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Il coraggio di Giovanni Panunzio

Pubblichiamo, con il consenso dell’editore, il primo capitolo del libro 6 novembre 6novembre19921992. Il coraggio di un uomo della giornalista foggiana Michela Magnifico (edizioni la meridiana, 2016). Il volume, scritto con la collaborazione di Giovanna Belluna, racconta la storia di Giovanni Panunzio, imprenditore foggiano che si ribellò pubblicamente al pizzo e che per questo fu ucciso in un agguato a 51 anni la sera del 6 novembre 1992. Panunzio è diventato un simbolo nazionale della lotta al racket. Nel suo nome è stata fondata a Foggia l’Associazione Giovanni Panunzio – Uguaglianza Legalità Diritti, che ha aderito alla Marcia contro il caporalato che partirà il prossimo 17 aprile da Borgo Mezzanone, a Foggia.

Giovanni aveva i calli alle mani. Grosse mani. Forti. Mani che hanno sempre lavorato. Di quelle che hanno conosciuto il lavoro duro, sin da bambino, com’era comune nel Mezzogiorno della sua infanzia. Mani diventate callose, dopo tanto sudore e fatica. Lui ne era orgoglioso. Erano il segno tangibile di quanto aveva costruito, come a dire: “Guardate. Vedete come mi sono fatto. Quanto coraggio ho avuto”.

Oggi non possiamo più vederle quelle mani. Ci rimangono solo le foto di Giovanni Panunzio, sparse nelle abitazioni dei parenti e tra i fogli di cronaca.
Sul quel volto tondo spiccano i suoi occhi, grandi occhi marroni.
Guardateli. Guardateli un momento quegli occhi. Concentrate la vostra attenzione su quello che cercano di dirvi. Gli occhi, si sa, non mentono. E quelli di Giovanni Panunzio men che meno.
A me danno un senso di profondità morale, di animosità, di forza, di coraggio. Di un uomo d’altri tempi, robusto, alto, autorevole con la sua sola presenza. Eppure Giovanni Panunzio non è andato a scuola. Probabilmente non è mai stato un bambino spensierato. Uno di quelli che, il pomeriggio fa prima i compiti e poi scende sotto casa con gli altri bambini per giocare a pallone.

Giovanni era orfano di padre dall’età di nove mesi, terzo di tre fratelli e si è dovuto rimboccare le maniche, iniziando a lavorare presto mentre i suoi coetanei tiravano calci al pallone.
A nove anni, già distribuiva il pane tra le case di quello che noi oggi chiamiamo il centro storico di Foggia. Tra i viottoli, le viuzze, i meandri di quella Foggia sempre troppo sonnecchiante, seppure, a onor del vero, più viva di oggi. Entrava nelle case, scaricava il pane e si faceva dare il dovuto, che portava direttamente al panettiere per cui lavorava. A lui rimaneva qualche mancia, che consegnava a sua madre.

Così Giovanni è diventato uomo. Ha iniziato a lavorare come muratore nei cantieri di una città, Foggia, spesso troppo matrigna con i suoi figli. Una città cieca davanti ai suoi figli migliori e sorda davanti alle richieste di cambiamento. Quel ragazzo volenteroso, gran lavoratore, senza troppi grilli per la testa, faceva davvero comodo ai datori di lavoro. Apprendeva il mestiere. Lo faceva suo. Lavorava anche dodici ore al giorno pur di imparare.
Con la giovinezza conobbe l’amore. A diciotto anni Giovanni, il duro, gli occhi impenetrabili ma buoni, si è “sciolto” davanti ad Angela. L’ha corteggiata, ha conosciuto i suoi genitori, si è fidanzato e l’ha sposata. Un matrimonio fecondo, da cui sono nati Filomena, Michele, Pina e Raffaella. Una famiglia felice come tante, residente in “Borgo Croci”, il simbolo della città, nel cuore della Foggia antica. È lì che ha cresciuto la sua famiglia, in quel cuore che di lì a qualche anno, sarebbe diventato di pietra e lo avrebbe tradito, voltandogli le spalle.

L’omicidio di Giovanni Panunzio non è un fatto relegabile alle mere pagine di cronaca nera. Non è una trama fatta soltanto di tangenti non pagate e pizzo non riscosso. È la storia di un uomo nato dal nulla. Cresciuto nel nulla e diventato qualcuno.
Forse è stata proprio la sua intraprendenza, la sua caparbietà, la sua onestà a giocargli un tiro mancino. Troppo fervore nel suo voler vivere liberamente, senza aderire a un sistema di rapporti e dinamiche clientelari, che già in quegli anni iniziava a tracciare la storia della città di Foggia.

Troppo intraprendente da poter essere “tollerato” da chi aveva già deciso la morte della città di Foggia (e dell’intera Capitanata), quando ancora nessuna pagina giudiziaria era stata scritta a riguardo e solo qualche investigatore lungimirante, come Agostino De Paolis e i suoi uomini, aveva iniziato ad analizzarne i primi sintomi.
Giovanni non lo aveva capito subito. O forse, sì. Ma per lui, “terrazzano” – come venivano e vengono definiti i residenti della zona storica di Foggia – era difficile ammetterlo. Non lo ha fatto nemmeno con la sua famiglia. Fino all’ultimo ha tentato di negarlo a sua moglie e ai suoi figli, nel tentativo, estremo, disperato, di proteggerli.

Provate a immaginare la famiglia Panunzio: un uomo un po’ burbero, tutto d’un pezzo, affiancato da una donna, poco più grande di lui di appena un anno, che lo sostiene in tutte le scelte e le decisioni importanti della vita. Una famiglia come tante, in un percorso – ineluttabile per l’epoca – comune ai più: si nasce, ci si sposa, si fanno figli e si lavora. Sempre e comunque.
In questa famiglia normale, però, qualcosa si è inceppato.
Giovanni non è stato un eroe impavido, anche lui – come tutti gli uomini “normali” – ha avuto paura. Poi qualcosa è scattato e ha mostrato così tanta forza – in un’epoca e a una latitudine in cui la forza e il coraggio erano (e sono) più una questione fisica che morale – da diventare “pericoloso”. Pericoloso, non secondo il senso comune, ma per gli altri, per coloro che vivono dall’altra parte della barricata: la mala.

panunzio

La Gazzetta del Mezzogiorno, 8 novembre 1992

Pina è la terza dei quattro figli di Giovanni. È lei che, per prima, mi racconta i suoi ricordi di quel papà con cui si scontrava sempre – come accade spesso nel rapporto genitori-figli delle famiglie “normali” – ma che le ha insegnato tutto ciò che le ha permesso di diventare una donna, moglie, lavoratrice, mamma. Con gli occhi lucidi, ma forti, di quella fermezza di donna d’altri tempi, Pina ci racconta del suo amato papà.

Papà era molto presente nelle nostre vite. Voleva sempre la sua famiglia attorno. I suoi fratelli, i figli, i suoi nipoti, la moglie. Gli amici. Gli piaceva andare in giro. Al mare, in Foresta Umbra, a San Marco in Lamis soprattutto quando faceva caldo ed era piacevole trovare refrigerio altrove, soprattutto in località del Gargano. Gli piaceva anche il contatto con la gente. Uscire per recarsi presso le classiche bancarelle. Trovava di tutto lì. Dalle leccornie ai giocattoli. Ai palloncini per i nipotini. A noi figli ha insegnato l’amore per gli animali. Tutti. Indistintamente. Cani, gatti, cavalli. Solo i pesci non amava. Diceva che portavano sfortuna.

E con le lacrime a rigare il volto, in una girandola di ricordi affettuosi e di malinconia spaventosa, Pina ammette che anche lei, come i suoi fratelli, non ha mai avuto un pesciolino in casa.

Papà amava la vita, sotto ogni sfaccettatura. Era legatissimo alla sua famiglia d’origine. Ai suoi fratelli (entrambi deceduti), che cercava di aiutare come meglio poteva.

Si era fatto da sé Giovanni, ma non ha mai dimenticato la povertà, la fame, la solitudine. Ha saputo sempre dare agli altri, quasi a ricambiare ciò che la vita gli aveva offerto. A Pina fa eco la grande della famiglia, Filomena, mamma di due ragazzi. Filomena è stata – per sua stessa ammissione – la più vicina al papà e agli altri familiari. La classica figlia che, nonostante si sia formata una famiglia tutta sua, trascorre la maggior parte del tempo con quella di origine. La figlia che ha sempre straveduto per il papà e con il quale non ha mai avuto palesi divergenze, nonostante vedute diverse di vita. Filomena piange ancora lacrime vive, dal 1989, quando anche la sua vita cambiò per sempre.

Papà amava il prossimo. A partire dai suoi fratelli, nonostante fossero più grandi di lui. Ma papà si sentiva fortunato, e sapeva che, quella fortuna, era doveroso dividerla con la sua famiglia. Ha finito anche per comprare le case ai suoi fratelli, ai nostri zii, Domenico e Raffaele (scomparsi anni addietro) che lo adoravano e che non hanno mai smesso di ricordarlo fino agli ultimi giorni della loro vita. Ha comprato loro anche i mobili e trattava i suoi nipoti come fossero figli suoi. Non c’è mai stato un Natale o una Pasqua trascorsi separati. Papà pretendeva la sua famiglia attorno. Era l’unica cosa che chiedeva. E la chiedeva con insistenza. Ogni occasione era buona per far festa.

Un ricordo su tutti mi racconta Filomena con la voce rotta dal pianto, in netto contrasto con lo sguardo sorridente e sornione di chi sta raccontando un episodio felice della propria vita.

Una festa bellissima fu il battesimo di mio nipote Gianni (figlio di mio fratello Michele e della moglie Giovanna). Papà organizzò una festa in grande, come si usava a quei tempi. Rese la villa in tratturo Camporeale, in una zona a qualche chilometro dal centro cittadino di Foggia, in cui vivevamo, una sorta di sala ricevimenti, con ogni bendidio a disposizione. Ordinò dolci, rustici in uno dei bar migliori dell’epoca. Gli piaceva fare bella figura e non far mancare nulla alla sua famiglia.

Mentre parliamo, lo sguardo di Filomena si fa ancora più velato e un accenno di tristezza maggiore le muta l’espressione del volto. Il ricordo va all’ultima vacanza trascorsa insieme: quella dell’agosto del 1992. Tre mesi prima di finire sotto i colpi, spietati, della mafia. Una vacanza che, inizialmente e per la prima volta, non doveva essere trascorsa insieme, su esplicita richiesta proprio di Giovanni, che temeva potesse accadergli qualcosa, ragion per cui cercava di tenere lontana la sua famiglia, per la quale lui era certo di rappresentare un pericolo, una “mina vagante”.

Quell’anno, papà, ormai allo stremo delle sue forze, decise di non venire in vacanza – ricorda Filomena – lo comunicò all’ultimo istante, parlandone con me e con mio fratello Michele (Lino, come tutti lo chiamano) e le nostre rispettive famiglie. Trascorrevamo, infatti, ogni anno, insieme l’estate. Ma quel maledetto agosto del 1992, lui aveva paura potesse accadere qualcosa di brutto a noi e ai suoi nipoti. L’aria era tesissima. Ci disse, dunque, di andare da soli. Io e Lino decidemmo di recarci in Calabria con le nostre rispettive famiglie. Dopo un paio di giorni, ci giunse sul cellulare (uno dei primi negli anni ’90) la chiamata di papà: “Prenotatemi una stanza. Io e mamma stiamo arrivando”. Non nego che le lacrime scesero a rigare il mio volto, quasi fossi una bambina di pochi anni. Lacrime che rigarono anche il volto di mio fratello Lino. In quel momento avevo ricevuto il giocattolo più bello e desiderato da tempo. Papà ci raggiunse, andammo a ballare in discoteca con lui e mio fratello. Insomma andammo tutti insieme in discoteca, tranne mio marito. A lui non piace ballare. Con noi c’era anche mia sorella, Raffaella, che aveva solo 17 anni.

Da questi racconti la vita di Giovanni Panunzio, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi dei Novanta, sembrava trascorreva tranquilla, felice. “Si era fatto una posizione” come si dice da queste parti. E quella posizione la difendeva a ogni costo. Era una vita con ritmi ben precisi, scanditi intorno alla famiglia, al lavoro, alle piccole cose quotidiane che gli davano grandi soddisfazioni.

Al suo fianco, sempre la signora Angela, figura discreta, umile, silenziosa. Quasi ombra di quel marito duro, tutto d’un pezzo, forte. Angela lo seguiva da vicino, osservava silenziosamente il marito e ne conosceva le varie angolature. D’altronde si conoscevano “da sempre”. Erano poco più che ragazzini quando avevano deciso di mettere su famiglia. Le difficoltà affrontate sempre insieme. Uniti. Una cosa sola.

Così come erano Giovanni e il figlio maschio Michele. Il ragazzo che, con estremo orgoglio, il papà presentava ai suoi amici più cari, persino agli investigatori. Come fece una mattina di marzo sul finire degli anni Ottanta con l’allora capo della squadra mobile, Agostino De Paolis, a cui confidò, per primo – grazie a una vecchia amicizia con uno dei poliziotti più esperti della squadra mobile di De Paolis: Pasquale Loizzo, un poliziotto di strada, di quelli che operano tra la gente, ascoltano fatti e conoscono persone – i suoi tormenti e denunciò il suo calvario. Lo ricorda bene Michele, per tutti Lino, oggi marito, papà orgoglioso di due bei ragazzi, Angela e Giovanni, nonno.

Papà aveva sudato e lottato per andare avanti. Non riusciva proprio ad accettare che qualcuno pretendesse qualcosa da un’altra persona. Allo stesso tempo, papà non avrebbe mai immaginato che coloro che conosceva da anni, i ragazzi della strada, che come lui erano cresciuti a Borgo Croci, ma che diversamente da lui avevano scelto un’altra strada, “quella sbagliata”, potessero decidere la sua morte. Quella fisica, materiale, decisa in una città rimasta, a distanza di decenni, schiacciata in un pericoloso vortice di lassismo e ignavia.

I tratti del viso di Lino Panunzio si fanno più contratti quando inizia a ricordare gli anni della tragedia. Gli anni in cui la sua famiglia ha iniziato la discesa negli inferi, prima dell’omicidio.

Prima del 1989, eravamo una famiglia felice.

Una frase gelida e brutale, nella sua banale normalità.

Quando la mafia è entrata a casa nostra, io avevo 25 anni. Ero già sposato con Giovanna e avevo due bambini piccoli. Ero felice perché lavoravo nell’impresa di famiglia e stavo apprendendo tutti i trucchi del mestiere da papà. Trascorrevo la maggior parte della mia giornata con papà, nonostante fossi sposato. Ma io e lui eravamo un’unica cosa. Ricordo la prima volta in cui mi confidò, dopo averlo fatto con la polizia, di essere stato avvicinato da alcune persone che lui conosceva e che gli avevano chiesto denaro. Io mi allarmai, suggerendo magari di trovare un accordo. Ma lui fu irremovibile e si indignò addirittura della mia proposta. Qualche tempo dopo, in concomitanza con il primo pesante avvertimento, iniziò a scrivere il memoriale e a parlare con la polizia, di cui si fidava molto. Informava sempre dell’accaduto il commissario De Paolis, che gli consigliava massima prudenza, invitandolo a viaggiare con l’auto blindata (messa a sua disposizione) e a non recarsi quotidianamente sui cantieri. Ma papà non ha mai seguito i consigli. Lui era certo di quello che faceva. Annotava tutto su un memoriale.

Il memoriale scritto quotidianamente da Giovanni Panunzio fu la prova regina per la polizia di Foggia. Sul memoriale, erano annotati ora, nomi, richieste degli uomini del terrore. Pa26 nunzio informava gli stessi “nemici” della sua collaborazione con la polizia e del memoriale. Ma quella non era una sfida. Era il suo modo di far capire che lui non era un uomo che scendeva a compromessi.

Loro sapevano che mio padre annotava tutto – ricorda Michele – la riteneva l’unica vera arma a sua disposizione. Tutto cambiò, però, quando gli uomini del terrore iniziarono a fare minacce contro i suoi parenti: contro di me, le mie sorelle, mia moglie, i miei bambini.

Fu allora che Giovanni Panunzio iniziò a morire lentamente. Scoprendo le sue fragilità. Quelle di padre, di marito, di nonno. Le stesse fragilità che ho letto negli occhi di Lino, quando, durante uno dei tanti giorni trascorsi insieme, mi disse con pudore, misto a malinconia e rabbia, di non aver potuto continuare il mestiere del padre perché considerato il figlio dell’“infame”.

Ho dovuto ripiegare su altro e accontentarmi di altro, costringendo anche la mia famiglia a sacrifici notevoli.

Ecco la Foggia di ieri e quella di oggi.
Ecco la città capace di ammazzare anche moralmente un uomo: privandolo di sogni e speranze. Annientando un’intera famiglia.
Ecco la Foggia che non è mai mutata da quel 6 novembre del 1992, quando i colpi fragorosi delle pistolettate gettarono nella disperazione non solo una famiglia, ma un’intera comunità, che piange ancora oggi, ma che non ha mai mostrato il volto del coraggio vero, puro. Il coraggio dell’onestà, che viene anche dall’analisi della storia. Dei fatti. Della realtà giudiziaria.

Perché bisogna sapere cos’era Foggia in quegli anni per capire davvero chi è stato Giovanni Panunzio e chi lo ha ucciso. Con il passare degli anni, la Foggia matrigna ha mostrato il suo volto peggiore. Quel volto che nessuno avrebbe mai immaginato. Il volto di una criminalità cresciuta nei ranghi della società, annidatasi in essa, grazie al silenzio, spesso purtroppo complice, di chi avrebbe potuto ma non ha fatto.

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