Piccola letteratura greca

Eracle, Asclepio, i Dioscuri: gli dèi-eroi

Sesto appuntamento con la rubrica Piccola letteratura greca realizzata da Pagina della Fondazione Di Vagno in collaborazione con Stilo Editrice e che prende spunto dall’omonima collana curata da Giuseppe Micunco. Questo brano è estratto da Inni omerici – Gli dèi (2005), scritto e curato da Micunco.

A Omero, tra le tante altre opere, non bastando evidentemente l’Iliade e l’Odissea, la tradizione attribuiva anche degli Inni, che perciò chiamò omerici. Si tratta di 33 componimenti poetici in onore degli dèi, di varia lunghezza: 4 più lunghi (intorno ai 400 versi ognuno), gli altri 29 molto più brevi, alcuni di 4 o 5 versi appena. Il termine ‘inno’ (legato alla radice del verbo hyphàinein, ‘tessere’) significa ‘tessuto di versi’, e quindi qualunque componimento, non un genere specifico, come col tempo si è inteso. Questi 33 componimenti non sono di Omero e appartengono, anzi, a epoche molto diverse, addirittura fino al IV secolo a.C. Solo una parte dell’Inno ad Apollo, la più antica, la si attribuisce, secondo un’ipotesi moderna (De Martino) che trova sempre più credito presso gli studiosi, con qualche certezza a Omero; anzi, vi potrebbe essere contenuto il suo ‘sigillo’, la sua sphraghìs, la sua firma: il «cieco di Chio» (vd. già plg 1, p. 22). (…)

Le divinità a cui gli inni sono dedicati sono in tutto ventidue. Gli inni maggiori (tra i trecento e i seicento versi circa) sono dedicati a Demetra, Apollo, Ermes e Afrodite, i minori (il più lungo è di 59 versi, il più breve di appena 4) a Dioniso, Ares, Atena, Era, Posidone, Zeus, Estia, e poi a due divinità preolimpiche, la Madre degli dèi e Gea madre universale, e infine, ad altre sette tra divinità minori ed eroi divinizzati: Elio, Selene, Pan, i Dioscuri, le Muse, Eracle, Asclepio. Il fatto che a Zeus, somma divinità olimpica, sia dedicato un solo inno di appena quattro versi, o a Era, sua sorella e sposa, un inno di appena cinque versi, e a Posidone, fratello di Zeus e signore del mare, un inno di appena sette versi, mentre altre divinità hanno più inni e tanti versi, non deve impressionare, data la natura del tutto ‘casuale’ della raccolta: non abbiamo a che fare, lo ripetiamo, con un’opera d’autore che ha predisposto un piano (con gerarchie di meriti e di precedenze), ma con inni di varia provenienza e di varia epoca confluiti ‘casualmente’ in una improvvisata silloge. È, comunque, ugualmente motivo di riflessione questa sproporzione, per quanto casuale possa essere: è una sproporzione che, pur senza mettere in di-scussione l’autorità di Zeus padre degli dèi e degli uomini, significa il bisogno dell’uomo di rivolgersi a quegli dèi che più sente vicini, che più sembrano venire incontro alle sue necessità. Zeus lancia i fulmini e aduna i nembi, ma è Apollo il ‘guaritore’ ed è Ermes il ‘mago’… Posidone scatena le tempeste sul mare, ma sono i Dioscuri a proteggere i naviganti… Era è una specie di ‘grande madre’, ma è Demetra che dà il pane, Dioniso che dà il vino…

(…)

Gli dèi-eroi

Tre inni (XV, XVI, XVII), messi volutamente di seguito da chi ha curato la nostra raccolta, sono dedicati a eroi divinizzati, a eroi che per i loro eccezionali meriti nei confronti degli uomini, ma anche a motivo dei patimenti sofferti a loro vantaggio, sono stati assunti nell’Olimpo e di lì hanno continuato la loro benefica opera di assistenza e protezione. Invocati e venerati un pocome i nostri santi (che però dèi non sono), esprimono bene il desiderio, da sempre avvertito dagli uomini, di avere degli ‘dèi vicini’, misericordiosi, capaci, proprio perché sono stati uomini e hanno sofferto, di comprendere e compatire le umane sofferenze. Molti loro tratti si accostano, oltre che ai santi cristiani, a Cristo stesso, Dio fatto uomo per la salvezza degli uomini.

  • Eracle dal cuore di leone

Eracle è l’eroe che più di tutti è stato accostato a Cristo (ad esempio da Giustino o da Clemente Alessandrino, II sec. d.C.): le sue celebri ‘fatiche’ sono il simbolo della vittoria su tutti i ‘mostri’ che affliggono la vita degli uomini, e non solo mostri materiali, ma anche morali (il poeta latino Lucrezio accosta non a caso ad Eracle il filosofo Epicuro, che ha vinto i veri mostri, le passioni dell’animo, la paura della morte, la superstizione). A Cristo Eracle è stato accostato anche per le sofferenze e per l’atroce morte subite per il bene degli uomini, per aver vinto la morte riportando alla vita dall’Ade Alcesti, la giovane sposa che aveva dato a sua volta la vita per il suo sposo Admeto. Così sintetizza l’Inno XV la vita e l’apoteosi dell’eroe:

Eracle sulla terra immensa e per il mare
errando sotto gli ordini di Euristeo signore,
molte dure fatiche compì, molte sofferse;
ora alla sede bella dell’Olimpo nevoso
vive godendo, sposo di Ebe bellecaviglie.
(XV, 4-8)

Mosaico Trabajos Hércules (M.A.N. Madrid) 07

Ercole abbatte il Toro di Creta, mosaico romano nella città di Lliria, Spagna – Wikimedia

  • Asclepio

Figlio di Apollo, il dio guaritore, fu medico divino e di lui si dissero discendenti celebri medici dell’antichità, più di tutti il grande Ippocrate (V sec. a.C.), per antonomasia detto l’Asclepiade. Benefattore dell’umanità, fu anch’egli, come Eracle, oggetto di persecuzione per invidia divina: avendo fama di saper risuscitare i morti, Zeus lo folgorò; fu così assunto in cielo e venne invocato come dio guaritore. L’Inno XVI lo invoca:

Curatore dei morbi […]
grande conforto agli uomini, sollievo a mali e dolori.
(XVI, 1.4)

  • I Dioscuri

‘Cavalieri del cielo’ (così ci appaiono le loro statue a Roma, al Campidoglio), pronti a soccorrere gli uomini nei pericoli più gravi, soprattutto sul mare. Nati dalla fusione di due eroi (i figli di Tindaro, sposo di Elena) e di due dèi (‘figli di Zeus’ significa il loro nome), trovarono ‘conciliazione’ nel mito che li diceva uno eroe, Castore, e l’altro dio, Polluce, e per affetto fraterno a giorni alterni in cielo o in terra, ma sempre insieme; l’Inno XVII li chiama Tindaridi (figli di Tindaro) e dice che sono nati da Zeus. La tradizione agiografica cristiana li ha sostituiti con santi protettori come i santi medici Cosma e Damiano. Bella la descrizione che ne fa l’Inno XXXIII, ad essi dedicato:

Salvatori degli uomini che vivono sulla terra
e delle navi veloci, quando tempeste infuriano
d’inverno sopra il mare implacabile; e dalle navi
con preghiere invocano i figli di Zeus grande
[…] essi improvvisi appaiono
con le ali balenanti lanciandosi per l’etere,
subito i soffi placano dei venti tempestosi,
appianano a distese le onde del bianco mare
ai marinai, prodigio bello insperato: al vederli
si confortano e cessano dalla dura fatica.
Salve, figli di Tindaro, dai veloci cavalli.
(XXXIII, 6-9.12-18)

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Castore e Polluce in una stampa del 1608 – The New York Public Library Digital Collections

I Greci sono stati un popolo laico, caso unico, si può dire, nel mondo antico: non hanno avuto libri sacri (a meno che tali non si vogliano considerare l’Iliade e l’Odissea…), né caste sacerdotali. Hanno avuto contatti con realtà religiose diverse (orientali, indigene) e le hanno razionalizzate: hanno cercato nella loro riflessione, più filosofica che teologica, di ‘sistemare’ organicamente i poteri delle varie divinità, le loro attribuzioni (lo si vede con chiarezza in Esiodo), di purificare una concezione teologica troppo antropomorfica e materiale, di renderli nello stesso tempo sempre più nobili, ma anche sempre più vicini.

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