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Sandro Pertini rievoca le ore decisive dell’insurrezione popolare del 25 aprile IL MESSAGGIO DICEVA: INSORGETE

In occasione del 72 anniversario della liberazione  d’Italia dall’occupazione tedesca ad opera della Resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane, vi proponiamo un articolo uscito su L’Espresso il 25 aprile 1965, a 20 anni dalla proclamazione da parte del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) dell’insurrezione popolare in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti. Lo firmò Sandro Pertini (1896-1990), giornalista e politico, Presidente della Repubblica Italiana dal 1978 al 1985, che si distinse per la sua energica opposizione al fascismo nella lotta partigiana in diverse azioni che gli valsero una medaglia d’oro al valor militare.

I numeri de L’Espresso sono conservati nella Biblioteca della Fondazione Di Vagno.

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Le pagine de L’Espresso del 25 aprile 1965 – foto Biblioteca della Fondazione Di Vagno

 

Il 24 aprile 1945 era una giornata serena. Me ne accorsi al mattino appena sveglio, prima ancora di aprire la finestra, perché il suono dei campanelli del tram, dall’ esterno, arrivava molto chiaro e squillante.

Quel mattino mi ero svegliato tardi, alle nove, perché ero andato a dormire a notte inoltrata. Dovetti vestirmi in fretta e uscire senza essermi fatto la barba. Alle dieci dovevo presiedere una riunione di studenti del movimento clandestino al Politecnico di Milano. Ci arrivai col tram e mi rinchiusi con una ventina di loro in un’aula al secondo piano a discutere sul ruolo che avrebbero dovuto avere gli studenti nell’imminente insurrezione, mentre fuori dall’uscio un bidello faceva la guardia. Se fossero venuti i fascisti, il bidello avrebbe detto che io ero un professore venuto da fuori a tenere una conferenza tec­nica, ed avrebbe battuto tre colpi contro la porta per avvisarmi.

In quel periodo, nei miei docu­menti falsi, io ero davvero un professore, il professor Nicola Durano, un signore che esisteva davvero, funzionario del ministe­ro della Pubblica Istruzione che dopo 1’8 settembre era fuggito da Roma e di cui mi ero procu­rato le carte. Parlammo per più di un’ora, nell’aula del Politecni­co, con Cecco Cocciniello e gli altri ragazzi del comitato antifa­scista. Poi, verso mezzogiorno, uscii dall’università e presi il tram 4, quello col numero rosso, per andare a Piazzetta degli Affari, dove mi aspettava Giorgio Amendola. Allora ci davamo ap­puntamento nelle strade, nelle piazze, facevamo i nostri dibatti­ti e prendevamo le nostre decisio­ni passeggiando su e giù per i marciapiedi. Con Amendola, quel mattino, dovevamo discutere di un argomento assai delicato: pro­clamare l’insurrezione subito o aspettare ancora qualche giorno? Alcuni esponenti del Comitato di Liberazione, fra cui il generale Cadorna, avevano suggerito di at­tendere. Se ci muoviamo subito, diceva Cadorna, esprimendo una preoccupazione più che legittima, rischiamo di essere schiacciati.

Bisogna evitare che Milano si trasformi in Varsavia. Noi invece eravamo ottimisti, pensavamo che Milano non sarebbe mai diventata Varsavia, perché i partigiani erano forti e agguerriti, mentre fra i fascisti e le truppe d’occupazione c’era già un’aria di

sfacelo. Dissi ad Amendola che quel pomeriggio si sarebbe riunito il Comitato esecutivo insurrezionale, di cui facevo parte, per prendere una decisione; e che io ero per l’ordine d’insurrezione.

Nel darmi ragione con la consueta foga, Amendola faceva voltare i passanti; le sue braccia da gigante e la sua voce robusta diventarono subito il centro d’attrazione della piazza. Così dovemmo lasciarci in fretta, lui entrò in un bar, io presi il tram per andare alla riunione del Comitato esecutivo, dalle parti di Porta Genova.

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Milano, Ferruccio Parri a una manifestazione di brigate partigiane. A destra, Enzo Enriques Agnoletti. – foto Biblioteca della Fondazione Di Vagno

 

Il messaggio di Genova

Lì, in un piccolo appartamento di tre stanze datoci in prestito da un amico di Valiani, mi aspet­tavano gli altri due membri del Comitato, e cioè Leo Valiani ed Emilio Sereni, che sostituiva Lon­go. Ci trovammo presto d’accor­do tutti e tre sul fatto che l’insurrezione doveva essere procla­mata subito; ma bisognava ascol­tare anche il parere del CLN Al­ta Italia. Ed il pomeriggio passò fra un andirivieni di staffette che correvano e tornavano dal nostro appartamento a quelli dei vari membri del CLNAI per portare e ricevere biglietti. Verso sera, pe­rò, arrivò una notizia che fece precipitare la situazione: un cor­riere del CVL di Genova entrò nell’appartamento per avvisarci che in quella città, la mia città natale, l’insurrezione era già, co­minciata. Gli operai avevano occupato le fabbriche, i portuali, presidiavano il porto e stavano disinnescando le mine apprestate dai tedeschi per farlo saltare.

Fu quel corriere, un operaio di 20-22 anni, alto e sottile, con la voce da ragazzo, a cancellare di colpo i nostri dubbi. Alle 10 di sera proclamammo l’insurrezio­ne. Valiani mandò una staffetta ai gruppi .di “Giustizia e Libertà” con l’ordine di attaccare la pre­fettura. Sereni diramò l’ordine ai tramvieri ed ai ferrovieri d’inizia­re lo sciopero ad oltranza. Io scrissi in fretta un biglietto per Filippo Carpi, il comandante del­le brigate Matteotti, che in quel momento, in un sotterraneo di via Manzoni, stava presiedendo una riunione di quadri del partito socialista clandestino, insieme con Lelio Basso, Paolo Della Giu­sta, Guido Mazzali, Cavalli, Stuc­chi, Carla Voltolina, Ghislandi, Cesare Benzi, Guido Bernardi, Marzola, Annuccia Gasparotti, Anna Di Lorenzo, Maria Bufalini. Ho ancora quel biglietto. Diceva: « Guido carissimo, gli avvenimen­ti precipitano, non bisogna per­dere tempo. Insorgete. Trasmet­tete l’ordine a tutti. Ti abbraccio, Sandro».

Appena  ricevuto il biglietto, i dirigenti del partito socialista la­sciarono alla spicciolata il sot­terraneo di via Manzoni per cor­rere negli stabilimenti di Milano e comunicare agli operai l’ordine di occupare le fabbriche. In po­chi minuti attraversarono Mila­no, alcuni in bicicletta, alcuni in macchina e su una di queste mac­chine Carla Voltolina, al colmo dell’eccitazione, alzò una grande bandiera rossa, facendola svento­lare davanti agli occhi dei fasci­sti esterrefatti lungo le strade di mezza città.

Intanto, nell’appartamento di Porta Genova, erano giunte le due di notte e noi tre, Sereni, Va­liani ed io, andammo a dormire nella stessa stanza, due nel letto ed uno su una branda. Ma non dormimmo a lungo: alle cinque e mezzo di mattina mi vennero a svegliare due compagni socia­listi per avvisarmi che gli operai dello stabilimento OM erano stati attaccati dalle camicie nere. Uscii In fretta, radunai una trentina di Partigiani nella periferia di Mi­lano ed insieme corremmo alla OM ad ingaggiare una sparatoria coi fascisti che durò un paio di Ore, fin quando le camicie nere non si ritirarono. Poi mi misi in giro Per la città, passando da una fabbrica all’altra per control­lare la situazione e distribuire le armi. Ero alla CGE, nel primo pomeriggio, quando mi vennero a dire che all’Arcivescovado di Milano, il cardinale Schuster ave­va organizzato un Incontro fra i nostri rappresentanti ed i rappre­sentanti del fascisti, capeggiati da Mussolini e Graziani. Insieme a Carpi, su una topolino azzurra che era l’ammiraglia del gruppo Matteotti, corsi subito all’Arcive­scovado e arrivai giusto In tempo per vedere Mussolini, nella sua divisa della milizia, magro, di­sfatto, quasi irriconoscibile, che scendeva la scalinata dell’edificio.

Dentro c’erano i nostri amici, Riccardo Lombardi, Achille Marazza, Cadorna, insieme col car­dinale e con un signore massiccio, dalla voce di baritono che era rimasto a continuare la di­scussione a nome di Mussolini. Era l’ex prefetto Tiengo e cominciò a ripetermi quello che già aveva spiegato ai nostri amici, vale a dire che Mussolini era disposto ad arrendersi, ma chiedeva in cambio di essere trattato, insieme agli altri gerarchi, se­condo le norme del diritto inter­nazionale. Non capivo bene: «Co­sa intende per norme del dirit­to internazionale?», domandai. Ed il cardinale mi spiegò che in pratica ciò  significava consegnare Mussolini alle truppe alleate invece che al governo insurrezionale.

Mussolini fugge

Gli dicemmo che non era possi­bile perché il giorno prima il governo Insurrezionale, avvalendosi della facoltà dl emettere de­creti, riconosciutagli dal potere centrale, aveva emessa questa sentenza:  «Il CLNAI in virtù dei poteri delegatigli per l’Italia oc­cupata dal governo italiano, vista l’urgente necessita dl provvedere a stabilire gli organi che debbono amministrare la giustizia circa i delitti fascisti con quella sol­lecitudine che è doverosa moralmente ed opportuna politicamente, e che sola permetterà d’evitare che troppi degli incriminati sfuggano alle giuste sanzioni de­creta: I membri del governo fascista ed i gerarchi del fascismo colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie co­stituzionali e d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesse e tradite le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi, con l’erga­stolo». Noi volevamo, spiegam­mo a Schuster, che i capi del fascismo fossero giudicati dal popolo italiano per quello che avevano fatto agli italiani, e non da un tribunale straniero. Ma Schuster insisteva, ed il buon Marazza, trascinato dai suo animo di sincero cattolico, stava per farsi convincere. « Eminen­za », dissi lo al cardinale Schu­ster per troncare la discussione «ormai tutto è stato deciso. La ruota si è messa in movimento e non saremo né lei né lo a po­terla fermare ». Subito il prefetto Tiengo scattò su dalla sedia, e declamando le parole come se fosse su un palcoscenico cominciò a gridare: « Lei non sa cosa succederà, lei non ha a cuore le sorti di Milano». Non riuscii ad arrabbiarmi, perché ero mol­to stanco, gli risposi soltanto « Io non so chi lei sia, ma posso dirle questo: che insieme alle sorti di Milano ho a cuore le sorti di tutta Italia fin dai 1922». Lui corse nell’altra stanza, ar­meggiò col telefono, e dopo un poco si ripresenta nello studio col suo passo d’attore shakespeariano « Il duce vi fa sapere che non intende arrendersi », annunciò.

Non ci restava che andarcene. Uscii dall’Arcivescovado e mi di­ressi alla macchina dove mi stava aspettando Filippo Carpi. In quel momento dagli altoparlanti di piazza del Duomo risuonò un annuncio della radio fascista. « Attenzione » , diceva, « attenzione, i1 duce ordina a tutte le ca­micie nere dell’ Oltrepò pavese di concentrarsi su Milano ». Dunque, Mussolini faceva sul serio?

A tutta velocità ci mettemmo in giro per radunare più partigiani che potevamo ed organizzare un assalto alla prefettura, dove il capo del fascismo s’era rifugiato con  i suoi. Ma quando, dopo un’ora e mezzo, arrivammo alla prefettura ci rendemmo conto che l’appello di Mussolini era stato un bluff. Il duce del fa­sciamo era già fuggito con una colonna tedesca verso il suo destino di Dongo. L’edificio era occupato dai partigiani, Riccar­do Lombardi, nuovo prefetto di Milano, si era già insediato nel suo ufficio.

Passammo in prefettura la notte fra il 25 ed il 26 aprile. Ogni tanto uscivamo per girare da una fabbrica all’altra. Ma bisognava circolare con molta prudenza, perché in città si stava ancora combattendo, intorno all’edificio della radio e davanti al deposi­to del locomotori elettrici di Por­ta Nuova, ed i partigiani dei posti di blocco sparavano a vista su tutte le macchine che vede­vano. All’alba, con un camion di rinforzi, raggiungemmo Porta Nuova, dove le camicie nere si erano trincerate e dove demmo l’ultimo assalto. Morirono dei  ra­gazzi, ai quali volevo bene. E fra di essi lo studente socialista Cecco Cocciniello, che aveva ap­pena 18 anni. Fu, credo, l’ultimo morto partigiano dell’insurrezione milanese. Poche ore dopo, tut­ta la città era nelle nostre mani. Anche la radio fu conquistata ed i partigiani mi ci portarono per farmi leggere un proclama alle città. Mi ricordo che, nell’eccitazione, durante il tragitto fra la prefettura e la RAI, avevo steso degli appunti un poco enfatici. Volevo cominciare il discorso parafrasando una frase di Saint Just: « La parola felicità è una parola nuova in Italia » ma poi cambiai idea e lessi un procla­ma più sobrio, brevissimo che è quello che tutti conoscete.

Poi non ricordo più bene. Ho delle immagini nitide, ma affastellate che non saprei collocare in un ordine cronologico. Ricor­do l’arrivo di Parri dalla Svizzera con una stanghetta degli occhiali tenuta insieme dallo spago.

Ricordo le notizie che arri­vavano da Torino, da Venezia. da Parma, da Alessandria, dove le brigate partigiane avevano occupato le città. Ricordo i tram di Milano che la mattina del 26 ricominciarono a circolare, in un ininterrotto, allegro strepitio di campanelli. Ricordo i corpi di Mussolini e dei gerarchi fucilati in piazzale Loreto, il 29 sera, e la impressione che mi fecero: di giustizia compiuta e insieme di raccapriccio. Appena li vidi, mi feci portare in prefettura, dove era in corso una riunione del CLNAI, e dove chiedemmo che i cadaveri venissero rimossi, perché l’Italia rinata doveva essere un paese di giustizia, ma anche di civiltà.

 

 

Sandro Pertini, Giorgio Longo e Marino Cortese, stanno raggiungendo il palco per il comizio in piazza San Marco. Venezia 25 aprile 1975. Archivio Comune di venezia - Ufficio Stampa Autore: Fotoattualità

Sandro Pertini, Giorgio Longo e Marino Cortese, raggiungono il palco per il comizio in piazza San Marco. Venezia 25 aprile 1945 – Archivio della Fondazione Gianni Pellicani

 

Si ballava nelle piazze

Quando però tornammo a piazzale Loreto per eseguire l’ordi­ne il corpo del duce era già stato appeso al distributore di ben­zine.

Ricordo quando, verso la sera del 30 aprile, mi portarono la notizia che il luogotenente Umber­to dl Savoia era venuto a Milano per aspettare l’ingresso delle truppe alleate e passare in rivi­sta le due divisioni del nuovo esercito italiano. Il prefetto di Milano, Lombardi, ed il sindaco Greppi, dissero subito che rifiutavano dio riceverlo. E così il luo­gotenente Umberto fu costretto a farsi ospitare da una famiglia privata, i Crespi, che lo ricevettero nella loro villa di via XX Settembre. Quella notte, Carpi ed io radunammo un plotone di partigiani. Li portammo davanti alla villa e tutti insieme scaricammo i mitra in aria; le luci si spensero, si abbassarono le persiane, ed i1 giorno dopo venimmo informati che Umberto di Savoia sarebbe ripartito per Roma, rinunciando a passare in rivista i soldati.

I negozi si erano tutti riaperti, era stato abolito l’oscuramento, le gente andava e veniva per le strade, si ballava nelle piazze. Ho tante immagini nella testa, come delle piccole, fulminee fo­tografie a colori. I bambini che tornavano e scuola con le cartelle di tela del tempo di guerra, la bandiera rossa sul tetto del Politecnico, Longo e Marazza con un camion di partigiani che offri­vano birra a tutti davanti al bar di Alemagna. Poi ci fu l’ingresso delle brigate di montagna. Venivano dall’Oltrepò pavese, dalle valli intorno a Como, dal Berga­masco, dalla Grigna di Lecco. Quelli delle brigate garibaldine sfilarono per Milano, partendo da piazza della Stazione e attraver­sando il centro fino a corso Vercelli. Noi delle “Matteotti” e di “Giustizia e Libertà” venivamo da largo Cordusio e andavamo verso Lambrate. A piazza del Duomo ci incontrammo, e ricordo che Luigi Longo, sporgendosi da un camion, mi faceva dei ge­sti con la mano. Non capii bene cosa significassero, e andai avanti, ma poi tutto fu chiaro: a me­tà di corso Buenos Aires, davanti al caffè Motta, dei franchi tiratori cominciarono a sparare dai tetti contro la colonna. Rispondemmo a caso con delle raffiche. Poi alcuni partigiani scese­ro dal camion ed in pochi minuti li catturarono. La sfilata proseguì. La gente di Milano, uscendo dalle case e dalle stradine late­rali, si accompagnava a noi for­mando un corteo di diecine, diecine di migliaia di persone. Allora, smontammo dal camion e proseguimmo a piedi, tutti insieme, verso Lambrate. C’erano molti ragazzi e molti anziani, molti uomini e molte donne.

Si camminava, portati dal popolo.

Sandro Pertini

 

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