in modo uguale tutto il sud. Qualcuno ha usato la parola movida: mi sembra una descrizione superficiale. Io mi attaccherò alla coda di quella parola vida = vita. Non si riesce a fare nulla, se non si entra in rapporto con la vita, con questo fervore multiforme, se non si dà ad esso sostanza ed ambizione. In questa vivacità occorre immettere la cultura della discussione pubblica, così come occorre far emergere tutti gli sguardi che abitano la città, riuscire a raccontare e rappresentare Bari in modo nuovo, al di là dei racconti di superficie.

Noi non pretendiamo di esaurire l’orizzonte, di avere il monopolio espressivo della città, di essere la voce, al contrario le voci vorremmo moltiplicarle: ecco perché Città plurale, ecco perché noi vorremmo provare a raccontare, ma soprattutto a far raccontare Bari. Ci sono molti soggetti, e molti sguardi in movimento. L’arrivo di nuovi giornali ha vivacizzato il panorama, ci sono associazioni vecchie e nuove, si affermano nuovi modi di raccontare la città, un nuovo rapporto con la sua lingua, si moltiplicano le mostre e le discussioni. Noi siamo un frammento di questo movimento, anche noi siamo fatti di persone, che vorrebbero crescere e migliorare senza dover andare via, rimanendo qui. Tutti dobbiamo aiutare questo fermento a crescere, fare in modo che esso riesca a vivificare le istituzioni e i partiti, facendoli uscire dallo stallo e dagli equivoci. Mi sembra che qualcosa stia già accadendo. Tutti abbiamo un compito difficile e delicato, non dobbiamo sprecare questa occasione, questo appuntamento con la vita.

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